di Marco Cardetta
Abstract: analisi della situazione semiotica delle tradizioni culturali e politiche italiane, con proposta per un modello di partito connesso con la società e la realtà. Proposte in nuce per una ‘casa della cultura socialista’.
Parole chiave: partiti, democrazia, socialismo, visioni, comunità.
1. I partiti sono morti?
“I partiti sono morti”. Così sentenziava anni fa un famoso comico datosi alla politica, che auspicava la democrazia diretta. (Non senza ragione del resto. La critica ai partiti e alle loro forme di alienazione ha storia lunga.)[1]
In verità i partiti sono, al contrario, assai vivi, per quanto ‘leaderizzati’ e svuotati (di senso, di partecipazione, di dinamiche).
(Tutti, forse eccetto uno, il più antico d’Italia[2], la Lega Nord, che per quanto non piaccia a chi scrive va riconosciuto quale unico – al tempo in cui si scrive, 2026 – ancora con dinamiche sociali e dirigenziali, partecipazione, simbolismi, ritualità, scalabilità, messa in discussione della dirigenza e connessione col territorio, paragonabile ai partiti tradizionali della Prima Repubblica.)
La democrazia parlamentare occidentale, e nello specifico italica, ha costitutivamente necessità dell’entità ‘partito’[3].
Ogni singola persona – cittadino – ha una propria visione, più o meno consapevole, più o meno complessa, elaborata e articolata, che si emancipa o meno rispetto alla massa. (Non tutti possono avere la capacità tecnica, teorico, linguistico filosofica di un Cacciari o un Gramsci.)
Queste opinioni e pensieri sono più o meno amalgamabili e assimilabili a visioni più generali. Non sarebbe possibile una politica di sessanta milioni di pensieri/opinioni[4].
Necessariamente queste visioni, pensieri e opinioni debbono, di conseguenza, essere sintetizzate in visioni, schematiche, linguistiche, organizzate, che afferiscano a delle partizioni (questa l’etimologia del termine, da partitus, participio passato di partire– dividere, separare, distribuire – a sua volta originato da pars, partis‘parte’), ovvero delle parti, dei partiti[5].
Questi partiti insomma fungono da esemplificazione e schematizzazioni di parti della società che hanno visioni assimilabili. Altrimenti detto: i partiti mettono insieme persone, che pur conservando la loro individualità di visione, riescono a ritenersi imparentate nel modo di vedere il mondo.
Fin qui la banalità di definizioni, presupposti e precisazioni.
Ora, il discorso che si vuol portare in questo articolo è questo: sarebbe tempo di pensare e ripensare i partiti in maniera più ‘sana’ (nella visione di chi scrive) ovvero il contrario di ciò che sono dalla Seconda Repubblica in poi, ovvero – si è già detto – partiti svuotati, personalistici, ‘leaderistici’, sconnessi col mondo e il territorio.
L’ideale sarebbe – sempre a parere di chi scrive – un modello di partito più simile a quelli esperiti nella Prima Repubblica, ma rinnovato.
Per far questo, bisogna partire dalla loro concezione, dal basso.
Proprio qui infatti sta l’errore principale dei partiti della Seconda Repubblica: partono puntualmente dall’alto.
Dal logo, dal marketing, dal leader, dalla ‘piattaforma programmatica’ (che nessuno ha mai ben capito cosa significhi), da leader monaci che si riuniscono in monasteri a decidere non si capisce granché bene cosa e puntualmente escono con dieci pareri e pensieri e dichiarazioni diverse (e ricordano solamente in modo abominevole i due capolavori congiunti di Todo modo, sia libro che film)[6].
Questi partiti insomma non partono mai dal basso, dalle visioni e dalla cultura delle persone e del territorio.
Perché bisogna partire dalle visioni e dalla cultura delle persone sul territorio?
Perché, per citare e parafrasare (parodiando) von Clausewitz: “la politica è la cultura perseguita con altri mezzi”.
La cultura è precedente, dal punto di vista logico e temporale, alla politica. Dalla cultura scaturisce la politica[7]. La politica può solo restituire la cultura ricevuta. Prima (logicamente e temporalmente) vengono le visioni. Solo da visioni articolate può emergere l’azione (politica). La politica è concretizzazioni di visioni, espresse in ciò che chiamiamo cultura, ovvero insieme di forme, linguaggi, simboli, espressioni, modalità.
