di Antonio Salvati
Walter Lippmann con il suo noto volume Public Opinion[1], pubblicato a New York nel 1922, è il primo a parlare di stereotipi, a fornire una chiara ed efficace analisi del fenomeno dell’insorgere dell’opinione pubblica, di come le opinioni dei cittadini diventino Opinione Pubblica, del ruolo occupato in questo processo dai mezzi di comunicazione di massa (all’epoca rappresentati soprattutto dei giornali). Il testo forniva importanti riflessioni sul rapporto tra comunicazione e potere, tra giornalismo, opinione pubblica e democrazia, forma di governo della quale Lippmann illustra con chiarezza alcuni dei più gravi problemi, con particolare riferimento agli Stati Uniti di quegli anni. Tuttavia, fin dall’inizio il concetto dell’opinione pubblica – ossia condensare, aggregare un modo di pensare disparato e diffuso, afferrandone il senso comune – apparve controverso in quanto non era chiaro come l’opinione pubblica si sarebbe potuta sviluppare in una società come quella in cui viviamo noi.
Difficile oggi definire l’opinione pubblica in un tempo in cui ci misuriamo con la nostra incapacità di entrare in relazione con una realtà che cambia continuamente. Un tempo in cui in apparenza niente è da scoprire perché tutto è palese e le presunte fonti del sapere sono accessibili senza sforzo. Tutto è in tempo reale, e quella che chiamavamo e continuiamo a chiamare “opinione pubblica” tende a dissolversi. In un breve ma assai denso libretto, Il silenzio dell’opinione pubblica (Feltrinelli 2026 € 10 p. 80), ne parlano Ezio Mauro e Zygmunt Bauman. Si tratta di una conversazione avvenuta nel 2014 tra l’ex direttore di Repubblica con il sociologo polacco,scomparso nel 2017, che non ha mai rinunciato a una lucida analisi dei mutamenti sociali ed economici a livello globale, offrendo a tutti, attraverso il suo sguardo acuto, la possibilità di intravedere una strada per il futuro.
L’opinione è il primo effetto della nostra relazione col mondo, in modo diretto o mediato. Questo processo, che ci consente di penetrare il reale, sta diventando sempre più complesso e faticoso.Bauman ci aiuta a inquadrarlo in quella che ha notoriamente definito società liquida[2] dove le situazioni in cui vivono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini, in procedure, potremmo dire in forme. La vita liquida, come la società liquida, non riesce a conservare la propria fisionomia, a strutturarsi. È improbabile che le forme sociali abbiano abbastanza tempo per solidificarsi e per questo con la loro fugace promessa di vita, la loro breve attesa di futuro, non riescono più a funzionare come quadro di riferimento per le azioni umane e come costante orizzonte comune. Pertanto, non riusciamo più accumulare un deposito di esperienza coerente, non riusciamo a concretizzare risultati che diventino un bene duraturo a cui far riferimento. Le circostanze in cui ci muoviamo cambiano spesso così in fretta da non poter essere definite compiutamente un’esperienza umana. Siamo di fronte ad un orizzonte frantumato, privo di una visione. Fatichiamo o non riusciamo a capitalizzare ciò che esprimiamo vivendo, come se ogni nostra azione non fosse più in grado di lasciare una traccia duratura e riconoscibile.
Ciò che si è sciolto non torna solido. Il pensiero è per forza di cose frammentario e precario. Come afferma Mauro le idee sembrano viaggiare con la scatola degli attrezzi e le istruzioni per l’uso, separate e svincolate da qualsiasi processo cognitivo. Per meglio comprendere per Bauman è necessario fare un passo indietro, tornare all’antica Grecia e all’agoràche costituiva lo spazio per la discussione pubblica[3]che nell’antica polis si poneva come spazio intermedio tra l’ecclesìa (l’assemblea dei rappresentanti), luogo per eccellenza della decisione politica, e l’oikos (la casa) il luogo del privato e dell’amministrazione della proprietà[4]. L’agorà è, pertanto, il punto d’incontro fra le esigenze generali della polis (l’interesse pubblico) e l’insieme dei singoli interessi privati. “L’aspettativa, nell’agorà, era che gli interessi privati si adattassero ai bisogni, alle esigenze o alle pressioni della sfera pubblica”[5]e viceversa che gli interessi dei singoli si manifestassero in forma condivisa in modo da poter influenzare l’ecclesìa. L’agorà si poneva, in tal senso, a metà strada e cercava di “tradurre” l’interesse privato in tematiche di ordine e interesse pubblico e, all’inverso, di “tradurre” questioni pubbliche in doveri e diritti privati. Era quindi un luogo di traduzione continua. Per Bauman la cosa più evidente nella natura dell’opinione pubblica è proprio la trasformazione subita dall’agorà: “al contrario delle aspettative, era stato il privato a invadere l’agorà e non viceversa”[6]. Il privato non smette di dominare l’agorà, attraverso una continua diffusione in pubblico di sentimenti, immagine e rivelazioni personali.
