di Giuliano Laccetti
Abstract
Perché la parola “patrimoniale” suscita tanta paura anche tra persone che non possiedono grandi patrimoni? Il saggio analizza le ragioni culturali, economiche e politiche che rendono questo tema particolarmente controverso nel dibattito italiano. Attraverso la distinzione tra reddito da lavoro e rendita patrimoniale, l’analisi mette in discussione l’idea che ogni forma di tassazione della ricchezza costituisca un attacco indistinto alla proprietà privata. Vengono affrontati i temi delle grandi fortune, delle successioni ereditarie, della concentrazione della ricchezza, della fuga dei capitali e delle possibili risposte nazionali ed europee. Sullo sfondo emerge una questione più ampia: come finanziare welfare, sanità e istruzione senza interrogarsi sul rapporto tra lavoro, rendite e grandi patrimoni.
Parole chiave: Patrimoniale; Disuguaglianze; Rendita; Successioni; Welfare.
Poche parole, nel lessico politico italiano, provocano reazioni emotive paragonabili a quella di “patrimoniale”. Basta pronunciarla perché una parte dell’opinione pubblica si irrigidisca. Non importa quale sia la proposta concreta, quali soglie preveda o quali patrimoni intenda colpire. La discussione si sposta rapidamente dal merito alla paura. Eppure, il dato più interessante non riguarda la patrimoniale in sé, ma le persone che la temono.
Nella quasi totalità delle proposte avanzate negli ultimi anni, si è parlato di patrimoni superiori ai dueo più milioni di euro. Soglie che escludono la stragrande maggioranza della popolazione italiana. Eppure, lavoratori dipendenti, pensionati, professionisti e piccoli imprenditori reagiscono spesso come se quelle misure fossero rivolte direttamente contro di loro. Si tratta di un fenomeno culturale prima ancora che economico. Da almeno quarant’anni il linguaggio delle classi sociali è stato progressivamente sostituito da quello dell’aspirazione individuale. Molti cittadini non si identificano più con la propria condizione economica effettiva, ma con quella che sperano un giorno di raggiungere.
Difendono patrimoni che non possiedono (e non possiederanno mai!) e percepiscono come una minaccia personale misure che riguardano una ristrettissima minoranza di grandi detentori di ricchezza. Questo meccanismo si alimenta, tra l’altro, anche attraverso una confusione fondamentale: quella tra reddito da lavoro e rendita patrimoniale.
Il reddito da lavoro deriva da un’attività. Richiede tempo, competenze, responsabilità, fatica. Se il lavoratore smette di lavorare, quel reddito tende a diminuire o a scomparire. La rendita patrimoniale segue una logica diversa. È il patrimonio stesso a produrre ricchezza attraverso immobili, partecipazioni societarie, azioni, obbligazioni, fondi e altri strumenti finanziari. Non vi è nulla di illegittimo nella rendita. Ma è difficile sostenere che lavoro e patrimonio siano la stessa cosa.
L’esempio più evidente arriva dai vertici del capitalismo globale. Per anni figure come Elon Musk o Mark Zuckerberg sono state descritte come “CEO da un dollaro”. Hanno percepito, come stipendio, un dollaro l’anno. Perché la loro ricchezza deriva dal possesso di enormi partecipazioni azionarie. Quando il valore di Tesla o Meta cresce in Borsa, il loro patrimonio aumenta di miliardi di dollari senza assumere necessariamente la forma di uno stipendio. È la dimostrazione più evidente del fatto che la grande ricchezza contemporanea nasce sempre meno dal lavoro in senso tradizionale e sempre più dal possesso di capitale.La differenza non è soltanto quantitativa.
È qualitativa. Un professionista può guadagnare centinaia di migliaia di euro l’anno grazie al proprio lavoro. Ma la sua ricchezza resta legata alla propria attività. Le grandi fortune contemporanee funzionano in modo diverso. Quando il patrimonio raggiunge decine o centinaia di milioni di euro, è il capitale stesso a produrre nuova ricchezza. A quel livello la distinzione tra reddito da lavoro e reddito da patrimonio diventa decisiva.
