Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Mario Gennarelli
L’ultimo Rapporto SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno), presentato a fine novembre 2025, evidenzia in maniera chiara la realtà di un Mezzogiorno caratterizzato da forti e profondi contrasti.
Viene restituito, infatti, un quadro della situazione che, se da un lato vedel’occupazione del Meridione d’Italia crescere a ritmi superiori rispetto al resto del paese, dall’altro, pone l’attenzione sulla “qualità” di questo stesso lavoro, che si presenta così fragile e precaria da alimentare ancor di più il fenomeno dei working poor, i cosiddetti “lavoratori poveri”, cioè coloro che, pur lavorando, guadagnano un reddito inferiore alla soglia di povertà.
Una galassia multiforme ed assai articolata che può sostanzialmente ricondursi a tre grandi famiglie: i lavoratori a tempo parziale, che non riescono ad ottenere un monte ore di lavoro sufficiente al sostentamento; i lavoratori inseriti in settori caratterizzati da un basso livello salariale (ristorazione, commercio al dettaglio, servizi, ecc.); i lavoratori con contratti a termine o precari, che non godono di alcuna stabilità lavorativa.
Tale fenomeno, soprattutto negli ultimi anni del post COVID, è cresciuto e si è sviluppato in maniera esponenziale, spinto proprio da una inadeguata offerta del lavoro disponibile, essenzialmente contraddistinto da bassi salari, inadeguate garanzie contributive, da carriere irregolari e da una forte precarietà.
Tutto ciò, inevitabilmente, ha comportato un significativo rischio di povertà individuale per i lavoratori, aumentando nel’incidenza anche collettiva, in riferimento all’intero ambito familiare, con inevitabili ricadute, soprattutto in termini di inclusione sociale.
Il fenomeno dei “lavoratori poveri” rappresenta, in tutta evidenza, una delle sfide più difficili per le economie moderne. Nonostante il lavoro, molti individui e le loro famiglie si trovano in una condizione di povertà, affrontando gravose e quotidiane difficoltà economiche.
Sempre dal rapporto SVIMEZ 2025, emerge con chiarezza un grandissimo paradosso: c’è più lavoro, ma al contempo aumenta il tasso di povertà.
Nonostante un “boom” occupazionale (nel triennio 2022-2024 l’occupazione al Sud è cresciuta dell’8%, rispetto al 5,4%delCentro-Nord),il lavoro ormai non garantisce più l’uscita dallo stato di indigenza. I numeri sono chiari ed impietosi: in Italia ci sono 2,4 milioni di lavoratori poveri la cui concentrazione territoriale ne vede quasi la metà (pari a circa 1,2 milioni) vivere nelle regioni del Mezzogiorno dove quasi1lavoratore su 5 è povero (con un’incidenza del 19,4%,contro il 6,9% del Centro-Nord).
Le cause di tale fragilità salariale sono molteplici. Il Rapporto identifica, infatti, diversi fattori strutturali che rendono “povero” il lavoro nel Mezzogiorno.
In primo luogo, il crollo dei salari reali: tra il 2021 e il 2025, il potere d’acquisto dei salari al Sud ha registrato un calo del 10,2% (rispetto al -8,2% del Centro-Nord), a causa di un’inflazione più pesante e di una dinamica salariale più debole.
In secondo luogo, i settori a bassa produttività: gran parte della nuova occupazione, infatti, si concentra nel turismo e nei servizi alla persona, caratterizzati da retribuzioni molto basse e da una precarietà endemica;
Infine,vi è una questione relativa ad una precarietà che è oramai divenuta fenomeno strutturale, nell’ambito del quale l’abuso del part-time involontario nonché il reiterato uso dei contratti a termine colpisce molto duramente, soprattutto donne e giovani.
Tali e tante criticità comportano, quindi, un netto ed inevitabile deterioramento delle condizioni di lavoro all’interno di un mercato che mostra forti limiti riguardo sia alla qualità del lavoro stesso, sia alla sua “attrattività” e, più in generale, alla capacità di porre le famiglie in sicurezza, garantendo loro una vita libera e dignitosa. Emerge, dunque, prepotentemente, il conseguente ed inevitabile deficit di inclusione sociale, con tre aspetti, prevalenti, su tutti:
Un primo aspetto, fortemente critico per l’inclusione futura, è rappresentato dalla “fuga dei giovani”: nonostante cresca l’occupazione giovanile al Sud (+100.000 occupatiunder35),i giovani più qualificati continuano a sostenere il trend migratorio, al Nord oppure transfrontaliero, perché le posizioni professionali, offerte nei territori di origine, sono spesso poco qualificate o qualificanti. Infatti, tra il 2022 e il 2024, 175.000 giovani (25-34 anni) hanno lasciato il Mezzogiorno; di questi, la maggioranza sono laureati (il50%tragliuomini,il70%tra le donne).Questo fenomeno rappresenta una perdita di investimento, in termini di formazione, stimata in 8 miliardi di euro l’anno, per le sole regioni del Sud.