Per questo in Italia abbiamo una politica assai debole. Perché i partiti e la politica non accolgono più la cultura di loro riferimento, o solo debolmente, o solo in parte. Quando c’è.
Pensatori di sinistra ve ne sono, però nelle azioni dei partiti e nella loro concretizzazioni non giungono e non si realizzano. Altrettanto può dirsi a destra.
Oppure, questo vale per quasi ogni partito attualmente esistente in Italia, non vi è corrispondenza tra tradizioni culturali-storiche e partiti, tra cultura (con semantica di riferimento) e ciò che il partito significa e comunica.
2. Quali sono i ceppi culturali in Italia?
Quali sono le visioni e la cultura delle persone e del territorio in Italia?
Storicamente (e assai euristicamente) in Italia nel Novecento possiamo riconoscere pochi ceppi culturali (e di conseguenza politici) fondamentali, che possiamo schematizzare da destra a sinistra come segue:
- ceppo fascista (tradizione autoritaria);
- ceppo di destra storica, che talvolta si confonde col precedente (tradizione padronale conservatore);
- ceppo liberale (che in tutto il resto del mondo si colloca a sinistra, infatti liberal in inglese e nel mondo anglosassone[8] è assimilato alla sinistra, ma chissà perché in Italia si riconosce a destra. Missione di una nuova visione socialista sarebbe di ricollocarlo a sinistra)[9];
- ceppo democristiano (tradizione cattolico-sociale);
- ceppo socialista;
- ceppo comunista.
Il ceppo comunista oggi come oggi possiamo considerarlo pressoché defunto.
A parere di chi scrive, nessuno davvero, nell’Italia del 2026 – se non per nostalgia paragonabile ai nostalgici di Predappio, o per gusto di retorica – si considera davvero nostalgico dell’URSS, né pensa davvero al comunitarismo assoluto, all’abolizione della proprietà privata e a limitazioni della libertà individuale di tipo russo-cinese, viste nei peggiori momenti del Novecento e ancora oggi in quei Paesi (ad es. campi rieducativi per chi non si allinea al pensiero unico nazionale).
Il ceppo comunista possiamo ormai considerarlo assimilato culturalmente dentro quello socialista (nel senso ottocentesco del termine, non necessariamente né marxiano/marxista, né craxiano)[10].
Il ceppo socialista, che qui interessa di più, dovrebbe essere caratterizzato per una cosa fondamentalmente. Presupposto il valore ineludibile della libertà personale in ogni ambito (pensiero, parola, espressione, religiosa, sessuale, politica ecc., nelle modalità enunciate dalla Costituzione italiana), il ceppo socialista dovrebbe mirare ad uno stato sociale forte, proprio quale garante di quella libertà, che senza sostegno sociale non può essere garantita, come ampiamente dimostrato da Amartya Sen[11].
Questo sostegno sociale si sostanzia come paradigma in un welfare solido, ovvero: sanità pubblica di qualità, istruzione pubblica e plurale di qualità, sicurezza (che significa sia valorizzazione delle forze dell’ordine, sia sostegno agli indigenti e alle fasce deboli e disagiate più facilmente deviabili nella criminalità, in una formula‘stato sociale’), trasporti pubblici efficienti, politica internazionale policentrica (anticolonialista), cura del territorio (da ogni punto di vista, idrogeologico e paesaggistico), sostegno all’agricoltura locale, efficientizzazione energetica e sostenibilità ambientale[12].
Si è già detto e si vuol ribadire quanto, uno dei problemi principali, se non il problema principale della politica, dal punto di vista culturale e antropologico, della Seconda Repubblica, risieda proprio nel fatto che questi ceppi siano stati confusi e mascherati.
In altri termini non hanno più trovato espressione chiara e diretta in corrispondenti partiti politici espressamente ispirantesi agli stessi, ma siano confluiti spesso in più e diversi partiti.
