di Salvatore Lucchese
Riassunto: In questo saggio, l’immagine tradizionalmente accettata di Gaetano Salvemini come “Socrate di Molfetta” viene prima decostruita e poi ricostruita tanto sotto il profilo storico-critico, quanto sotto quello epistemologico e pedagogico, per evidenziare gli sviluppi della personalità e delle posizioni metodologiche ed educative dell’intellettuale pugliese. Sviluppi segnati dal passaggio da posizioni dogmatiche ed economicistiche a posizioni fallibiliste, laiche e pluraliste.
Parole chiave: epistemologia, pedagogia, fallibilismo, laicità, scuola, educazione.
1. Dal Salvemini ‘perduto’ al Salvemini ‘ritrovato’: l’epistemologo
Se è vero che Salvemini è noto soprattutto per essere uno storico rigoroso, un socialista e meridionalista lucido, combattivo e tenace, nonché un’antifascista e un democratico intransigente[1], è anche vero che per molti decenni sono stati ridimensionati, occultati se non del tutto rimossi, i contributi da lui offerti al dibattito sullo statuto epistemologico della storiografia e delle scienze sociali[2].
Solo nel corso degli ultimi vent’anni questi aspetti del Salvemini ‘perduto’ cominciano ad essere oggetto di un’attenta rivalutazione critica, che, nel complesso, delinea la figura di un Salvemini ‘ritrovato’: il Salvemini epistemologo.
Infatti, ricollegandosi, più o meno esplicitamente, ad alcune ricerche pioneristiche di Norberto Bobbio[3], studiosi quali Dario Antiseri[4], Gaetano Quagliariello[5], Nora Di Giacomo[6], Mauro Moretti[7] , Sergio Bucchi[8], Edoardo Toratarolo[9] e Pierpaolo Lauria[10] hanno mostrato lo spessore e la peculiarità delle riflessioni epistemologiche di Salvemini, stagliandole ora sull’orizzonte del falsificazionismo popperiano[11], ora su quello del neoempirismo hempeliano[12], ora contestualizzandone l’opera nell’ambito del positivismo metodologico e storicistico di Pasquale Villari[13]e Carlo Cattaneo, nonché del razionalismo sperimentale di Federigo Enriques, Giovanni Vailati, e Mario Calderoli[14]in Italia ad inizio ‘900 e della New History negli Usa a metà secolo.
Nello specifico, dopo decenni di oblio dovuti sia alle stroncature che il filosofo neo-idealista Benedetto Croce fa prima nel 1902[15] e poi nel 1948[16] degli scritti metodologici di Salvemini[17], bollando quest’ultimo come “radicalmente incapace di intendere e ragionare un concetto filosofico[18], “irriflessivo”[19], sia all’autoironica denigrazione che lo stesso studioso pugliese fa dei suoi rapporti con “Le teste dei teologi idealisti”[20], che, a suo parere, “sono macchine per la fabbricazione del buio; filtri alla rovescia, in cui le idee entrano chiare ed escono confuse”[21], salvo poi evidenziare l’importanza fondamentale della valenza euristica delle teorie filosofiche in ambito storiografico quando sostiene che le idee generali rappresentano il “mastice necessario per tenere insieme i fatti individuali”[22], l’autorevole filosofo della politica e storico della cultura italiana Norberto Bobbio in un saggio del 1984, La non-filosofia di Gaetano Salvemini[23], saggio che, ancora oggi, rimane una pietra miliare nell’ambito dei contributi critici relativi agli aspetti poco noti e battuti della figura e dell’opera dell’intellettuale pugliese, ne rivaluta lo spessore metodologico, osservando che “[…] egli (Salvemini n.d.r.) rimase tutta la vita non filosofo di quella non-filosofia che era, mi si passi il bisticcio, la filosofia più genuina di un giovane che era stato educato al metodo positivo”[24].
