di Ferdinando Di Dato

Abstract

L’articolo analizza l’atteggiamento che ebbe il fascismo nei confronti della “Questione meridionale”, evidenziando come il regime affrontò ma non riuscì a colmare il divario economico e sociale tra Nord e Sud, ma contribuì ad accentuarlo. Dopo la Prima guerra mondiale il Mezzogiorno subì un forte impoverimento, aggravato dopo il ‘25 dalle politiche economiche fasciste, dalla limitazione dell’emigrazione e dalla “Battaglia del grano”, che penalizzò le colture specializzate meridionali. Nonostante la propaganda del regime presentasse la “questione meridionale” come risolta, l’arretratezza agricola, la disoccupazione e le disuguaglianze infrastrutturali non vennero risolte. L’articolo mostra, inoltre, come il fascismo privilegiò gli interessi industriali del Nord e utilizzò il Sud come pura riserva agricola e demografica, lasciando irrisolti i suoi problemi strutturali in una condizione di subordinazione economica e politica.

 Parole chiavi: Fascismo, questione meridionale, “battaglia del grano”, bonifica,paludi Pontine, autarchia, agricoltura, IRI, “quota 90”, industrializzazione, emigrazione, mafia.

 

1. Il fascismo e il Mezzogiorno d’Italia

La forbice Nord-Sud, già palese durante l’età giolittiana, si allargò ulteriormente durante la “Grande guerra”[1]. I costi del conflitto mondiale fecero crescere vertiginosamente la spesa pubblica e determinarono consistenti trasferimenti di ricchezza a favore di alcuni ceti sociali (i cosiddetti “pescecani di guerra”), grazie ai cospicui profitti accumulati con la speculazione finanziaria, con l’esoso commercio dei prodotti alimentari a prezzi gonfiati dall’inflazione e con le forniture belliche[2]. I gruppi favorevoli alla guerra erano stati non casualmente quelli legati all’industria pesante e alla finanza, al cui centro stava la Banca Italiana di Sconto (BIS), il nuovo colosso bancario che ruotava intorno all’Ansaldo e alla grande industria. La situazione offrì enormi vantaggi soprattutto agli industriali, ma favorì anche i grandi proprietari e i grossisti di generi alimentari.

Le esigenze belliche stimolarono infatti la crescita dell’industria pesante, oltre a quella estrattiva e a quella meccanica, che era localizzata prevalentemente nel Nord. L’industria degli armamenti, grazie alle commesse belliche e ai favori statali, ebbe una impressionante espansione con i colossi dell’Ansaldo, dell’Ilva, dell’Odero-Orlando, della Breda e della Fiat[3]. Il gruppo Ansaldo, ad esempio, concentrò quasi il 90% delle artiglierie disponibili per l’esercito e costruì 3000 aerei, 1574 motori di aerei, 96 navi da guerra, quasi 200 mila tonnellate di navi mercantile, grandi quantità di trafilati e materiale accessorio vario[4]. Tutte queste opportunità andarono a discapito dell’agricoltura che, a differenza dell’industria, vide diminuire la produzione con una forte riduzione delle sue potenzialità economiche per gli scarsi investimenti e i pochi miglioramenti tecnici. A causa di ciò, si ebbe un aumento del sottosviluppo delle zone agricole e l’accentuarsi del divario tra le due Italie (Nord e Sud)[5]. Non bisogna dimenticare che ad esso concorsero anche l’emigrazione transoceanica, «la polverizzazione di molti capitali monetari e risparmi della piccola e media borghesia meridionale, l’enorme drenaggio di mezzi finanziari operato dallo Stato durante il conflitto attraverso la tassazione dei redditi agricoli»[6]. Nel 1919, sotto l’incalzare di una grave situazione economica, si ebbe un deficit della bilancia commerciale, una drastica riduzione dei raccolti agricoli e un elevato numero di disoccupati. Il Sud, dopo aver dato il suo contributo finanziario alla crescita industriale italiana, si trovò a farsi carico anche degli oneri derivanti dal pubblico erario, dal dissesto delle industrie belliche e della BIS[7]. L’intera vicenda dell’economia nazionale, negli anni che precedettero l’ascesa al potere del fascismo, fu condizionata dal pesante vincolo di dipendenza finanziaria ereditato dalla guerra. Accanto al ristagno produttivo, causato dalla riconversione industriale, vi fu anche una forte inflazione, che aggravò le condizioni dei reduci-contadini, rendendo più tesi i conflitti sociali.