In parole povere, Forza Italia, partito ‘leaderistico’ e personalistico di Berlusconi, assommava in sé voti e dirigenza sia di area ex socialista che democristiana. Allo stesso modo l’altrettanto leaderistico partito Movimento 5 Stelle assommava in sé, nei voti, la protesta di diversi bacini precedenti: dai comunisti, agli ex berlusconiani, ai giustizialisti, ai democristiani fino alla destra estrema. Oggi – 2026 – il medesimo partito di protesta è guidato da Giuseppe Conte, il quale si dichiara un democristiano di sinistra (giusto per aggiungere confusione a confusione)[13].
Altrettanto il Partito Democratico (si approfondirà in specifico saggio) ha il grande torto di aver istituzionalizzato in maniera incestuosa e disfunzionale (importando e auto-colonizzandosi con un concetto esogeno alla tradizione italiana ed europea, preso dal modello americano) il cosiddetto ‘compromesso storico’ di due partiti da sempre rivali, ovvero democristiani e comunisti, che sì avrebbero potuto collaborare, ma nei fatti mescolandosi hanno così creato un marasma indistinto di posizioni, spesso contraddittorie e illeggibili, con l’‘anima’ democristiana che si può dire – a distanza quasi di vent’anni dalla fondazione – ha completamente quasi consumato l’anima più socialista-comunista, con grandissime aporie e problemi d’identità, di collocazione e posizione.
Certo, anche nei partiti tradizionali del secondo dopoguerra potevano esserci escursioni di pareri tra gli esponenti più o meno in vista, anche notevoli.Vi era però una riconoscibilità in termini di senso di appartenenza, di ideologia, di linguaggio, ecc. Cosa che talvolta oggi viene a mancare e smarrisce.
Questo – a parere di chi scrive – è una motivi fondamentali, se non proprio la causa principale e radice, del caos, confusionarietà e disfunzionalità,nella politica della Seconda e Terza Repubblica italica.
Per dirla in termini linguistico-semiotici, nella politica attuale il significante (il partito dichiarato) non corrisponde ad un campo di significato preciso o minimamente identificabile, non ha un campo semantico circoscritto e facilmente riconoscibile (l’ideologia e le visioni che enuncia), anzi è polisemico, spesso in maniera confusionaria, contraddittoria e aporetica.
(Tecnicamente si potrebbe dire che non vi è coerenza isotopica nell’enunciazione. L’isotopia è la ridondanza di semi e sememi che rendono leggibile un testo nella sua coerenza semiotica. Sono linee guida che rendono possibile una lettura coerente. La pluri-isotopia o la contraddizione sul piano isotopico è certo possibile ma pertiene più a linguaggi artistici o della comicità, dove anzi la significazione funziona proprio per la contraddizione tra coerenze isotopiche. Pensiamo al ‘doppio senso’ nell’umorismo.)[14]
Detto ancora in altri termini, dire Forza Italia o Partito Democratico (nome, logo, referente iconografico identificativo, insomma il significante) spesso – almeno per gli elettori – significa dire niente o quasi, perché significa non sapere necessariamente, di già, quale sarà la posizione su eutanasia, Palestina-Israele, rapporti internazionali, o altre questioni dirimenti.
Con una battuta potremmo dire che le diverse posizioni nei partiti sono, per il cittadino elettore, una continua sorpresa, che spesso lascia interdetti e disorientati.
Di qui lo scollamento tra base e dirigenza, fino all’alienazione assoluta, nonché l’astensionismo sempre più forte.
Non vi è relazione, comunicazione e scambio semplicemente perché gli input informativi, che vengono dal significante, sono polisemici e confusionari. Di conseguenza non ne viene (in termini tecnici) ‘informazione’ e ‘significazione’ (ovvero disambiguazione di una situazione) ma confusione e ‘rumore’[15].
Al rumore – per dirla in termini tecnici, di semiosi – i cittadini rispondono tappandosi le orecchie.
Così quale primo passo per avere partiti sani oggi, più simili a quelli della Prima Repubblica, ma in modo rinnovato, bisogna ritornare prima di ogni cosa a riconnettersi armonicamente con il proprio ceppo culturale di riferimento – riformulare e riarmonizzare la semantica. In seconda istanza ritornare a fare prima cultura, e dopo politica.
Così le sezioni e i partiti stessi debbono essere prima di ogni cosa luoghi di cultura, di visioni. Solo successivamente di politica.