Questa non-filosofia, – specifica Bobbio – non era affatto, come si va ripetendo, l’aborrimento delle idee generali […], o la resa a discrezione ai fatti: Salvemini ha su questo punto idee molto precise. Coloro che vogliono fatti e soltanto fatti, sono gli eruditi, non sono gli storici. […]. Ciò che il metodo positivo gli aveva insegnato erano soprattutto due cose: primo, che le idee generali debbono essere messe alla prova dei fatti e se la prova non riesce debbono essere scartate anche se il loro autore per avventura fosse ad esse molto affezionato; secondo, che i fatti debbono essere accertati col metodo del “trial and error” che aveva fatto progredire le scienze della natura, e non dedotti dalle idee generali, come si diceva avesse fatto quell’hegeliano che, dovendo scrivere un trattato sul cammello, non si era recato sul posto a studiare i cammelli dal vero ma si era chiuso nel suo studio a dedurre i caratteri del cammello dalla natura delle cose”[25].
Dunque, secondo lo studioso torinese, la “non-filosofia di Salvemini”[26] va collocata e compresa nell’alveo del positivismo metodologico, percorrendo il quale, lo studioso pugliese, sempre a parere di Bobbio, offre al dibattito relativo al metodo delle scienze storico-sociali dei contributi che si caratterizzano per avere espresso “alcune idee semplici ma non futili”[27], che, sottolinea lo studioso piemontese, si sono poste
[…] immediatamente in quel solco di ricerche di metodologia della storiografia che, approfondite con successo in questi ultimi venti anni dalla filosofia neo-empiristica, si sono dimostrate più feconde e sono anche più accreditate di quelle di origine idealistica[28].
Inoltre, Bobbio evidenzia anche i nessi che intercorrono tra il positivismo metodologico di Salvemini sia con “il suo laicismo, fermissimo, aggressivo, intransigente”[29], sia con la sua “concezione democratica della vita sociale”[30].
Sulla scia degli studi del filosofo torinese si colloca il contributo offerto dall’epistemologo Dario Antiseri alla (ri)scoperta del Salvemini epistemologo e metodologo delle scienze storico-sociali.
Infatti, nel volume da lui curato nel 1996, Gaetano Salvemini metodologo delle scienze storico-sociali[31], dopo avere argomentato circa l’unità metodologica della storiografia con le altre scienze, Antiseri sostiene che lo studioso pugliese è un precursore delle posizioni falsificazioniste di Karl Popper[32] quando nel suo saggio Storia e scienza osserva che “‘un solo fatto che non possa essere inquadrato distrugge la sua ipotesi’”[33]. “L’idea di falsificazione di una teoria – chiosa Antiseri a riguardo – non poteva venire esposta in maniera più concisa ed efficace”[34].
Sempre nello stesso volume, Gaetano Salvemini metodologo delle scienze storico-sociali, dopo essersi chiesto se Salvemini possa essere considerato o meno un precursore del neo-empirismo, lo storico Gaetano Quagliarello risponde in modo affermativo a tale domanda, osservando che, nei sui scritti di metodologia della storia, lo studioso pugliese elabora un concetto unitario della scienza, “che, a ben vedere, – evidenzia Quagliariello – non dista troppo da quello utilizzato dagli epistemologi neo-empiristi a noi contemporanei”[35].
Nello specifico, Quagliariello considera la teoria falsificazionista della scienza elaborata da Salvemini come un “incunabolo del neo-empirismo”[36], in quanto, a suo parere, sia Salvemini che Hempel, pur coltivando ambiti di ricerca diversi, abbiano entrambi elaborato una concezione “nomologico-deduttiva”[37] del metodo scientifico, che, per entrambi, si caratterizza anche per la sua intrinseca “parzialità”[38] .
