di Salvatore Lucchese

Grazie all’utilizzo dei finanziamenti straordinari del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), si sta iniziando a colmare il gap Nord-Sud relativo alle infrastrutture sociali, in primis la percentuale di alunni residenti al Sud messi in condizione di avere accesso agli asili nido ed alle mense scolastiche, due indicatori fondamentali della fruizione del diritto di cittadinanza all’istruzione.

Come a questo proposito ha osservato la Svimez: “Già nel 2025, lo stato di avanzamento delle opere fa registrare un avvicinamento nell’offerta pubblica di asili nido tra le due macro-aree”.

Inoltre, ha sottolineato sempre la Svimez, anche per quanto concerne la fruizione delle mense scolastiche: “La percentuale di alunni che le frequentano passa dal 19,2% del 2019 al 31,6% del 2023 al Sud”.

Una vera e propria inversione di tendenza (+12.4%), ma è tutto oro quello che luccica?

Purtroppo, no, in quanto, chiosa sempre la Svimez: “Resta […] da verificare la sostenibilità nel tempo di questo miglioramento, legata alla capacità di garantire continuità gestionale e copertura finanziaria per la spesa corrente”.

In altri termini, quando finirà la ‘benzina’ del Pnrr con quale ‘propellente’ nazionale saranno finanziati non solo il mantenimento delle strutture ma anche il personale necessario a garantire i servizi per gli asili nido e le mense scolastiche?

Dato il disegno dell’attuale governo Meloni, che, in continuità con quelli che lo hanno preceduto, mira all’attuazione del regionalismo differenziato, tramite il quale verrà istituzionalizzata in modo definitivo, permanente e strutturale la spesa storica che avvantaggia il Centro-Nord (+60miliardi di euro l’anno) a discapito del Sud (-60 miliardi di euro l’anno) per l’iniqua distribuzione della spesa pubblica complessiva pro-capite, non ci sarà il ‘propellente’ nazionale ed i servizi messi in moto grazie alla ‘benzina’ del Pnrr rischieranno di fermarsi, o, in altre parole, di diventare delle nuove cattedrali nel deserto, a tutto svantaggio, innanzitutto, delle classi popolari, dei lavoratori poveri e delle famiglie in povertà assoluta.

Cosa fare rispetto a tale rischio concreto di ulteriore desertificazione del Mezzogiorno?

1. Continuare ad impostare l’impegno meridionalista sulla base della persuasione delle classi dirigenti su cosa occorrerebbe fare per perequare le due Italie? Classi dirigenti locali e nazionali, si ricordi, che sono soprattutto espressione del blocco sociale predominante nel Mezzogiorno. Blocco sociale predominante estrattivo di risorse pubbliche, che, in cambio dell’accesso alle risorse del Pnrr e dei vantaggi fiscali della Zona economica speciale unica (Zes), sembra riconoscere ai blocchi sociali predominanti del Nord l’attuazione dell’autonomia regionale differenziata.

2. Oppure, occorrerebbe impegnarsi per la costruzione dal basso di un meridionalismo di lotta, che faccia leva sul blocco delle classi sociali sfruttate, dominate ed oppresse, a partire, innanzitutto, dalle famiglie in povertà assoluta (55,5% rispetto al dato nazionale), e dai lavoratori sì, ma poveri, che al Sud sono 1,2milioni, vale a dire il 50% dei lavoratori poveri a livello nazionale?     

 

 

 

 

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