3. Quali caratteristiche deve avere un partito per essere sano e funzionale?
A parere di chi scrive un tale partito – rinnovato – ma assai più somigliante a quelli della Prima Repubblica, deve avere due caratteristiche fondamentali, oltre al fare prima cultura che politica: essere scalabile ed essere connesso con il territorio.
Che significa ‘scalabile’? Significa che un dirigente che si faccia valere in una piccola sezione di provincia deve poter assurgere a ruoli chiave a livello nazionale in un tempo congruo (una decina d’anni) grazie a meccanismi, più meritocratici possibile, che ne riconoscano il valore e l’importanza per il partito.
Che significa connesso con il territorio? Significa che deve dare e restituire al territorio, ciò che prende in termini di visioni e di cultura.
4. Cosa sono le case socialiste?
Raccogliendo i fili fin qui esposti, perché un partito sia sano deve essere scalabile e connesso col territorio. Deve produrre prima ancora che politica, cultura.
Per questo motivo per concepire una rinnovata vita e un pensiero di sinistra, socialista, è necessario partire dal basso, non dall’alto.
Per questo può essere cruciale il ruolo di quelle che in questo piccolo saggio si vogliono chiamare: ‘case della cultura socialista’ sul territorio.
Perché ‘casa socialista’?
Prima ancora che di una politica socialista liberale, abbiamo bisogno di una cultura socialista liberale, che si nutra, che rinvigorisca rielabori e propaghi i valori della cultura socialista liberale.
Quali sono questi valori?
Prima di tutto il principio affermato da Amartya Sen, che non vi è libertà senza giustizia sociale e non vi è giustizia sociale senza libertà.
Per questo la visione di una casa socialista. Casa di accoglienza e di comunità.
Più che definire a parole cos’è questa casa si fa prima a dire cosa dovrebbe fare e come dovrebbe essere strutturata[16].
Nella casa socialista si dovrebbero tenere attività di comunità delle più varie:
- coro e lezioni di coro su canti tradizionali, folklorici e socialisti, nonché di musica leggera e classica, o religiosa (la spiritualità nelle case socialiste non è affatto rinnegata ma abbracciata in ogni sua forma)[17];
- incontri di danza e balli tradizionali[18];
- lezioni di italiano per migranti o per italiani in difficoltà;
- ambulatorio per migranti e indigenti;
- raccolta vestiti usati per migranti e indigenti;
- presentazioni di libri ed eventi culturali;
- visioni di film e piccole rappresentazioni teatrali (senza finire nell’ansia d’indottrinamento da Fantozzi-La corazzata Potëmkin);
- cene sociali e raccolte fondi per specifici obiettivi;
- celebrazioni di feste di comunità;
- incontri sulla sessualità e affettività;
- incontri intergenerazionali, interculturali e interreligiosi tra le diverse comunità e minoranze sul territorio[19];
- altre attività culturali di vario genere.
Dovrebbe essere luogo in cui vecchi e giovani, bambini, possano incontrarsi, trasmettersi conoscenze e informazioni.
5. Come dovrebbe essere organizzata la casa socialista?
La casa socialista immaginata da chi scrive è gestita da un triumvirato eletto a cadenza triennale composto da:
- addetto culturale;
- addetto economico;
- addetto politico.
La direzione della casa socialista è sempre in capo all’addetto culturale che coordina le attività culturali e politiche. (Perché appunto l’aspetto culturale è prioritario rispetto a quello politico, precedente logicamente e temporalmente.)
L’addetto economico è colui che si occupa delle economie della casa socialista: è cassiere, redige bilancio annuale approvato al termine di ogni anno dagli associati.
Possono votare per queste cariche coloro che abbiano la tessera della ‘Casa socialista’ da un minimo di due anni. Possono concorrere a questi ruoli coloro che abbiano la tessera della casa socialista da almeno quattro anni. Ovviamente l’eccezione è che la casa socialista in questione sia stata fondata meno di due anni o quattro anni prima.
Tutto il triumvirato partecipa ai congressi per le elezioni delle cariche superiori: triumvirato provinciale, regionale, nazionale. I modelli dei livelli superiori imitano quello della casa socialista.
Questo è il piccolo bignami di utopia che chi scrive propone, quale punto di partenza per un rinnovamento della cultura politica a sinistra in Italia.