Su una linea critico-ermeneutica diversa da quelle sin qui esposte finalizzate a riscattare lo spessore teorico di Salvemini dalle critiche crociane stagliandone teoreticamente le riflessioni metodologiche entro l’orizzonte della costellazione epistemologica del falsificazionismo popperiano e del neo-empirismo hempeliano, si collocano, invece, i contributi offerti da Nora Di Giacomo, Mauro Moretti, Sergio Bucchi, Edoardo Tortarolo e Pier Paolo Lauria ad una più puntuale e precisa contestualizzazione del pensiero metodologico salveminiano entro le coordinate, storicamente e filologicamente documentate, delle correnti filosofiche ed epistemologiche con cui lo storico pugliese entrò direttamente in contatto nel corso del suo pluridecennale impegno di ricerca relativo alle questioni di carattere metodologico.
Infatti, se Antiseri e Quagliariello considerano Salvemini un precursore delle teorie metodologiche elaborate da K.R. Popper e C.G. Hempel, nel contributo da lei offerto al suddetto volume collettaneo, Nora Di Giacomo “[…] indica – come lei stessa precisa – un altro punto di vista da cui inquadrare il cammino percorso da Salvemini nella formulazione della propria teoria sul metodo storico”[39].
“Un altro punto di vista”, che consta, precisa Di Giacomo, nel domandarsi quale ruolo abbia avuto la conoscenza da parte di Salvemini del testo di M.R. Cohen ed E. Nagel, An introducion to logic and asientific method, nella sviluppo e nella formulazione delle sue teorie metodologiche.
Dopo avere confrontato le teorie metodologiche dei due studiosi americani con quelle salveminiane, Di Giacomo giunge alla seguente conclusione: “Da quanto detto segue che Salvemini ha, sì, anticipato Hempel ma lo ha fatto riorganizzando alcune proprie teorie ed interpretando in modo originale le tesi dei due studiosi americani”[40], soprattutto in relazione alla funzione che nella ricerca scientifica e in quella storiografica ricopre il rapporto tra ipotesi, teorie, leggi e fatti.
Nel riportare le riflessioni metodologiche salveminiane nell’ambito della scuola positiva di Firenze e facendo valere l’esigenza di un maggiore approfondimento, nel contributo da lui offerto al volume curato da Antiseri, Mauro Moretti evidenzia le linee di continuità e discontinuità tra l’impostazione metodologica di Pasquale Villari e quella del suo allievo Salvemini.
Accumunati entrambi da un atteggiamento interpretativo che si caratterizza per la tensione esplicativa e il carattere sintetico delle ricostruzioni storiografiche, i due, secondo Moretti, si differenziano per il modo diverso in cui concepiscono il rapporto tra storia, arte e scienza.
Infatti, mentre, a parere di Moretti, Villari propende per una tesi intermedia, sulla cui base salvaguardare la specificità della ricerca storica rispetto ai tentativi di ridurla ora all’arte ora alla scienza, la posizione di Salvemini, invece, sempre secondo lo studioso romano, si caratterizza per il suo chiaro monismo metodologico.
Riassumendo – afferma Moretti – le osservazioni svolte […] credo che i punti di maggiore distanza rispetto alle posizioni assunte da Villari nel 1891 – in quel saggio, La storia è una scienza?, che fu all’origine della versione italiana del Methodenstreit – siano in Salvemini, l’inclinazione ad un monismo metodologico che Villari respingeva apertamente, e il linguaggio stesso usato da Salvemini, con tracce evidenti di letture e suggestioni non riconducibili alle coordinate intellettuali di quel positivismo storico e critico che era stato di Villari e che Aristide Gabelli aveva contrapposto alla linea naturalistica e dell’“evoluzionismo monostico”[41].