Un secondo aspetto coinvolge il rapporto tra Inclusione e ruolo delle Politiche Sociali.
I dati a disposizione sollevano forti dubbi sull’efficacia delle attuali misure di inclusione dopo l’addio al Reddito di Cittadinanza:l’Assegno di Inclusione (AdI) si concentra per il 68,8% al Sud, ma la spesa complessiva per il contrasto alla povertà è scesa da 9 miliardi (allorquando “vigeva” il RdC) a circa 6 miliardi a regime.
Terzo aspetto, ma non meno importante o marginale, l’emergenza abitativa: l’inclusione è ostacolata anche dal costo della casa. Al Sud, l’incidenza della povertà sale al 25% per chi vive in affitto, contro il 7% per chi possiede una casa di proprietà.
Orbene, tale complessa ed articolata situazione, richiederebbe in tutta evidenza una decisa azione che possa incidere su diversi aspetti: aumenti dei salari minimi; una maggiore spinta verso efficaci sistemi di Formazione e Riqualificazione professionale; un incremento delle Politiche di Sostegno Familiare; una decisa promozione della Giustizia Sociale, garantendo opportunità eque per tutti, indipendentemente dal proprio background socioeconomico.
Il problema dei lavoratori poveri e dei salari bassi è, quindi, complesso e richiede un approccio multifattoriale. I risultati dell’analisi mostrano inequivocabilmente come sia oramai urgente dedicare attenzione alla qualità del lavoro e alla“misura”dei salari, in particolare di donne, giovani e lavoratori del Mezzogiorno.
Questo processo di trasformazione della regolazione del lavoro è all’origine di una crescente, e via via consolidatasi nel tempo, polarizzazione sociale che segna un confine e un solco sempre più netto e profondo tra coloro che riescono a trarre vantaggio dalle nuove opportunità professionali (e che, nella pandemia, hanno mantenuto sufficienti livelli di reddito e di occupazione), e coloro i quali vivono sempre di più in una situazione di insicurezza e di disagio sociale.
Diverse spinose questioni restano ancora aperte e prive di soluzioni, convivendo sullo stesso medesimo piano ed intrecciandosi tra di loro: un aspetto più propriamente distributivo, rappresentato dal reddito da lavoro e, come detto, dalla misura e dall’entità dello stesso; una spetto più squisitamente redistributivo, rappresentato dai trasferimenti di ricchezza che vanno ad integrare il reddito da lavoro (nelle varie forme di sostegno al reddito e di contrasto alla povertà); una componente, per così dire, “di riconoscimento”, che conterrebbe in sé ogni strumento utile a consentire un accesso libero, universale ed indiscriminato ai diritti e alle “eque opportunità” per tutti.
Gli strumenti approntati fino ad ora si sono rilevati del tutto insufficienti ad incidere su tali profonde disparità.
Un esempio su tutti: le condizionalità, sempre più stringenti, di molte misure di sostegno al reddito dirette ai poveri, riproponendo sic et simpliciter la “vecchia” alternativa tra salario e sussidio, e cioè tra poveri che siano abili al lavoro e,in quanto tali,“destinati”alla indipendenza economica e poveri non abili al lavoro, ritenuti meritevoli di assistenza, si rivelano oggi del tutto incapaci di confrontarsi con i rapidi e profondi mutamenti che hanno investito la struttura occupazionale e familiare che contraddistingue la nostra epoca.
È, quindi, chiaro ed evidente come non sia stato impedito che il solco tra “garantiti” e “non garantiti” (o “garantiti male”) si allargasse sempre di più.
Tale circostanza, partendo anche da una incapacità di lettura dei fenomeni che hanno caratterizzato soprattutto il mercato del lavoro post pandemico, consente di evidenziare un ulteriore tema, foriero di future e, forse, decisive riflessioni: quello della rappresentanza di questa multiforme e complessa schiera di “lavoratori poveri”, che vanno dall’operaio agricolo al rider, figura di sconvolgente e drammatica attualità.
Possiamo, quindi, ritenere che i tempi siano oltremodo maturi per porsi il problema di costruire adeguate forme di rappresentanza di questi lavoratori “non rappresentati” e “non facilmente rappresentabili”, che possano consentire, da un lato, di “leggere” con lucidità l’estrema complessità dei fenomeni in atto e, dall’altro, di individuare le soluzioni rispetto alle tante questioni ancora aperte?
Sommessamente, penso di sì, ma questa è un’altra riflessione che merita un ulteriore ed adeguato approfondimento.