6. Conclusioni generali
Concludendo, si è già detto: il problema della politica della Seconda Repubblica è che ha svuotato i partiti della loro funzione sociale e culturale. Le sezioni sono diventate scatole vuote abitate solo di politica e giochini politici[20].
Le sezioni, al contrario, debbono essere punti d’incontro, di cultura e socialità. Il motore elettorale deve essere solamente una conseguenza e un collaterale.
Oggi invece le sezioni sono pensate esclusivamente quali luoghi d’incontro e coordinamento delle campagne elettorali. Perché la politica è concepita quale campagna elettorale perenne, fatta di promesse e slogan, di manipolazione.
Invece una politica vera, che voglia strutturare e organizzare la società, deve essere una politica che viene svolta attraverso luoghi che sono, prima ancora che luoghi politici, dei luoghi di cultura e socialità, di condivisione e comunità.
7. Conclusioni sul Sud: rinnovamento culturale della politica connesso con il rinnovamento del Sud
Nel Mezzogiorno siffatta questione è ancor più decisiva. La necessità di rinnovamento culturale della politica (di area socialista o meno) è ancor più evidente al Sud, dove allo storico clientelismo e alla mancanza di adesione ad una visione più grande e nazionale della rappresentanza sociale, lo svuotamento dei partiti aggiunto il disorientamento portando al degrado attuale.
Nei piccoli e medi centri del Sud, la politicadella Prima Repubblica, assieme ai vizi vedeva anche virtù. Non solamente competizione elettorale ma presenza, riconoscimento reciproco, mutuo soccorso, circolo, sezione, cooperativa, parrocchia, casa del popolo.
Quando questi luoghi sono venuti meno, non è scomparsa solo la militanza, ma il tessuto intermedio tra individuo e Stato[21].
(Soprattutto ha influito anche l’impoverimento della componente spirituale, la forza della cristianità e della Chiesa in occidente. Si approfondirà questo in altri saggi. Si aggiunga ancheil venir meno, sostanziale o in termini di credibilità e forza, di altri corpi sociali: sindacati, associazionismo, corporazioni, ecc., fino a questa società liquida – legami fragili, appartenenze intermittenti, istituzioni che non sedimentano –e ‘innominabile attuale’[22].)
Nel vuoto lasciato dalle sezioni hanno prosperato il notabilato, la mediazione clientelare, l’astensione rassegnata o il voto di rabbia. Le ultime elezioni, ad ogni livello, nonché il fortissimo astensionismo sono dimostrazione concreta di ciò che qui si scrive.
In territori segnati da emigrazione, fragilità economica e dispersione demografica, la politica senza luoghi comunitari si riduce a promessa o a favore.
Il rinnovamento della politica attraverso il rinnovamento dei partiti (soprattutto di area di sinistra e socialista) è indispensabile per il rinnovamento dell’infrastruttura sociale.
Mancano i corpi intermedi, si è già detto[23]. Mancano gli spazi stabili in cui la cultura preceda l’interesse, la formaziona precede la candidatura, la comunità sia presupposto del leader e non il contrario. Senza corpi intermedi, funzionali e vitali, la democrazia scivola verso centralizzazione e atomizzazione, nonché verso il suo appassimento, oggi assai visibile e concreto.
Vi è bisogno non più di comitati elettorali permanenti, ma di presìdi sociali capaci di ricostruire legami dove oggi restano solamente individui, algoritmi e macchinette automatiche di distribuzione di bevande eccitanti e zuccherine.
Da qui le proposte utopiche e forse naïf avanzate in questo piccolo saggio. Non nostalgia ideologica, ma tentativo di ricostruire solidità comunitaria in un tempo liquido, restituendo alla libertà e al sostegno sociale le condizioni di possibilità grazie a infrastrutture sociali concrete. Perché come dimostrato ampiamente da Sen, la libertà è possibile solamente quando esistono condizioni sociali che la rendono praticabile.
Al solito chi scrive ritiene di aver enunciato solamente banalità. Questo però è il tempo in cui le banalità forse vanno enunciate, tanto banali sono i tempi. Tempi in cui una nuova innocenza consapevole si rende necessaria.
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Note
[1]S. Weil, Senza partito. Obbligo e diritto per una nuova pratica politica, Apogeo, Milano 2013.