La promessa di concedere loro la terra non fu mantenuta dalle autorità governative, tanto che i soldati-contadini reagirono con l’occupazione delle terre incolte e con l’emigrazione. La situazione però si aggravò ancor di più nel 1921, quando gli Stati Uniti con il Quota Act[8] bloccarono l’esodo meridionale transoceanico e nel 1924 con l’Immigration bill attuarono una nuova politica restrittiva, riducendo di moltissimo il flusso migratorio[9]. Tutte queste misure, insieme a quelle della politica anti-migratoria del fascismo, ebbero un effetto negativo sul Mezzogiorno, il cui peso fu ancor più netto con le mire imperiali di Mussolini[10].

Il fascismo così ereditava dai governi liberali un Mezzogiorno ormai lontanodai livelli di relativo benessere conquistato dagli italiani del Centro-Nord.Nel ’22 il prodotto pro capite meridionale si era ridotto a meno di tre quartidi quello centro-settentrionale. La diffusione delle malattie infettive erafavorita dalla criticità delle condizioni igieniche e l’analfabetismoriguardava ancora quasi metà della popolazione.

Mussolini, invece, già dagli venti invocava ad un vigoroso Mezzogiorno e lo faceva rientrare in un suo progetto politico, che si farà sempre più chiaro ed evidente con la conquista definitiva del potere. Nel 1922, appunto, Mussolini elogiò il Mezzogiorno, sostenendo che era «diffamato e malamente conosciuto, […] è in realtà, una delle forze più potenti della Nazione», attribuendo ad esso «una riserva di braccia», quindi una riserva inesauribile di soldati[11]. Nel 1924, subito dopo le elezioni, Mussolini,in occasione della inaugurazione della Fiera Campionaria, tenne un discorso dal balcone del Municipio di Napoli e al saluto del sindaco Raffaele Angiulli asserì di avere la soluzione per risolvere i problemi della città:

Io non esagero se vi dico che ho nel mio cervello il quadro esatto di tutti i problemi interessanti Napoli e dalla risoluzione dei quali dipende l’avvenire della vostra città. Sono i problemi del mare, del porto, delle ferrovie, la ferrovia che deve abbreviare il percorso tra Napoli e le Calabrie, tra Napoli e Roma. Poi vi sono i problemi delle industrie. Sono lieto, ad esempio, quando mi si dice che si lavora e che un problema si avvia alla risoluzione. Il Mezzogiorno d’Italia non è ricco, ma può divenire ricco[12].

Poi concludeva il discorso, sostenendo di “vedere Napoli potente, prospera, veramente regina del Mediterraneo nostro”[13].

La retorica e la propaganda, con la fusione tra la regina del Mediterraneo e il mare nostrum, toccavano i massimi livelli espressivi. Più tardi, nel marzo del 1939 a Reggio Calabria, Mussolini parlò per primo della «invenzione» della questione meridionale, che divenne la ex questione meridionale, perché il fascismo dichiarava di averla risolta.  Mussolini perciò sosteneva che

i vecchi governanti avevano inventato, allo scopo di non risolverla mai, la cosiddetta questione meridionale. Non esistono questioni settentrionali o meridionali. Esistono questioni nazionali, poiché la nazione è una famiglia, e in questa famiglia non ci devono essere figli privilegiati e figli derelitti[14].

Nel 1934, intanto, Raffaele Ciascain un suo articolo sull’EnciclopediaItaliana di Giovanni Gentilescriveva:

L’essenza del problema è consistita anzitutto in una differenza di condizioni tra partesettentrionale e parte meridionale della penisola, coesistenti, dal 1860 in poi, in un unico corpo di nazione. Differenza tanto sensibile, da far parlare addirittura di due Italie: l’Italia delle Alpi, dei laghi, dei fiumi, e l’Italia dei vulcani, degli stagni, delle fiumare; l’Italia verdeggiante di colture (…), e l’Italia delle campagne riarse (…); l’Italia dalle ordinate e spaziose città, e l’Italia dalle borgate ipertrofiche (…); l’Italia della borghesia operosa (…), e l’Italia del contadiname (…). Di una ‘questione meridionale’ non si può più, oggi, legittimamente parlare, e perché tante differenze sono scomparse e perché ormai sono in piena attuazione i provvedimenti del governo fascista che mirano, intenzionalmente, a elevare il tono dell’Italia agricola specialmente meridionale. Ma più ancora, perché ogni traccia di contrasto, di antagonismo, ognisenso di interessi diversi, sono scomparsi dagli animi per la fusioneoperata dalla guerra mondiale e dal fascismo[15].