L’agorà era il luogo dove – sottolinea Mauro – sofferenze e speranze individuali riuscivano a comporsi nel discorso pubblico. Mentre oggi “viviamo nella mutevolezza identitaria trasmettendo soltanto riflessi episodici di noi stessi, e portiamo nello spazio pubblico rappresentazioni fugaci e parziali di ciò che realmente pensiamo e vogliamo. Siamo dunque noi che cambiamo l’agorà: al suo interno non si negoziano più sogni né meraviglie, non c’è più la possibilità di incrociare le nostre speranze e le nostre ribellioni con gli interessi e le motivazioni altrui costruendo una ‘causa’, per la quale varrà la pena di battersi, per grande o piccola che sia”[7]. Internet da tempo ci ha spalancato le porte dell’informazione, della comunicazione, della trasmissione di dati, immagini e concetti. Tutto in rete diventa ubiquo, contemporaneo, immediato, abbattendo il tempo e lo spazio.
I social network ci danno l’impressione della possibilità infinita di agganciare il mondo, di farne parte, di interloquire con chiunque, di intervenire su ogni cosa, anche se nessuno ci interpella. Ma aiutano la formazione di una vera opinione pubblica? In realtà, non sappiamo più – spiega Bauman – dove la sfera pubblica cominci e dove finisca. “È dispersa, frammentaria, amorfa: non ha più uno spazio o una forma propri, né confini chiari. Ed è, soprattutto, inondata di informazioni. Un esempio eloquente: un’edizione domenicale del ‘New York Times’ contiene più dati di quanti i grandi filosofi dell’Illuminismo abbiano potuto ‘consumare’ in tutta la loro vita. Se pensiamo a quante domeniche viviamo, ci rendiamo conto di quante informazioni siano teoricamente a nostra disposizione. Ma, nella pratica, è quasi impossibile assimilarle tutte. Viviamo immersi in un flusso ininterrotto di contenuti”.
Bauman ricorda che quando era giovane si preoccupava non sapere abbastanza. Oggi, al contrario, ciascuno di noi è in difficoltà perché sappiamo – o meglio, riceviamo – troppo. L’eccesso di informazioni ci travolge, orientarsi è difficile, capire cosa sia davvero utile ancora di più. Il risultato per Bauman è chiaro: “la deregolamentazione della sfera pubblica ha prodotto un’opinione pubblica elusiva e disorganizzata. A questo si aggiunge la progressiva occupazione di quello spazio da parte di attori privati, che non guardano più all’interesse collettivo: le aziende televisive puntano agli indici di ascolto, gli editori ai bestseller, i giornali al numero di lettori. Quindi tutto finisce per dipendere dai capricci, spesso imprevedibili, dei mercati”[8].
Bauman nei suoi lavori ha più volte sostenuto che noi viviamo una separazione tra il potere, che è la potestà di fare le cose, e la politica, che è la potestà di scegliere le cose da fare: una coppia che nello stato moderno dovrebbe coabitare in modo pacifico all’interno della casa comune che è lo Stato-nazione. Ma il potere oggi è nomade, si sposta, cambia residenza. Infatti, gran parte di questo sistema che domina lo scenario internazionale attraverso il movimento mondiale dei capitali e delle informazioni continua a spostarsi nello spazio extraterritoriale. L’extraterritorialità è la caratteristica principale del potere contemporaneo, rendendolo imprendibile, volatile.
I governi, da una parte, devono rispondere agli elettori, ma dall’altra devono misurarsi con poteri globali che operano in uno spazio immateriale, ossia lo “spazio dei flussi”, che sfuggono al controllo dei governi nazionali, mostrandosi impotenti. Ricongiungere potere e politica, oggi decisamente separati, è la sfida fondamentale del nostro tempo. Difficile per Bauman fare previsioni perché “la storia non esiste prima di accadere: non si può prevederne la forma finché non diventa presente. La storia dipende dalle scelte umane”. C’è, quindi, un intreccio profondo tra vita individuale e processi storici. Ed è in questo intreccio che si decide il nostro futuro. In questo senso, Bauman sottolinea il ruolo fondamentale della speranza, uno degli aspetti più straordinari e permanenti della natura umana: “tutto il resto va e viene, ma la speranza rimane, ed è proprio questo ad unire l’umanità”[9].