Inoltre, Moretti propone una lettura equilibrata della prolusione accademica pronunciata da Salvemini nel 1901, evidenziandone sia le analogie con il “partito dei sociologi”[42] sia le differenze:
Oltre a quanto si è sin qui osservato, si potrebbero segnalare altri caratteri e aspetti contraddittori che allontanano Salvemini da un disegno sistematico di costruzione di un sapere storico-sociale di impianto concettualizzante e finalizzato all’individuazione di regolarità, di “leggi”. Affermare che questo obiettivo fosse estraneo alla concezione salveminiana della “storia-scienza” sarebbe naturalmente sbagliato; ma la visione della storia come “rivelatrice della nostra discendenza” non implica di per sé il retrospettivo privilegio accordato a schematici modelli evoluzionistici e sembra aprirsi ad una più duttile comprensione dell’esperienza umana. Inoltre, nella parte conclusiva del saggio, e in significativa coincidenza con uno spostamento del discorso dal piano metodologico a più pratiche considerazioni dedicate alla produzione storiografica corrente e alla cattiva organizzazione dell’insegnamento superiore della storia, Salvemini accennava, in polemica con il frammentarismo dell’erudizione accademica, all’importanza dei lavori di sintesi; e lo spunto, che sarebbe stato ripreso in successivi interventi di argomento scolastico, non è del tutto trascurabile […][43].
In alcuni dei suoi numerosi contributi offerti allo studio del profilo e dell’opera di Gaetano Salvemini, grazie ad un’attenta analisi del rapporto epistolare intercorso tra lo studioso pugliese ed il matematico, filosofo e storico del pensiero scientifico Giovanni Vailati, Sergio Bucchi evidenzia le matrici pragmatiste della concezione salveminiana della storia, incentrata su un’idea di scienza “lontana dalle mitologie costruite dalla vecchia metafisica positivistica”[44] e molto più aderente alla “scienza dei ricercatori e degli scienziati, non quella dei filosofi”[45].
Allo stesso modo il confronto tra il pensiero di Salvemini e quello di Carlo Cattaneo ed Antonio Labriola consente a Bucchi di evidenziare il superamento da parte dello studioso pugliese delle sue iniziali posizioni deterministiche di matrice loriana non solo sulla base della recezione critica della lezione labriolana sul materialismo storico[46], ma anche sulla base della scoperta da parte dello studioso pugliese del positivismo storicistico del filosofo lombardo[47].
Inoltre, richiamandosi alla lettura data da Bobbio alla “non filosofia” di Salvemini Bucchi sottolinea che non solo il liberalismo, la democrazia e il socialismo “sono i lemmi principali del lessico salveminiano”[48], ma ne costituiscono anche le linee di forza di un vero e proprio sistema di pensiero”[49].
In un suo saggio del 2009, Gaetano Salvemini metodologo della storia[50], Edoardo Tortarolo fa valere l’esigenza di una più attenta contestualizzazione degli scritti metodologici di Salvemini sia rispetto al dibattito europeo di fine ‘800 e di inizi ‘900 sulla Kulturgeschichte sia rispetto a quello statunitense degli anni Venti/Trenta sulla New History.
Dopo avere illustrato contesto e contenuti della prolusione salveminiana del 1901, Tortarolo passa all’analisti storico-critica dello scritto metodologico salveminiano del 1938, evidenziandone le differenze rispetto alle sue precedenti riflessioni metodologiche: “Complessivamente – osserva Tortarolo – il rapporto tra storiografia e scienze sociali si presentava nel 1938 più elastico e fluido rispetto al 1901”[51]. Inoltre, sulla base delle recensione che negli anni ‘30 furono fatte negli Stati uniti fatte al testo di Salvemini, Tortarolo evidenzia come nessuno dei commentatori delle sue riflessioni metodologiche le abbia messe in relazione con le teorie di Popper e di Hempel.
Sul versante della storia dell’epistemologia, sulla base dei suggerimenti critici offerti dagli studi di Bucchi, nei testi da lui dedicati allo studioso pugliese, La ragione picaresca[52] e Salvanima[53], il giovane studioso Pierpaolo Lauria ne contestualizza le riflessioni metodologiche, prendendo le distanze sia dalla lettura datane da Croce sia dall’interpretazione offertane da Antiseri e dalla sua scuola.