Sicuramente uno studioso come Raffaele Ciasca si era lasciato influenzare dai parziali successi in materia di bonifiche del regime, con lestrategie del risanamento idraulico e della lotta allamalaria, puntando ad una profonda trasformazione fondiaria, congiunta alrisanamento territoriale e ambientale, organizzate da Arrigo Serpieri[16], in linea di continuità con l’elaborazione teorica nittiana econ gli insegnamenti della scuola di Portici[17].

La realtà, purtroppo, era ben diversa, le disparità strutturali tra le due parti del Paese esistevano, ma per risolvere il problema bisognava toccare ceti influenti e perdere consenso; il regime invece preferì nasconderlo dietro la retorica. In ogni modo, la politica fascista per il Mezzogiorno si sviluppò con vari provvedimenti:

  1. politica agricola, conla Battaglia del grano inaugurata nel 1925;
  2. la Bonifica Integrale, con la Legge Mussolini del 1928, che mirava a “redimere” le terre paludose e malariche;
  3. la legge sull’emigrazione dei flussi migratori verso l’estero e favorire quella interna;
  4. la repressione della criminalità, inviando in Sicilia Cesare Mori, ilfamoso “prefetto di ferro”.

La politica dellabattaglia del grano, purtroppo, si dimostrò una fallimentare campagna propagandistica: produsse un ricavo di duecento milioni di lire a fronte di una perdita di 400 milioni provocata dalla connessa “ecatombe ovina”. La bonifica integrale mise in valore vasti terreni meridionali, ma fu bloccata dal boicottaggio dei grandi gruppi industriali del Nord e dai mancati investimenti richiesti agli agrari del Sud.

2. Politica economica fascista: battaglia del grano, emigrazione e industrializzazione

La “battaglia del grano” non fu ben accolta da quei settori del mondo agrario che, già critici verso la nuova tassa sul reddito agrario[18], nutrirono non pochi dubbi sull’iniziativa mussoliniana, che impediva qualsiasi possibilità di modernizzare l’agricoltura meridionale. In realtà, l’autosufficienza granaria fu raggiunta ad un prezzo molto elevato, se si pensa che essa fu attuata con un forte aumento del dazio, con l’abbandono delle colture ortofrutticole e dell’allevamento armentizio[19]. La «battaglia del grano» si sostanziava in un considerevole rialzo del dazio su questo cereale, passando da 27,5 lire per quintale fino a 75 nel 1931.

Il grano è una produzione ad alto consumo di terra (land intensive) che richiede poco lavoro: male si adatta quindi alla dotazione di fattori dell’Italia, che è invece ricca in lavoro e povera di terra; ancora più ricca di lavoro in conseguenza delle politiche demografiche del regime fascista, che aveva incentivato la natalità e limitato l’emigrazione e che ora aveva seri ostacoli a causa dei nuovi vincoli posti dai paesi d’oltreoceano. Poi l’estensione della cerealicoltura procedeva a scapito delle produzioni a più alto valore aggiunto (colture specializzate come alberi da frutto, olivi, vite), per le quali sono particolarmente favoriti l’Italia e specie il Mezzogiorno. Di conseguenza, la produttività per ettaro dell’agricoltura del Sud arretrava drammaticamente rispetto a quella del Centro-Nord e similmente peggioravano le condizioni di vita dei meridionali; ma si verificò anche un impoverimento netto, quantomeno virtuale ma in molti casi reale, dell’intero sistema agricolo italiano[20].

Proprio negli anni coincidenti con il passaggio del fascismo ad un regime totalitario, gli agrari confermarono definitivamente il loro consenso al governo mussoliniano, allineandosi al nuovo blocco di potere nazionale e favorendo così la stabilizzazione politica del Mezzogiorno fascista[21].

Tra il 1925 e il 1926 si posero definitivamente le basi del nuovo Stato fascista, lasciando così le «semplici funzioni di ordine e di tutela come voleva il liberalismo»[22] e dando una forma totalitaria alle istituzioni. Le scelte politiche di quegli anni consolidarono il potere di Mussolini, che dal forte sostegno dato e avuto dagli agrari meridionali riuscì a rendere più forte la stabilizzazione politica del suo regime.