In un volumetto, curato da Mario Marazziti e Luca Riccardi, sono contenuti alcuni interventi di Bauman agli Incontri Internazionali Uomini e Religioni organizzati dalla Comunità di Sant’Egidio ad Anversa nel 2014 e ad Assisi nel 2016 al quale partecipò Papa Francesco[10]. Nel discorso pronunciato in apertura dell’Incontro di Assisi, Bauman affermò: “Fortunatamente ci è stato fatto un grande dono dal cristianesimo, dalla Chiesa cattolica: ed è Papa Francesco che ci indica il percorso”. Nel saggio di Andrea Riccardi che chiude il volume si racconta l’incontro fra Bauman e papa Bergoglio, avvenutoil 20 settembre 2016, nell’antico convento francescano, il cosiddetto Sacro Convento, inaugurato nel XIII secolo dopo la beatificazione di San Francesco, a lato della basilica dove sono conservate le spoglie del santo.
Nel colloquio – racconta Riccardi – il sociologo ha detto a Francesco la sua simpatia e prossimità per quanto andava dicendo e facendo nel mondo con la sua consueta maniera asciutta e concreta. Il professore polacco non nascose il suo “pessimismo” sulla situazione e l’evoluzione del mondo contemporaneo. E, in conclusione al colloquio con Francesco, Bauman ha aggiunto: “Ho lavorato tutta la vita per rendere l’umanità un posto più ospitale. Sono arrivato a 91 anni e ne ho viste di false partenze, fino a diventare pessimista. Grazie, perché lei è per me la luce alla fine del tunnel”.Il papa rimase molto sorpreso. Gli rispose: “nessuno mai mi ha detto che ero in fondo a un tunnel». E Bauman disse: “Sì, ma come una luce”. Fu un incontro intenso tra due personalità molto diverse.
Il messaggio di Francesco era una “luce” alla fine del “tunnel” della “globalizzazione negativa”, che ha caratterizzato i primi due decenni del XXI secolo. Il suo “pessimismo” si esprimeva in una critica severa alla globalizzazione, dalla quale scaturiva l’“incertezza” del cittadino globale e, soprattutto, del suo ripiegamento su sé stesso e sul presente, che lo spinge a non guardare con speranza al futuro, anzi a innalzare “muri” contro l’altro. Nel corso del 2017, in visita alla Terza Università di Roma, Papa Francesco – ricorda Riccardi – tenne un lungo discorso a braccio, con molti spunti critici sull’attuale società globale, citando esplicitamente Bauman. In quel discorso ha parlato in termini positivi della prospettiva di una “globalizzazione poliedrica, in cui ogni cultura conserva la sua identità”, riprendendo le tematiche della “società liquida” di Zygmunt Bauman e citandolo. E poi, a partire da questo, ha mosso una critica dura all’economia liquida soprattutto a causa della disoccupazione giovanile.
La speranza[11] non è evitare i problemi con il fatalista e irenico speriamo che andrà tutto bene.In definitiva, la speranza è una “forma” della nostra esistenza. Senza speranza non riusciamo a cogliere l’essenziale della vita e, anzi, se vogliamo esser capaci di dare un annuncio dobbiamo rivestirlo di un linguaggio che parli di speranza e attuare segni concreti di speranza, come chiese Papa Francesco.”Gli antichi probabilmente– sostenne Bauman – già lo sospettavano ma, guidati dal principio Dum spiro, spero – fin che c’è vita c’è speranza -, sostenevano che senza duro lavoro la vita non offrirebbe nulla che abbia valore. Duemila anni dopo, questo suggerimento non ha perso affatto la sua attualità“[12].
[1]W. Lippmann, L’opinione pubblica, Donzelli Roma, 2018
[2] Z. Bauman, Vita liquida, Laterza Roma – Bari, 2008.
[3] Un riferimento metaforico, non certo un modello praticabile in condizioni storiche profondamente diverse.
[4] Da notare come da oikos derivi il termine economia.
[5]Z. Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano 2008.
[6]Z. Bauman – M.Mauro, Il silenzio dell’opinione pubblica, Feltrinelli,Milano 2026
[7]Ibidem.
[8]Ibidem.
[9]Ibidem.
[10]Z. Bauman, La luce in fondo al tunnel, Dialoghi sulla vita e la modernità, San Paolo, Milano 2018. In particolare, i discorsi riguardano il tema dell’immigrazione (Immigrazione e modernità sono fratelli, Eppure gli stranieri non sono un problema), il dialogo (Il dialogo l’arte più importante), le prospettive.
[11] Secondo il vocabolario online Treccani, la speranza è un sentimento di “aspettazione fiduciosa nella realizzazione, presente o futura, di quanto si desidera”. L’etimologia del sostantivo speranza deriva dal latino spes, a sua volta derivato dalla radice sanscrita spa- che significa tendere verso una meta.
[12]Z. Bauman, L’arte della vita, Laterza Roma – Bari, 2008.
