di Natale Cuccurese

Assurdo che in pieno XXI secolo ci si ritrovi a considerare la “questione meridionale”, tanto ai margini delle agende politiche, quanto perennemente irrisolta. Consideriamo che addirittura c’è chi parla di questione settentrionale mentre solo i meridionalisti continuano a chiedere di risolvere, finalmente, la secolare ‘quistione meridionale’.

Qualche anno fa Bankitalia ha proposto un approccio totalmente diverso rispetto a quello proposto da sempre dai governi nazionali, basato su studi e tabelle inoppugnabili che dimostrano quello che appare sempre più evidente a tutti, tranne che ai liberisti al governo, e cioè che per crescere l’Italia deve ridurre il divario tra Nord e Sud e rilanciare gli investimenti pubblici al Sud. Una evidenza alla base del Pnrr, poi sprecato in mille rivoli.

La competitività delle imprese è strettamente legata alla disponibilità di una rete adeguata di trasporti e di telecomunicazioni”, rete trasporti in particolare che, come risaputo, al Sud non è adeguata. Il Pil del Nord dipende meno di quanto si creda dalle esportazioni all’estero e più di quanto non si pensi dalla vendita dei prodotti al Sud. La situazione di import-export tra Nord e Sud Italia è resa possibile proprio dai tanto discussi trasferimenti fiscali da Nord a Sud. Detto ancora più semplicemente: se fossero annullati o anche solo ridotti (come all’atto pratico si concretizzerebbe con l’ottenimento dell’autonomia differenziata), il primo a farne le spese sarebbe proprio il Nord, che ne subirebbe le conseguenze peggiori.

Come dimostra un altro studio della Banca d’Italia, i 45 miliardi di euro annui che in media, nel decennio 1995-2005, sono stati trasferiti da Nord a Sud sono tornati indietro con gli interessi grazie ai prodotti che il Nord gli ha nel frattempo venduto: 63 miliardi di euro all’anno. Miliardi che diventano 70,5 l’anno se si aggiungono i soldi che il Nord incassa per i rimborsi della mobilità sanitaria di cui abbiamo parlato sopra. Ci sarebbe come trasferimento fiscale dal Sud al Nord anche la formazione dei giovani laureati che emigrano al Nord per lavorare.

Sempre secondo Bankitalia, l’aumento di 1 solo euro del Pil al Sud produce una crescita di 40 centesimi del Pil al Centro-Nord. Mentre non accade il contrario. L’aumento del Pil di 1 euro al Centro-Nord determina infatti una crescita per l’intero Paese di soli 10 centesimi. Investire sulla crescita del Sud comporterebbe un guadagno per l’intero Paese 4 volte maggiore. Un aumento di spesa dei consumatori del Sud di 100 euro innalza la produzione al Centro-Nord di 51,8 euro (di 20,2 euro al Nord-Ovest, di 14,3 euro al Nord-Est e di 17,3 al Centro).

Secondo molti analisti e studiosi, ‘se l’Italia, dunque, superasse le sue miopi illusioni di poter procedere a pezzi semi-separati, tornando a considerarsi Paese e sviluppando quindi anche il Sud, diverrebbe il Paese più competitivo d’Europa e forse del mondo’. Purtroppo, gli appelli ripetuti non paiono aver suscitato particolare attenzione nel Governo attuale che è sicuramente il più antimeridionalista della storia d’Italia. Il Sud oggi sembra quasi una nazione a parte ed è senza una reale rappresentanza politica a schiena dritta. È un limite che non possiamo più permetterci.

Ma purtroppo con questo Governo non è presa in alcun modo in considerazione l’ipotesi di ‘accendere il secondo motore del Paese’. Viene sempre e solo ‘prima il Nord’ in una visione discriminatoria tipica della destra leghista. E così mentre aumentano le preoccupazioni di una guerra che si fa sempre più possibile, con l’Esercito Italiano composto per il 72% da meridionali, il Mezzogiorno risulta nell’ultima legge di bilancio del tutto marginale, ignorato, prima spremuto, poi illuso ed ora gettato via.

Nulla di nuovo sotto il sole. Anzi, parafrasando il titolo del celebre romanzo di Erich Maria Remarque dove il protagonista dopo incredibili peripezie e sofferenze muore in trincea nell’indifferenza generale, potremmo dire ‘niente di nuovo sul fronte meridionale’.
Per tornare alla tua domanda il contesto del Sud, dall’unità ad oggi, non è dissimile ‘a una colonizzazione imperialista’ dove i meridionali non hanno nessuna voce in capitolo.