Questa distinzione dovrebbe riflettersi anche sul piano fiscale. In Italia i redditi da lavoro sono sottoposti a un’imposizione progressiva che raggiunge il 43% negli scaglioni più elevati. Molte rendite finanziarie sono invece tassate al 26%. Non si tratta di situazioni perfettamente comparabili, ma il confronto pone una domanda difficilmente eludibile: perché il reddito prodotto dal lavoro dovrebbe essere tassato più severamente di una parte significativa dei redditi derivanti dal patrimonio?
Naturalmente esistono eccezioni che rispondono a precise finalità sociali. La cedolare secca al 10% per alcuni contratti di locazione a canone concordato non è stata introdotta per favorire genericamente i proprietari immobiliari, ma per incentivare l’immissione sul mercato di abitazioni che altrimenti potrebbero restare sfitte, calmierare i canoni e contrastare l’evasione fiscale.Questo aspetto apre una questione più ampia, che riguarda il rapporto tra patrimonio e funzione sociale. Da Parigi a Barcellona, da Bruxelles a New York, numerose amministrazioni stanno sperimentando strumenti fiscali per contrastare la crisi abitativa: tassazione degli immobili lasciati sfitti, incentivi per chi affitta a canoni accessibili, contributi alla ristrutturazione vincolati alla successiva locazione degli immobili, forme di prelievo sugli appartamenti di lusso utilizzati solo occasionalmente. L’obiettivo non è mettere in discussione il diritto di proprietà, ma affrontare una contraddizione sempre più evidente: in molte città convivono emergenza abitativa e migliaia di alloggi inutilizzati o sottoutilizzati.
Da questo punto di vista, una casa nella quale vive una famiglia, un appartamento dato in affitto, un immobile lasciato vuoto per anni e un patrimonio immobiliare composto da decine di unità non svolgono la stessa funzione economica e sociale. Eppure, il dibattito pubblico tende spesso a trattarli come se fossero la stessa cosa.Naturalmente non tutti i patrimoni sono uguali.
Una famiglia che vive nella propria abitazione principale non si trova nella stessa situazione di chi possiede decine di immobili o patrimoni finanziari multimilionari. Per questo quasi tutte le proposte contemporanee prevedono franchigie elevate e soglie molto alte, proprio per distinguere il patrimonio ordinario dalle grandi concentrazioni di ricchezza.
La stessa confusione emerge quando si affronta il tema delle successioni. In Italia basta proporre una maggiore tassazione delle grandi eredità perché scattino accuse di comunismo, esproprio o ostilità verso il merito. La tassazione delle successioni non appartiene tanto alla tradizione socialista, ma appartiene, nasce, possiamo dire, da una parte importante della tradizione liberale.John Stuart Mill sosteneva che le grandi eredità rischiano di compromettere l’uguaglianza delle opportunità. Il suo ragionamento era semplice: una cosa è costruire una fortuna attraverso il lavoro, l’impresa e l’innovazione; un’altra è riceverla integralmente senza aver contribuito alla sua formazione.
Chi eredita dieci milioni di euro non li riceve per merito, talento o spirito imprenditoriale. Li riceve perché è nato nella famiglia giusta.Per questa ragione molti pensatori liberali hanno considerato la tassazione delle grandi successioni non come un attacco al mercato, ma come uno strumento per evitare che il capitalismo si trasformi in una società ereditaria.È un tema che Thomas Piketty ha riportato al centro del dibattito internazionale. Nel suo Il capitale nel XXI secolo sostiene che, in assenza di correttivi, la ricchezza accumulata tende a concentrarsi progressivamente e che il peso delle eredità rischia di tornare ai livelli dell’Europa ottocentesca.
In questo senso, la tassazione delle grandi successioni pone una questione diversa rispetto alla tassazione del reddito. Non riguarda ciò che una persona produce, ma ciò che riceve. Per questo molti economisti e pensatori liberali hanno considerato l’imposta di successione una delle forme di tassazione più compatibili con il principio di uguaglianza delle opportunità.
