Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Mario Gennarelli 

Non è tutto oro quel che luccica! È sicuramente comodo e confortevole vedersi consegnare a casa, ed in pochi minuti, un pasto caldo e delizioso, magari confezionato in un packaging accattivante ed ammiccante, che mostra e disvela tutte le virtù di quel buon cibo.

Potremmo quasi considerarla una meraviglia dei tempi moderni, che, però, nasconde un sistema di lavoro che alcune recentissimeinchieste giudiziarie ele organizzazioni sindacali (per vero, da tempo) non esitano a definire come una forma di nuova schiavitù.

Quello che per molti è, in effetti, un servizio efficace e rapido, per migliaia di lavoratori rappresenta, invece, una lotta quotidiana,serrata ed estenuante contro algoritmi punitivi, paghe da fame e rischi assai elevati per la propria incolumità fisica.

Quello dei riders è sicuramente la parte più evidente e rappresentativa del più ampio fenomeno dei working poor.

I riders portano sulle loro spalle l’intollerabile “peso del Cottimo” (accompagnato dal diktat che“più consegni e più guadagni” – sic! -), portando a casa paghe sotto la soglia di povertà.

Nonostante la fallace ed ingannevole promessa di flessibilità, legata, almeno apparentemente, alle modalità di lavoro nonché alla “semplicistica” riconduzione del fenomeno nell’ambito del lavoro autonomo, la realtà economica dei rider è drammatica.

In effetti, secondo l’inchiesta del 2025 di NIdiL CGIL, oltre il 56% dei lavoratori guadagna tra i 2 e i 4 euro lordi per ogni singola consegna e per raggiungere uno stipendio dignitoso, molti sono costretti a lavorare fino a 10 o 12 ore al giorno, 7 giorni su 7.

Alcune recenti inchieste giudiziarie hanno evidenziato addirittura compensi fino all’81% inferiori rispetto ai minimi contrattuali, posizionando i lavoratori ben al di sotto della soglia di povertà.

Tale inquietante e preoccupante fenomeno, però, non si esaurisce né si limita a ciò,poiché, nella maggior parte delle ipotesi, i riders sono costretti a farsicarico dei costi necessari per poter espletare il proprio lavoro: carburante, manutenzione del mezzo (spesso biciclette o scooter personali) e dispositivi di sicurezza sono frequentemente a carico del lavoratore, erodendo ulteriormente il suo guadagno netto.

Inoltre, accanto alla drammatica ed intollerabile condizione retributiva, si pone un importante tema legato alla sicurezza ed airischi chequesti lavoratori affrontano e che rendonola strada,percorsa quotidianamente dal rider, un vero e propriocampo di battaglia

La sicurezza rappresenta, infatti, l’altra grande emergenza. La pressione dell’algoritmo (che sovraintende tutto il processo produttivo, se così vogliamo definirlo) spinge, infatti, i riders ad andare sempre più veloci, spesso ignorando le condizioni meteo avverse oppure la grande stanchezza accumulata.

In effetti, nel corso degli ultimi due anni, si sono registrati oltre 1.300 incidenti ufficiali, legati a situazioni avverse nelle consegne dei riders, oltre ad almeno 12 decessi.

Circa il 60% dei lavoratori, però, non denuncia gli infortuni, temendo ritorsioni dall’algoritmo o, peggio, la perdita di turni futuri.

Inoltre, al di làdei pericolosi rischi stradali, i lavoratori denunciano anche frequenti episodi di aggressioni e di rapine, specie durante le ore notturne.

Sul punto, il panorama normativo è in lenta trasformazione e ciò anche grazie ad un’ampia ed articolata “battaglia legale” che ha visto numerosi Tribunali italiani pubblicare diverse interessanti pronunce che hanno dato lo stimolo per il progressivo riconoscimento di diritti a questa particolare categoria di lavoratori.

Da un lato,quindi, una lenta ma progressiva attività normativa che ha preso le mosse dalla decisa iniziativa comunitaria, soprattutto grazie all’adozione della Direttiva UE 2024/2831, e , dall’altro l’azione profonda ed incisiva della magistratura italiana, in particolar modo della Procura di Milano, la quale ha avviato inchieste epocali, in sede penale, per caporalato digitale e per sfruttamento della manodopera, arrivando a disporre finanche il controllo giudiziario per colossi del delivery food come Gloovo-Foodinho.