Quest’ultima, secondo Lauria, se ha avuto il merito di rivalutare gli aspetti epistemologici dell’opera di Salvemini, allo stesso tempo, però, ha commesso anche l’errore di occultarne le radici storiche attraverso l’uso ideologico e teleologico della categoria di “precursore”. Come osserva lo stesso Lauria:
Una serie di titoli, studi e testi di metodologia storica – osserva Lauria – sebbene abbia il pregio di innalzare la figura dello storico alla statura di storico-epistemologo, insistono, in particolar modo, sulla funzione precorritrice, quasi “profetica” dello storico rispetto alla successiva “rivelazione messianica” dell’empirismo logico. […] Ciò che qui si intende criticare in Antiseri e nella sua corrente non è la loro posizione teorica, bensì solo la loro ricostruzione storiografica un po’ troppo apologetica e ideologica, tendente a presentare Salvemini come il S. Giovanni Battista del neoempirismo.
Mentre Salvemini viene “intruppato” tra le file degli empiristi come loro incunabolo, con qualche decennio d’anticipo, per poi procedere con sviluppi paralleli, si svolge e prende corpo un altro indirizzo di studio, che intende rivalutare e riabilitare una corrente epistemologica di marca nazionale, agli albori della teoria contemporanea della conoscenza scientifica in Italia, persa nei meandri della memoria e per troppo tempo trascurata ed eclissata da una lunga “luna di miele” idealista[54].
Ed è a partire dall’approfondimento delle tematiche epistemologiche proprie del razionalismo sperimentale che, secondo Lauria, Salvemini decostruisce l’immagine positivistica della scienza come sapere astorico, detentore di una verità unica, assoluta ed eterna, per elaborarne, invece, una concezione fallibilista, caratterizzata dalla continua dialettica tra soggetto ed oggetto, tra teorie e fatti, giungendo, così, ad una visione della ragione aperta, dinamica e processuale, che considera la verità non come il frutto di uno svelamento definitivo ma come il risultato parziale e sempre rivedibile di un processo di ricerca che procede per continue approssimazioni.
Affinità, analogie e somiglianze – argomenta Lauria – con questa tradizione di studi epistemologici si sprecano: si va dal ruolo prioritario delle ipotesi (la conoscenza è ipotetico deduttiva), prevenzioni e pregiudizi inclusi, insostituibile guide della ricerca, da abbandonare però senza scrupoli e nostalgia, rettificando la via, non appena sono falsati dal rilevamento di fatti contrari, e con il conseguente riconoscimento della forza della fantasia e dell’immaginazione, anche nel campo minato della scienza, e del ruolo attivo del soggetto conoscente coinvolto dal principio nel processo conoscitivo, in una prospettiva storica ed ermeneutica, all’errore fecondo, non schiacciato sotto il piede della verità tiranna, che indirizza viceversa a nuovi orizzonti, al dinamismo dialettico tra ragione ed esperienza, al carattere approssimato e aperto della conoscenza e all’incompletezza della verità[55].
In sintesi, per quanto concerne le sue riflessioni metodologiche, nel giro di circa novant’anni anni, dalla stroncatura fattane da Croce[56] nel 1902 alla loro rivalutazione prima ad opera di Bobbio[57] nel 1975 e poi definitivamente ad opera di Antiseri[58] nel 1996, si è passati dall’immagine di un Salvemini positivista, “irriflessivo”[59], “radicalmente incapace di intendere e ragionare un concetto filosofico[60], a quella di un Salvemini che, consapevolmente radicato nell’orizzonte teorico delle culture metodologiche del suo tempo, positivismo metodologico, positivismo storicistico, razionalismo critico, neo-empirismo e pragmatismo, giunge a formulare una concezione fallibilista delle scienze storico-sociali.