Naturalmente ogni proposta di tassazione patrimoniale incontra un’obiezione ricorrente: la fuga dei capitali.È probabilmente l’argomento più forte utilizzato dai suoi oppositori. Se si tassano i grandi patrimoni, si dice, i ricchi sposteranno residenza fiscale, attività finanziarie e investimenti all’estero. Il problema esiste, ma viene spesso presentato come se fosse insormontabile.In realtà, negli ultimi decenni, gli strumenti di cooperazione fiscale internazionale sono cresciuti enormemente. Il sistema americano FATCA e il Common Reporting Standard promosso dall’OCSE hanno ridotto in modo significativo il segreto bancario internazionale attraverso lo scambio automatico di informazioni finanziarie tra Stati. Spostare capitali all’estero non significa più renderli invisibili al fisco.
Anche sul piano nazionale esistono strumenti di contrasto. Gli Stati Uniti applicano una tassazione legata alla cittadinanza: ogni cittadino Usa DEVE pagare le tasse al fisco Usa. Ovviamente si può rinunciare a restare cittadini Usa, ma per questo c’è la Exit Tax, un meccanismo molto severo economicamente per chi rinuncia alla cittadinanza fiscale.
La Spagna, che mantiene una forma di imposizione patrimoniale e ha introdotto una specifica imposta sulle grandi fortune superiori a determinate soglie, ha costruito una serie di correttivi destinati a evitare effetti eccessivamente penalizzanti sulle attività produttive e sulle imprese familiari.Non si tratta di modelli automaticamente trasferibili all’Italia. Ma dimostrano che il problema della fuga dei capitali non equivale all’impossibilità di tassare i grandi patrimoni.Per questa ragione il livello europeo rappresenta, probabilmente, l’orizzonte più razionale verso cui tendere.
Una maggiore integrazione fiscale dell’Unione Europea, accompagnata da strumenti comuni di contrasto all’elusione e all’evasione internazionale, renderebbe infatti molto più deboli molte delle obiezioni tradizionalmente sollevate contro la tassazione dei grandi patrimoni. Se le principali economie europee adottassero criteri comuni per la tassazione delle grandi ricchezze, delle successioni e delle rendite finanziarie, diventerebbe molto più difficile utilizzare le differenze tra ordinamenti nazionali per spostare capitali, residenze fiscali o sedi societarie.
Da questo punto di vista, le proposte di una maggiore armonizzazione fiscale europea non sono prive di fondamento. Anzi, indicano una direzione strategica che potrebbe rafforzare sia l’efficacia delle politiche redistributive sia la lotta alla concorrenza fiscale tra Stati. Tuttavia, riconoscere la desiderabilità di una maggiore integrazione fiscale europea non significa concludere che nulla possa essere fatto nell’attesa. L’Unione Europea non dispone oggi di una piena sovranità fiscale e la costruzione di un vero fisco europeo richiederebbe profonde riforme istituzionali e politiche che, realisticamente, richiederanno anni. Trasformare questa prospettiva in una condizione preliminare rischia però di produrre un effetto paradossale: rinviare qualsiasi intervento concreto a un futuro indefinito.
La realtà è che gli Stati nazionali conservano ancora ampi margini di intervento. L’esempio della Spagna lo dimostra chiaramente. Madrid non ha atteso la nascita di una patrimoniale europea per introdurre strumenti di tassazione delle grandi fortune e delle grandi ricchezze, accompagnandoli con correttivi destinati a limitare gli effetti distorsivi e a tutelare le attività produttive. Ciò non significa che il modello spagnolo debba essere replicato meccanicamente. Significa però che la tassazione dei grandi patrimoni non appartiene al regno delle utopie né richiede necessariamente una rivoluzione istituzionale europea per essere praticata.
Una patrimoniale nazionale può assumere forme diverse. Può essere chiamata contributo di solidarietà. Può prevedere franchigie elevate. Può escludere la prima casa e i patrimoni di dimensione ordinaria. Può concentrarsi esclusivamente sulle grandi concentrazioni di ricchezza. E può essere accompagnata da strumenti di contrasto all’elusione e alla fuga dei capitali già oggi disponibili. L’Europa rappresenta dunque un obiettivo auspicabile e, probabilmente, il quadro più efficace nel lungo periodo. Ma non è un alibi per sostenere che, nel frattempo, non sia possibile fare nulla.