Come detto, quindi, le “nuove” e progressive tutele si muovono su due binari:

In primo luogo, la Direttiva UE 2024/2831.

L’Italia, infatti, dovrà recepire, entro il dicembre del 2026 le nuove norme europee per migliorare le condizioni di lavoro sulle piattaforme digitali.

In seconda battuta, ma non ultima per importanza, l’attività di moltissimi Tribunali (sia in sede civile che in sede penale) nonché della Suprema Corte di Cassazione che, attraverso recenti Sentenze, hanno iniziato a riconoscere ai riders le tutele del lavoro subordinato, anche se formalmente inquadrati come autonomi, qualora gli stessi siano diretti in modo stringente ed “invasivo” dall’algoritmo.

La Corte di Cassazione, infatti, con la Sentenza n. 28772/2025, ha stabilito che i rider non possono essere trattati come semplici lavoratori autonomi se la loro attività è organizzata dalla piattaforma.

Più nello specifico, sono stati definiti come collaboratori etero-organizzati e questo riconoscimento ha garantito loro l’applicazione delle tutele tipiche del lavoro subordinato, pur mantenendo formalmente un’autonomia operativa.

La Direttiva UE 2024/2831 segna una svolta storica per il lavoro tramite piattaforma. L’obiettivo principale è porre fine al fenomeno dei “falsi lavoratori autonomi”, garantendo tutele reali a milioni di rider.

Essa rappresenta uno dei più significativi interventi normativi dell’Unione Europea degli ultimi anni in materia di lavoro, disciplinando compiutamente il lavoro svolto tramite piattaforme digitali (come, a titolo esemplificativo, food delivery, servizi di trasporto, micro-task e prestazioni on-demand), un settore caratterizzato da una crescita rapida ma anche da forti incertezze giuridiche.

I punti salienti di tale normativa comunitaria vanno proprio nella direzione di allargare progressivamente le garanzie in favore di questa categoria di lavoratori, prevedendo in particolare:

– Una presunzione di subordinazione: viene introdotta una “presunzione legale” di rapporto di lavoro dipendente. Se la piattaforma esercita controllo e direzione (ad esempio, attraverso orari imposti o sistemi di punteggio), il rider sarà considerato lavoratore subordinato a tutti gli effetti;

Inversione dell’onere della prova: non sarà più il lavoratore a dover dimostrare in tribunale di essere un dipendente; spetterà alla piattaforma e, quindi, al datore di lavoro, provare il contrario (ovvero che il rider è realmente un libero professionista);

Trasparenza degli Algoritmi: le aziende dovranno rendere pubblici i criteri con cui gli algoritmi assegnano le consegne o valutano le performance. È previsto l’obbligo di monitoraggio umano sui sistemi automatizzati per evitare decisioni discriminatorie o arbitrarie;
Protezione dei dati sensibili: sarà vietato alle piattaforme raccogliere dati sul profilo psicologico, sulle conversazioni private o le opinioni politiche dei lavoratori;
Diritti Sindacali e Contrattazione: la Direttiva promuove il ruolo delle parti sociali, facilitando la contrattazione collettiva anche per chi rimane inquadrato come lavoratore autonomo.

L’obiettivo della direttiva, quindi, è chiaro e duplice: da un lato, migliorare le condizioni di lavoro delle persone che operano tramite piattaforme digitali, dall’altro garantire certezza giuridica alle imprese, contrastando il fenomeno delle classificazioni fittizie di lavoro autonomo.

Entro la data del 2 dicembre 2026, le normative nazionali dovranno essere adeguate al fine di rendere effettive le nuove tutele previste a livello europeo mentre in Italia, l’iter di recepimento è già iniziato con i primi pareri favorevoli in Parlamento nel marzo del 2025.

Ciononostante, la condizione di “schiavo su due ruote” permane e rappresenta ancora oggi una intollerabile e preoccupante realtà, vissuta quotidianamenteda coloro i quali (spesso i soggetti più fragili della società, come stranieri e giovani precari) sonototalmente privi di valide alternative.

Per questo che bisogna tenere alta l’attenzione sul fenomeno e tendere alla costruzione di una adeguata rete di tutele per garantire, a queste nuove identità lavorative, condizioni sicure, dignitose ed adeguatamente retribuite.

 

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