[2] Più antico nel senso di più longevo, perché presente con continuità fin dalla Prima Repubblica. Tutti gli altri presenti sulla scena attuale, nel 2026, son di fondazioni posteriori.
[3]A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 2014.
[4] Per chi scrive vi è da distinguere semanticamente ‘pensieri’ da ‘opinioni’. Le prime si distinguono dalle secondo per il grado di approfondimento, fecondazione, interrelazione con i fatti concreti, con le esperienze, con la dottrina della disciplina specifica. L’intellettuale informato sul tema dovrebbe esprimere più cogentemente ‘pensieri’ strutturati e visioni. L’uomo della strada o la ‘massaia di Voghera’ saranno più inclini ad esprimere ‘opinioni’. Non sempre è così, dato il mercimonio televisivo e comunicativo di opinioni ed opinionisti dove la bulimia porta anche intellettuali e giornalisti spesso ad intervenire su questioni di cui non hanno piena contezza, con ‘opinioni’ assai distanti dai fatti. Altrettanto spesso, persone comuni, che per mestiere si occupano dodici ore al giorno di altro, non di politica o filosofia, spesso esprimono ‘pensieri’ articolati e complessi.
[5]https://www.treccani.it/vocabolario/partito2/
L’identità è narrazione. Nient’altro. È emergenza di taluni significanti e messa in indifferenziato di altri, sintattizzando e semantizzando in insieme i significanti emergenti, rispetto alla massa informe. (Si spiegherà e approfondirà meglio questo concetto in altro testo.)
L’identità è narrazione sia per i singoli che per le collettività. Senza consapevolezza dell’identità, non vi può essere azione sicura.
Da qui le pastoie dell’occidente e italiche:dalle aporie in termini di identità.
L’identità si nutre di visione e di èpos. Queste non sono possibili senza una visione anche soprattutto spirituale. (Si approfondirà altrove.)
In ambito democratico però, assieme ad una visione spirituale vi è bisogno anche di articolare le differenti visioni politiche.
Vi è bisogno di corpi intermedi che sappiano veicolare, interpretare, coagulare le visioni.
[6]L. Sciascia, Todo Modo, Adelphi, Milano 2014.
https://it.wikipedia.org/wiki/Todo_modo_(film)
[7]H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 2017; A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit.
[8] A mo’ d’esempio si fa notare che un punto di riferimento indispensabile, ovvero J.M.Keynes era iscritto al partito liberale in UK.
[9] In realtà sappiamo bene perché il concetto di liberal in Italia si colloca a destra. Per una storica contrapposizione con una visione ‘comunista’ lungo il Novecento che concepiva la giustizia sociale in maniera esageratamente comunitaria, con poco spazio per le libertà individuali.
[10] Questa una delle esigenze fondamentali del prossimo futuro. Far comprendere – con uno slogan semplicistico – che socialismo non è né Marx, né Craxi, ma che ha una storia lunga, fin dalla fine del settecento, precedente e che prescinde da queste due personalità che per quanto importanti, nella cultura popolare italiana, a torto o a ragione, sono macchiate da stigmi diversi. Si affronterà questo tema in altro saggio.
[11]A. Sen, Lo sviluppo è libertà, Mondadori, Milano 2001; Id., L’idea di giustizia, Mondadori, Milano 2010.
[12]A. Sen, Lo sviluppo è libertà, cit.
[13] Così assumono ancor più una logica, un senso, e a ragione, le dichiarazioni di Beppe Grillo che, sempre negli stessi anni in cui dichiarava che i partiti son morti, testualmente nel 2012 asseriva. “Noi siamo l’ultima barriera tra lo Stato e la gente. […] Se non ci fosse il Movimento 5 Stelle qui arriverebbero gli eversivi veri. Noi abbiamo riempito un vuoto. Negli altri Stati ci sono le albe dorate, ci sono i nazisti”. (Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/17/grillo-senza-m5s-qui-sarebbero-arrivati-estremisti-di-alba-dorata/211325/)
Faceva riferimento al movimento di estrema destra, macchiatosi anche di omicidi e dichiarato illegale, presente in Grecia in quei medesimi anni.