Quest’ultima immagine ha sancito la scoperta e il ritrovamento di un Salvemini a lungo tempo screditato, rimosso e perduto, non solo rivalutando lo spessore dei suoi scritti metodologici, ma esplicitandone anche le implicazioni pedagogico-educative, come nel caso di Antiseri che, evidenziando i nessi tra falsificazionismo ed apprendimento per “prova ed errore”[61], osserva che “[…] anche sulla questione ‘didattica’ resta molto da apprendere dall’opera tuttora poco esplorata da Salvemini”[62].
Dunque, non solo occorre interrogarsi sulla recezione critica delle riflessioni pedagogico-educative formulate dallo studioso pugliese nel corso della sua lunga vita, ma occorre anche indagarle a fondo, per poi evidenziarne gli eventuali nessi con le sue posizioni epistemologiche.
[1] Sul Salvemini storico, meridionalista, democratico ed antifascista, tra gli altri, si consultino i contributi relativamente recenti di G. Pecora, Uomini della democrazia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2007; Id., Socialismo come libertà. La storia lunga di Gaetano Salvemini, Donzelli, Roma 2012; P. Audenino (a cura di), Il prezzo della libertà. Gaetano Salvemini in esilio (1925-1949), Rubbettino, Soveria Mannelli 2009; G. Pescosolido (a cura di), Gaetano Salvemini (1873-1957). Ancora un riferimento, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2010; G. Capurso, Due Maestri del Sud. Gaetano Salvemini e Giovanni Modugno, Secop edizioni, Corato 2022; V. Romano, Spigolando tra le carte di Gaetano Salvemini, Secop edizioni Corato 2022; S. Lucchese, Salvemini e il federalismo visto da Sud. Municipale, partecipativo, solidale, Secop edizioni, Corato 2023; F. Torchiani, Gaetano Salvemini. L’impegno intellettuale e la lotta politica, Carocci, Roma 2025.
[2] Basti pensare che nei primi studi critici su G. Salvemini i suoi scritti metodologici sono stati sempre ignorati o fortemente ridimensionati come nel caso di F. Tessitore, il quale, se è vero che ha rivalutano gli aspetti metodologici dell’opera dello studioso pugliese, lo ha fatto, però, sulla base delle sue opere storiografiche e non dei suoi scritti teorici. Cfr. F. Tessitore, “Motivi metodologici della storiografia di Gaetano Salvemini”, in G. Cingari (a cura di), Gaetano Salvemini tra politica e storia, Laterza, Roma-Bari 1986, pp. 121-138.
[3] N. Bobbio, “La non-filosofia di Gaetano Salvemini”, in Id., Maestri e compagni, Passigli Editori, Firenze 1984, pp. 31-47.
[4] D. Antiseri (a cura di), Gaetano Salvemini metodologo delle scienze storico-sociali, Rubbettino, Roma 1996.
[5] G. Quagliariello, Gaetano Salvemini, Il Mulino, Bologna 2007.
[6] N. De Giacomo, “L’influenza di M.R. Cohen e E. Nagel sulla metodologia storica di Gaetano Salvemini”, in D. Antiseri (a cura di), ), Gaetano Salvemini metodologo delle scienze storico-sociali, cit., pp. 95-110.
[7] M. Moretti, “Il giovane Salvemini fra storiografia e ‘scienza sociale’”, in Rivista storica italiana, n. I/1992, pp. 204-245.
[8] S. Bucchi, “Salvemini e Vailati”, in Rivista di Storia della Filosofia, n. II/1987, pp. 321-338; Id., “Salvemini, Labriola e il materialismo storico”, in A. Burgio (a cura di), Antonio Labriola nella storia e nella cultura della nuova Italia, Quodlibet, Macerata 2005, pp. 299-310; Id., La filosofia di un non filosofo. Le idee e gli ideali di Gaetano Salvemini, Bollati Boringhieri, Torino 2023.