Poi con la politica deflazionistica, “Quota 90”, che mirava alla rivalutazione della lira eche comportò il blocco dei crediti, la riduzione della circolazione di carta moneta e il taglio dei salari dei lavoratori, danneggiò anche l’agricoltura meridionale, che vide colpiti i suoi principali prodotti riservati all’esportazione (agrumi, olio d’oliva, vino), con gravi ripercussioni sulla produzione e sulla piccola e media proprietà[23]. Le imposte e i debiti rivalutati scompaginarono l’assetto proprietario, mentre i redditi dei contadini subirono drastiche riduzioni.

Il fascismo, in ogni modo, con la sua politica agraria e i grandi investimenti statali non riuscì ad eliminare lo squilibrio tra l’agricoltura del Nord e quella del Sud[24]. La bonifica delle Paludi Pontine, ultimata nel 1934, con la valorizzazione di 60.000 ettari, permise la costituzione di circa 3.000 poderi e la costruzione delle città rurali di Littoria e Sabaudia[25]. Al fine di alleviare il problema occupazionale, con una politica di tipo keynesiano ante litteram, il governo fascista sin dal 1926 avviò, dunque, un programma di «battaglie», non solo per il frumento e per la bonifica di terre[26], ma anche di grandi lavori pubblici. Questi ultimi svilupparono l’edilizia pubblica, con il miglioramento della rete stradale e la conclusione dei lavori dell’acquedotto pugliese. Iniziative che non riuscirono a risolvere il problema della disoccupazione, che passò da circa 300.000 unità nell’ottobre 1929 a oltre 740.000 nel dicembre 1930[27]: una cifra che superò il milione tre anni dopo.

Con la crisi del 1929, si avvertirono gli effetti anche in Italia, creando una notevole diminuzione della produzione, una drastica riduzione del commercio con estero e un aumento della disoccupazione[28]. Sono stati quelli dal 1929 al 1935 gli anni della disperazione nera in tutto il Mezzogiorno, resa più grave dal continuo, rapido aumento della popolazione presente, per la cresciuta eccedenza naturale determinata dalla ridotta mortalità e per l’assoluta mancanza di sbocchi migratori[29].Eppure, Mussolini, in un discorso al «popolo napoletano» dell’ottobre 1931, stabilì come direttrici principali dello sviluppo meridionale: l’agricoltura, l’industria, la navigazione e l’artigianato[30]. Ma con il fallimento dei principali settori produttivi, la politica economica fu costretta a sostenerli con interventi pubblici e con un’apertura momentanea dell’emigrazione.

Nel 1930, infatti, per alleggerire la pressione dei disoccupati nelle zone più depresse del paese, il governo fascista permise l’emigrazione, che vide 280.097 espatri, la maggior parte dei quali si diresse verso la Francia e la Svizzera: una cifra che si ridusse negli anni successivi a quote molto limitate[31]. Come conseguenza si ebbe una diminuzione della produzione agricola in quasi tutte le principali province del Sud, già duramente colpite dalla crisi economica. Ma nel novembre 1931 il governo con l’Istituto Mobiliare Italiano (IMI), cercò di favorire la ristrutturazione industriale. Nel gennaio 1933 realizzò l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), che nonostante ebbe per il Mezzogiorno costi analoghi a quelli del salvataggio della Banca di Sconto[32], rappresentò una chiave per colmare il divario economico del Mezzogiorno[33].

La politica autarchica, avviata nel 1934 e diretta a rendere “autosufficiente” l’economia italiana, penalizzò il Mezzogiorno per la chiusura dei mercati esteri ai nostri prodotti agricoli[34]. Negli anni successivi gli altri aspetti della politica economica fascista, che purtroppo concorsero a lasciare immutata la situazione meridionale, furono i favori alle industrie belliche, come la costruzione dell’impianto dell’Alfa Romeo nel 1939, per scopi militari e non economici a Pomigliano d’Arco[35], la distrazione di ingenti capitali per finanziare l’intervento in Spagna e la guerra coloniale in Etiopia, i forti investimenti di capitali in Libia e in Africa Orientale nel perseguimento del mito imperiale.