Non è un caso se oggi – 2026 –, sia per sbagli strategici nell’esperienza passata di governo, sia perché appunto il movimento di protesta non è più guidato da un comedian inveitore quale Grillo, ma da un moderato (Giuseppe Conte), che per aplomb, toni, linguaggio e modi, non potrebbe essere più distante (non comincia e non finisce certo i suoi comizi a suon di “Vaffanculo”), che il Movimento sia così calato nei consensi.
A quel calo (anche questo non è un caso), mancando uno sfogo e un’organizzazione di quel dissenso e del disagio delle fasce più popolari e in difficoltà economica, dato da una sinistra degna di questo nome (il PD a parere di chi scrive non lo è)è seguito lo spostamento di quel voto di protesta a destra, con talune manifestazioni anche preoccupanti di intolleranza e conflitto sociale.
Quelle parole di Grillo del 2012, anche alla luce dell’ascesa delle destre estreme in diversi paesi europei, assumono pienamente senso e ragione.
[14]U. Volli, Manuale di semiotica, Laterza, Roma-Bari 2003.
Per fare un esempio pratico di facile comprensione per il lettore. Se nel famigerato e famosissimo Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone (1966), al momento finale apparissero in cielo degli ufo ed extraterrestri intervenendo nel famosissimo ‘triello’, senza che la drammaturgia ne avesse accennato precedentemente alla possibilità di esistenza in quel ‘mondo semiotico’, di certo lo spettatore resterebbe quantomeno disorientato. Quella è incoerenza isotopica.
[15]U. Eco, Trattato di semiotica generale, Bompiani, Milano 1978; A.J. Greimas, Semantica strutturale, Booklet, Milano 2000; Id., Del senso, Luca Sossella Editore, Bologna 2017; B. Russell, I problemi della filosofia, Feltrinelli, Milano 2013; Id., Sulla denotazione, Edizioni Efesto, Roma 2015; F. de Saussure, Corso di linguistica generale, Laterza, Roma-Bari 2009; L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino 1999.
[16] Questo è l’altro difetto (se ne parlerà altrove) dell’agire occidentale, anche in termini politici: disquisizione infinita su definizioni e teoria, e poca prassi.
[17] Si parlerà in altro testo dei grandi errori della sinistra europea, tra i qualiil rapporto con l’irrazionale e la spiritualità.
[18]Attività tra le più necessarie queste, la presa di contatto con le tradizioni e con il territorio (grande vulnus dell’area socialista, se ne parlerà in altro saggio) e l’attività coreutica, anche per contrastare la più grande carenza antropologica italica, quella di capacità di coordinazione e cooperazione armonica. Individualismo, narcisismo, ‘anarcoidismo’ quali malattie principali.
[19]R. Panikkar, Il dialogo intrareligioso, Cittadella, Assisi 1988; Id., Il silenzio di Dio. La risposta del Buddha, Borla, Roma 1992; Id., La nuova innocenza, Servitium Editrice, Milano 2005; Id., Pace e interculturalità, Jaca Book, Milano 2006.
[20]R.D. Putnam, Making Democracy Work: Civic Traditions in ModernItaly, Princeton University Press, Princeton 1994; Id., Better Together: Restoring the American Community, Simon & Schuster, New York 2004; Id., Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community, Simon & Schuster, New York 2020; Id., The Upswing: How WeCameTogether a Century Ago and How We Can Do ItAgain, Faber and Faber, London 2021.
[21]R. D. Putnam, Making Democracy Work: Civic Traditions in ModernItaly, cit.; Id., Better Together: Restoring the American Community, cit.; Id., Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community, cit.; Id., The Upswing: How WeCameTogether a Century Ago and How We Can Do ItAgain, cit.
[22]Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Roma-Bari 2008; Id., Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2011; R. Calasso, L’innominabile attuale, Adelphi, Milano 2021.
[23]In questo contesto, come mostra Putnam, il declino del capitale sociale non è una metafora ma un dato misurabile: meno associazioni, meno fiducia, meno partecipazione.R.D. Putnam, Making Democracy Work: Civic Traditions in ModernItaly, cit.; Id., Better Together: Restoring the American Community, cit.; Id., Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community, cit.; Id., The Upswing: How WeCameTogether a Century Ago and How We Can Do ItAgain, cit.