[9] E. Tortarolo, “Gaetano Salvemini metodologo della storia”, in P. Audenino (a cura di), Il prezzo della libertà, cit., pp. 341-355.
[10] P. Lauria, La ragione picaresca. Avventure ed imprese dell’epistemologia della storia, Armando, Roma 2011; Id. Salvanima. Iconoclastie ed epistemologia di Gaetano Salvemini, LibresEdizioni, Potenza 2011.
[11] Cfr. D. Antiseri, “La storia come scienza in Gaetano Salvemini”, in Id. (a cura di), Gaetano Salvemini metodologo delle scienze storico-sociali, cit., pp. 7-18.
[12] Cfr. G. Quagliariello, “Gaetano Salvemini un precursore del Neo-Empirismo?”, cit.; N. De Giacomo, “L’influenza di M.R. Cohen e E. Nagel sulla metodologia storica di Gaetano Salvemini”, cit.
[13] M. Moretti, “Salvemini e Villari. Frammenti”, in D. Antiseri (a cura di), Gaetano Salvemini metodologo delle scienze storico-sociali, cit., pp. 19-68.
[14] Cfr. S. Bucchi, “Salvemini e Vailati”, cit.; P. Lauria, La ragione picaresca, cit.
[15] Cfr. B. Croce, “La storia considerata come scienza”, in Rivista italiana di sociologia, n. 2-3/1902, ora in Id., Scritti vari I. Primi saggi, Laterza, Bari 1951, pp. 171-175. L’incidenza del giudizio crociano sulla recezione critica degli scritti metodologici di Salvemini è esemplificata anche dai dubbi nutriti da Alessandro Galante Garrone, uno dei più autorevoli studiosi di Salvemini, dinanzi alla scelta di inserire o meno i saggi dedicati dallo studioso pugliese al rapporto tra storia e scienza nella raccolta dei suoi scritti vari. Infatti, Garrone si pose le seguenti domande: “Ne valeva proprio la pena? Avrei reso un buon servizio alla memoria dell’autore”. A. Galante Garrone, Salvemini e Mazzini, D’Anno, Messina 1984, p. 247. Per un’ampia ed approfondita ricostruzione del rapporto tra Croce e Salvemini cfr. L. Ghersi, Croce e Salvemini. Uno storico conflitto ideale ripensato nell’Italia odierna, Bibliosofica, Roma 2007. Inoltre, sempre a titolo esemplificativo, rispetto alla perdurante ed acritica incidenza esercitata dalle stroncature di Benedetto Croce non solo delle tesi metodologiche di Salvemini, ma anche della sua persona, si veda anche il giudizio dello storico della filosofia Giuseppe Cotroneo, che, proprio sulla scia del filosofo napoletano, considera i contributi offerti dallo studioso pugliese alle questioni metodologiche come fragili ed infantili. G. Cotroneo, “Croce e Salvemini. Una polemica sulla storia”, in Id., L’ingresso nella modernità. Momenti della filosofia italiana tra Ottocento e Novecento, Morano editore, Napoli 1992, pp. 171-191.
[16] Cfr. B. Croce, Terze pagine sparse, vol. II, Laterza, Bari 1955, p. 104.
[17] Cfr., G. Salvemini, “La storia considerata come scienza”, in Rivista Italiana di Sociologia, n. VI/1902, pp. 17-54, ora in Id., Scritti vari, Feltrinelli, Milano 1978, pp. 108-135; Id., Storia e scienza, La Nuova Italia, Firenze 1948, ora in Id., Scritti vari, cit., pp. 135-185, comprensivo dell’appendice Che cos’è la coltura? pp. 185-197; Id., “Storiografia e moralismo”, in Rivista d’Italia, 1924-1925, ora in Id., Il ministro della mala vita e altri scritti sull’Italia giolittiana, a cura di Elio Apih, Feltrinelli, Milano 1962, pp. 531-540; Id., “Empirici e teologi”, in Il Ponte, gennaio 1968, pp. 31-37, ora in Id., Scritti vari, cit., pp. 197-202.