3. Questione meridionale degli intellettuali fascisti

La questione meridionale, intanto, veniva accantonata oppure negata, come si può vedere dagli articoli apparsi su autorevoli quotidiani come il Corriere della Sera e LaStampa, ma anche sullarivista napoletana Questioni meridionali, che nel 1935 pubblicava un articolo diGino Olivetti,il segretario generale della Confindustria, intitolato La ex questione meridionale, nel quale si attribuiva alla politica economica del fascismo il merito di avere superato il tradizionale dualismo economico e territoriale della nazione italiana tra nord e sud[36]. Su questa posizione, ormai ufficiale del regime, come abbiamo già accennato, si conformò l’Enciclopedia Italiana alla voce dedicata alla “questione del Mezzogiorno”, impostata in chiave nazionale ed elogiativa dei provvedimenti mussoliniani.

Raffaele Ciasca, autore di un sintetico profilo storico dei lavori pubblici fascisti nel Mezzogiorno, fece un’apologia della bonifica integrale, dell’istituzione della Fiera del Levante, del completamento dell’acquedotto pugliese e di altri interventi del governo per ribadire che il dualismo tra nord e sud era scomparso «per la fusione operata dalla guerra mondiale e dal fascismo»[37]. Ma la forbice del divario tra il nord e il sud, che prima della Grande Guerra era ancora contenuto con un reddito pro capite del 15%, con la guerra si allargò, a causa di un maggiore sviluppo degli stabilimenti militari impiantati al Nord. Il fascismo diede poi il colpo di grazia al possibile sviluppo moderno delle regioni meridionali, perché queste furono viste solo per la creazione di un mondo rurale, per la produzione del grano, e, visto l’alto livello di natalità, un serbatoio di uomini per la guerra.

Una delle tante testimonianze del fallimento dell’opera fascista viene dalla letteratura, dal romanzoFontamaradi Silone, pubblicato nell’33 in Svizzera e ripubblicatoin linguaitaliana nel ’45. Il testo è una denuncia alle miserabili condizioni di vita dei “cafoni” della Marsica, rese ancor più grame dal regime fascista.Nonostante tutto, ilMezzogiorno espresse durante il Ventennio grandi scrittori come Grazia Deledda e Pirandello che nel 1926 la prima e nel 1934 il secondo ottennero il Nobel per la letteratura.

4. Fascismo, Sicilia e il prefetto Mori

In quasi tutte le regioni meridionali, il fascismo assunse un aspetto peculiare, improntato al trasformismo del ceto politico locale. Lo scopo di Mussolini era quello di nazionalizzare il movimento fascista, che ad eccezione di alcune zone, come la Puglia o la Sicilia, non riscuoteva molto seguito nella mobilitazione squadristica[38]. Con il suo viaggio in Sicilia, dal 20 al 22 giugno del 1923, Mussolini si trovò in sintonia con il dibattito sulla natura del fascismo isolano e l’allineamento, non ancora del tutto completo, alle sue direttive politiche. L’incitamento «a tener fede a quel semplice trinomio di concordia, lavoro, disciplina» servì come motivo di sprone a superare i contrasti presenti nel ceto politico siciliano, ma nello stesso tempo anche a sottometterlo al governo fascista, unica via di salvezza per risolvere i problemi irrisolti della questione siciliana. Le promesse di Mussolini, improntate ad un tono retorico nazional-popolare con i suoi richiami alla fraternità e alla solidarietà nazionale e al «Mezzogiorno come grande riserva della nazione»[39], non si accordavano con le necessità economiche del fascismo nel settore agricolo.

Mussolini affrontò anche il problema mafioso, infatti, dopo il suo rientro dalla Sicilia fece nominare subito prefetto a Trapani e poi nel 1925 a Palermo Cesare Mori. L’operazione del prefetto durò tra il 1925 e il 1929 e rimane una delle più importanti e controverse operazioni antimafia mai condotte nell’isola. «Il fascismo però non unì alla lotta sul piano militare alcun intervento di tipo sociale, facendo anzi dei passi indietro, soprattutto nelle campagne, riaffidando quasi interamente il potere ai latifondisti»[40], e nei fatti rafforzando il potere mafioso. I mafiosi e molti esponenti politici locali aderirono al fascismo e avrebbe strumentalizzato la repressione del fenomeno solo per ottenere maggior consenso e potere[41].