Il dibattito politico italiano mostra tutte le sue ambiguità. Anche le forze progressiste sembrano spesso esitanti. Si discute di tassazione delle grandi ricchezze, di contributi di solidarietà, di revisione delle imposte sulle successioni o sulle rendite, ma raramente si utilizza apertamente il termine “patrimoniale”. La ragione è evidente: quella parola viene considerata elettoralmente tossica.Non è un caso che molti sostenitori di una maggiore tassazione delle grandi ricchezze evitino sempre più spesso il termine “patrimoniale”.
La parola è stata caricata nel tempo di significati negativi e viene percepita da una parte dell’opinione pubblica come una minaccia rivolta indistintamente a tutti i proprietari. In realtà, “patrimoniale” è una parola che descrive lo strumento, non lo scopo. Quindi, se l’obiettivo dichiarato è chiedere un contributo aggiuntivo a patrimoni multimilionari per finanziare sanità, istruzione, welfare, politica per la casa e politiche di contrasto alle disuguaglianze, una definizione più accurata potrebbe essere semplicemente non una “patrimoniale”, ma una “tassa sui patrimoni da milioni di euro”. In fondo, la questione centrale non riguarda la proprietà in quanto tale, ma la concentrazione della ricchezza ai vertici della piramide sociale e il modo in cui una parte di quella ricchezza può essere redistribuita per rafforzare la coesione sociale.
Dall’altra parte, una parte della destra continua a utilizzare formule come “vogliono mettere le mani nelle tasche degli italiani”. È una formula comunicativamente efficace, ma anche profondamente fuorviante. Quali italiani? Il lavoratore dipendente con uno stipendio medio? Il pensionato? Il proprietario della casa in cui vive? Oppure una ristretta minoranza che concentra una quota enorme della ricchezza nazionale?
La forza di quella formula consiste proprio nel cancellare le differenze. Fa apparire come appartenenti alla stessa categoria economica il proprietario di un appartamento finanche di cinquecentomila o seicentomila euro e il titolare di un patrimonio da venti milioni. Ma queste persone non condividono la stessa condizione economica né gli stessi interessi.
Il vero problema, tuttavia, riguarda le risorse. Le forze progressiste discutono spesso di sanità pubblica, istruzione, università, ricerca, politiche per la casa, lotta alla povertà e sostegno al ceto medio. Sono obiettivi condivisibili e spesso condivisi da gran parte dell’opinione pubblica. Ma ogni programma politico incontra prima o poi la stessa domanda: come si finanzia?
L’Italia è uno dei Paesi più indebitati d’Europa. Pensare di finanziare strutturalmente il welfare soltanto attraverso il recupero dell’evasione fiscale significa probabilmente sopravvalutare le risorse recuperabili. Pensare di basarsi esclusivamente sugli extraprofitti delle banche o delle società energetiche significa affidarsi a entrate per definizione intermittenti. Pensare che basti eliminare gli sprechi è una promessa che la politica ripete da decenni senza risultati risolutivi.
A un certo punto la discussione torna inevitabilmente lì: al rapporto tra tassazione del lavoro e tassazione della ricchezza. Se non si vogliono tassare maggiormente grandi patrimoni, grandi rendite e grandi successioni, da dove dovrebbero arrivare le risorse necessarie per finanziare una politica realmente progressista, capace di rafforzare il welfare e contrastare l’impoverimento della classe media? È questa la domanda che il dibattito pubblico continua a rinviare. E forse è proprio per questo che la parola “patrimoniale” continua a suscitare tanta paura. Perché costringe a discutere non soltanto di tasse, ma del modello di società che si intende costruire.
Bibliografia essenziale
Testi
Einaudi, Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, ristampa 1967.
Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano, ristampa 2014.
Piketty, Una breve storia dell’uguaglianza, La Nave di Teseo, Milano, 2022.
Documenti e Report
OECD, The Role and Design of Net Wealth Taxes in the OECD, OECD Publishing, Parigi, 2018.
Perret, Why Were Most Wealth Taxes Abandoned and IsThis Time Different?,Fiscal Studies, 2021.
https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/1475-5890.12278
Zucman, A Blueprint for a Coordinated Minimum EffectiveTaxation Standard for Ultra-High-Net-Worth Individuals, rapporto presentato al G20, 2024.
https://shs.hal.science/halshs-04947409/document