[18] B. Croce, “Una nuova conversazione col prof. Salvemini”, in Id., Scritti e discorsi politici, vol. 2, II, Bari 1963, pp. 317-321. Per la citazione, p. 320 CONTROLLARE IN BILIOTECA NAZIONALE?
[19] B. Croce, Terze pagine sparse, cit., p. 104.
[20] G. Salvemini, “Empirici e teologi”, in Il Ponte, cit. p. 200.
[21] Ibidem.
[22] G. Salvemini, “Una pagina di storia antica”, in Il Ponte, gennaio 1950, pp. 116-131, ora in Id., Scritti vari (1900-1957), cit., pp. 41-57. Per la citazione, p. 44.
[23] N. Bobbio, “La non-filosofia di Gaetano Salvemini”, cit.
[24] Ivi, p. 36.
[25] Ivi, p. 37.
[26] Ivi, p. 31.
[27] Ivi, p. 39.
[28] Ibidem.
[29] Ivi, p. 42.
[30] Ivi, p. 43.
[31] D. Antiseri (a cura di), Gaetano Salvemini metodologo delle scienze storico-sociali, cit.
[32] Cfr. K. Popper, Congetture e confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica, Il Mulino, Bologna 1976.
[33] Citato in D. Antiseri, “La storia come scienza in Gaetano Salvemini”, in Id. (a cura di), Gaetano Salvemini metodologo delle scienze storico-sociali, cit., p. 11.
[34] Ibidem, in corsivo nel testo.
[35] G. Quagliariello, “Gaetano Salvemini un precursore del Neo-Empirismo?, cit., p. 75.
[36] Ivi, p. 78, in corsivo nel testo.
[37] Ivi, p. 80.
[38] Ivi, p. 81.
[39] N. De Giacomo, “L’influenza di M.R. Cohen e E. Nagel sulla metodologia storica di Gaetano Salvemini”, cit., p. 96.
[40] Ivi, p. 110.
[41] M. Moretti, “Salvemini e Villari. Frammenti”, cit., pp. 41-42. Corsivi e virgolette nel testo, interruzione mia.
[42] M. Moretti,” Il giovane Salvemini fra storiografia e ‘scienza sociale’”, cit., p. 238.
[43] Ivi, pp. 238-239. Virgolette nel testo, interruzione mia.
[44] S. Bucchi, “Salvemini e Vailati”, cit., 324.
[45] Ibidem.
[46] S. Bucchi, “Salvemini, Labriola e il materialismo storico”, cit.
[47] Cfr. S. Bucchi, La filosofia di un non filosofo,cit., pp. 20-22.
[48] Ivi, p. 11.
[49] Ibidem.
[50] E. Tortarolo, “Gaetano Salvemini metodologo della storia”, cit.
[51] Ivi, p. 352.
[52] Cfr. P. Lauria, La ragione picaresca, cit.
[53] Cfr. P. Lauria, Salvanima, cit.
[54] Ivi, pp. 93-94. Virgolette nel testo, interruzione mia.
[55] Ivi, p. 141.
[56] B. Croce, “La storia considerata come scienza”, cit.
[57] N. Bobbio, “La non-filosofia di Gaetano Salvemini”, cit.
[58] D. Antiseri (a cura di), Gaetano Salvemini metodologo delle scienze sociali, cit.
[59] B. Croce, Terze pagine sparse, cit., p. 104.
[60] B. Croce, “Una nuova conversazione col prof. Salvemini”, cit., p. 343.
[61] D. Antiseri, “La storia come scienza in Gaetano Salvemini, cit., p. 15.
[62] Ivi, p. 18. Interruzione mia.