Non è altro che un momento della lotta di classe che si estrinseca attraverso la trasformazione delle masse dei colonizzati in una classe di lavoratori sottopagati. Il fine è quello della costruzione di una massa enorme di forza lavoro a disposizione delle industrie del Nord Italia ed Europa tecnologicamente avanzate e di discarica terzomondista per rifiuti di ogni genere e tipo, a partire dalle scorie nucleari presenti e future, sempre al servizio dei Nord.

L’ultima ridicola espressione di queste pulsioni è che la candidatura della canzone Napoletana a patrimonio culturale immateriale dell’umanità UNESCO, evento a cura del ministero del Turismo, è stata celebrata il 5 giugno all’Arena di Verona (…). Il che conferma l’approccio esclusivamente estrattivo del governo Meloni verso il Sud e fa capire più di mille analisi in che razza di Paese distopico viviamo…

In tutto questo quindi per costruire l’alternativa popolare di sinistra alle parole d’ordine: antiliberista, ambientalista, anticapitalista, antifascista, femminista e pacifista, bisogna necessariamente aggiungere meridionalista. Il meridionalismo, infatti, non è una corrente politica, ma un’attività di ricerca e di analisi storica ed economica sulla questione meridionale al fine di risolverla. A mio avviso la sinistra può ripartire solo da Sud. Il Mezzogiorno appare infatti, più che in passato, già all’opposizione, basta solo intercettarne le sensibilità.

Bisogna unirsi su più battaglie, con tutti quei progressisti volenterosi di cambiare l’attuale status quo. Non a caso un grande meridionalista come Gaetano Salvemini, nelle Lezioni di Harvard, denunciava le inutili divisioni della sinistra che portarono Mussolini al governo. Oggi però dobbiamo anche tenere presente che gli eredi del fascismo sono già al governo e quindi meglio evitare le divisioni basate spesso su questioni di ‘teologia’ politica che l’elettore non comprende e tantomeno apprezza, ed unirsi, in questo caso sul Mezzogiorno dandogli voce e rappresentanza.

L’aspetto positivo è che una reazione è iniziata, infatti se guardiamo le ultime elezioni politiche nazionali e regionali notiamo che il Mezzogiorno da tempo è all’opposizione di questa destra. Infatti, molti dimenticano che nelle elezioni politiche 2022 solo 19 elettori meridionali su 100 hanno votato per la coalizione politica di destra attualmente al governo (30 su 100 al Centro-Nord).

Una percentuale bassissima, che non ha precedenti in passato. Infatti, i cittadini del Mezzogiorno, in larga maggioranza, non sono saliti sul carro del sicuro vincitore, smentendo i preconcetti dominanti sul cosiddetto ‘voto di scambio’. E questo lo si vede bene a posteriori dai provvedimenti, tutti contro il Sud, del governo Meloni.

D’altra parte, come ho illustrato in dettagliati articoli, anche su Meridione/Meridiani, in un recente passato i cittadini del Mezzogiorno sono persino scippati del diritto di voto (cittadini emigrati al Nord che mantengono la residenza al Sud) e rappresentanza (candidati del Nord ‘paracadutati’ in collegi sicuri al Sud), per cui inutile stupirsi. Nel Mezzogiorno in realtà FdI è dietro al Pd e l’opposizione unita supera le destre. Altra cosa sono le elezioni Amministrative dove entrano in gioco fattori locali. Anche i dati dell’alto astensionismo al Sud, fantasiosa creazione dei media di regime per alimentare pregiudizi e razzismo contro i meridionali, se depurati del dato dei fuorisede si allineano a quelli del resto del Paese.

Non a caso il Sud è da tempo partigiano della Costituzione, anche perché questa, nella sua prima parte, parla dei diritti sociali. Purtroppo, è proprio la parte che attende ancora la sua piena applicazione. Il rischio reale ora è che con l’autonomia differenziata salti definitivamente anche il patto di cittadinanza. È questa esclusione preventiva del Mezzogiorno, in una visione asfittica e provinciale, che ha marginalizzato da sempre l’Italia nel suo insieme come uno stereotipato Sud. D’altra parte, tutta Italia è Sud, Sud d’Europa. Non a caso nelle Regioni del Mezzogiorno all’ultimo Referendum sulla giustizia il NO ha vinto con grande vantaggio, con la punta in Sicilia con il NO al 60,98, mentre il Comune di Napoli è addirittura al 75,49%.

In altre parole, Meloni e la sua proposta antipopolare e servile è stata messa alla porta e la Costituzione difesa. Una risposta che non deve creare illusioni, ma comunque infonde speranza nella possibile risoluzione della crisi politica, culturale, morale ed economica che ha investito il Paese, ed il Mezzogiorno in particolare e che ne sta rendendo sempre più incerto il suo cammino democratico. La modifica della legge elettorale, vedremo poi cosa verrà proposto di preciso, così come il premierato, vanno nella direzione di smantellare la Costituzione e contengono una componente eversiva tipica della destra, da sempre avversa alla Costituzione nata dalla Resistenza.

Quello che intravediamo per i prossimo futuro, anche in base alla mancata crescita economica e alla guerra incombente, è fatto di miseria ed emigrazione forzata, tanto per cambiare. Meloni sa benissimo che grazie alla propaganda a getto continuo propalata da Tg servili e grazie ai ‘giornalisti’ proni annidati nelle redazioni dei giornali nazionali e locali può dire qualsiasi enormità, tanto ben in pochi avranno l’ardire di contraddirla. Così la maggioranza delle persone, che non hanno tempo o voglia di approfondire, non solo credono a simili fanfaluche, ma molti addirittura la votano.

Peccato che Regioni del Sud come Calabria e Sicilia, guarda caso governate dal centrodestra, sono attualmente ai primi due posti in Europa per cittadini in condizioni di povertà. Non parliamo poi dell’emigrazione, soprattutto giovanile, che sta portando il Mezzogiorno alla progressiva desertificazione. Come afferma Meloni ‘possiamo fare sempre meglio e sempre di più’, ma alla frase si dovrebbe aggiungere ‘per affossare il Sud’, ad esempio con l’autonomia differenziata. Altro che Costituzione, altro che Italia unita, altro che frottole.

La questione meridionale si trascina da 165 anni e l’unica risposta che giunge dal governo è l’apartheid economico e sociale, per legge, verso i cittadini (evidentemente di serie B) del Mezzogiorno, grazie all’autonomia differenziata. Con quasi la metà della popolazione a rischio povertà (48,8%), la Calabria è la regione dell’Unione europea a più alto rischio di povertà o esclusione sociale, oltre il doppio della media europea, ferma al 21%. Fanno peggio solo i territori coloniali francesi d’oltremare, ma nel territorio europeo dell’UE – afferma da tempo Eurostat – non c’è area che faccia peggio del Mezzogiorno d’Italia. Al secondo posto in questa classifica di rischio povertà troviamo la Sicilia, col 40%.

A proposito di povertà non bisogna dimenticare poi che le fantomatiche gabbie salariali, richieste a gran voce e da anni da leghisti e liberisti vari, in realtà, come spiego da tempo, sono già in uso da anni e comportano già oggi, a parità di lavoro svolto, un salario più basso al Sud, come dimostrato da uno studio dalla CGIA di Mestre. Infatti, al Nord a parità di lavoro si guadagna in media il 50% più che al Sud, in media 8.459 € all’anno. In più al Sud si pagano le stesse tasse del Nord, ma i servizi mancano! Ma è poi vero che al Sud ‘la vita costa meno’? No!

Soprattutto se consideriamo la scarsità di servizi: sanitari, scolastici, culturali e ricreativi, impiantistica sportiva, mercato (energetici, assicurativi), pubblici essenziali, collegamenti. Inoltre, i mutui al Sud costano fino al 2,5% in più che al Nord. Di conseguenza si impennano i costi da sopportare, anche perché spesso si è obbligati a rivolgersi ai privati, in misura molto maggiore rispetto alle città del Nord. A ciò si aggiunge che la tassazione regionale e comunale che grava sui cittadini del Sud è molto più alta a causa degli scarsi trasferimenti dello Stato. È una vergogna tutta italiana!

Ma per riavere credibilità occorre anche lanciare proposte concrete, che diano idea di un cambiamento reale. Ecco perché come Partito del Sud abbiamo presentato, insieme ad illustri ospiti, lo scorso 20 giugno a Napoli, la nostra proposta per I Sud del Mondo senza Apartheid e senza Neocolonialismo.

Dopo la grande vittoria referendaria per il No alla riforma della giustizia in cui il voto del Sud è stato determinante ora il rischio è che il Mezzogiorno in vista delle prossime elezioni politiche torni a scomparire dai radar e questo non possiamo permetterlo.

 

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