5. La Questione meridionale nell’interpretazionedi un dissidente: Guido Dorso

All’interno della cerchia degli intellettuali italiani, troviamo anche una voce dissidente con la politica economica del fascismo, quella dell’irpino Guido Dorso, che, il 2 dicembre del 1924 su LaRivoluzione Liberale di Piero Gobetti, pubblicò l’Appello ai Meridionali e l’anno dopo La Rivoluzione meridionale.Saggio storico-politico sulla lotta politica in Italia,nei quali analizzava acutamente le causedei mali del Mezzogiorno e che, secondo lui, erano radicate nelle:

istituzioni amministrative,fiscali, doganali, economiche, collegate alla dittatura permanente di unaclasse politica, che prima si è servita dello pseudo-liberalismo, e dellapseudo democrazia antemarcia, e, poi, toltasi la maschera, è sfociata nel fascismo.

 

La dittatura poteva anche sopravvivere alla caduta dellamonarchia e del fascismo ma con la decadenza dei gruppi parassitari del Nord si apriva 

un’occasione storica, la liquidazione definitiva del‘complesso d’inferiorità’ in cui la politica unitaria aveva confinato il Sud, ilcapovolgimento delle ‘ultime disastrose conseguenze del Risorgimento nazionale’[42].

In ogni modo, le risorse statali privilegiarono il triangolo industriale settentrionale, lasciando il Mezzogiorno in una condizione di arretratezza e subordinazione economica.Il fascismo, infatti, pensò a industrializzare anche le zone del nord dove non c’erano industrie, come Bolzano; è vero che furono costruite importanti opere pubbliche e infrastrutturali in tutta la penisola, ma quelle più importanti si avranno al nord. Anche la politica fiscale colpì i poveri e non la rendita, gli stipendi degli operai e i dei contadini rimasero sempre più bassi, facendo aumentare sempre di più il gap tra le due parti del Paese.

Nei fatti il regime aggravò il divario Nord-Sud sostenendo i latifondisti, bloccando l’emigrazione, che prima del fascismo rappresentava un’alternativa alla povertà, e promuovendo politiche cerealicole (battaglia del grano) che frenarono la modernizzazione agricola, a discapito delle più redditizie colture specializzate (oliveti, agrumeti, vitigni) riservate all’esportazione. Non si risolsero neanche i problemi dell’analfabetismo e delle infrastrutture, ricordiamo i problemi cronici delle aree depresse meridionali, dove mancavano scuole e strade.

[1] P. Bevilacqua, Breve storia dell’Italia meridionale. Dall’Ottocento ad oggi. Donzelli, Roma 1993, p. 66.

[2] Cfr. F. Ecca, Lucri di guerra. Le forniture di armi e munizioni e i «pescecani industriali» in Italia (1914-1922). Viella, Roma 2017.

[3]G. Procacci, L’Italia nella Grande Guerra, in G. Sabbatucci e V. Vidotto (a cura di), Storia d’Italia vol. 4. Guerre e fascismo 1914-1943, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 43.

[4]E. Gazzo, I cento anni dell’Ansaldo, Industria Grafica, Genova 1953, pp. 399-400, cit. da A. Caracciolo, La grande industria nella prima guerra mondiale, in Id (a cura di), La formazione dell’Italia industriale cit., p. 206; V. Castronovo, L’industria italiana dall’Ottocento a oggi. Mondadori,Milano 2007, pp. 135-162; Id, Storia economica d’Italia. Dall’Ottocento al 2020. Einaudi, Torino 2021, pp. 153-185.

[5]G. Procacci, L’Italia nella Grande Guerra cit., p. 86.

[6]V. Castronovo, Storia economica d’Italia cit., p. 207.

[7]G. Pescosolido, Meridionale, questione cit., p. 184.

[8] Negli Stati Uniti d’America, diminuito il bisogno di manodopera a basso costo, furono votate alcune fondamentali leggi volte a frenare l’immigrazione. Con queste leggi si pose fine all’immigrazione italiana negli Stati Uniti, stabilendo delle quote per ogni nazionalità. I criteri però furono discriminanti tra le popolazioni del nord Europa e quelle dell’Europa Sud Orientale, codificando il pregiudizio antimeridionale. Cfr. C. Bonifazi, L’Italia delle migrazioni. Il Mulino, Bologna 2013, p.136. 

[9]F. Barbagallo, Lavoro ed esodo nel Sud 1861-1971, Guida, Napoli 1973, p. 141; J. Higham, Le porte si chiudono, in A. M. Martellone (a cura di), La questione dell’immigrazione negli Stati Uniti, Il Mulino, Bologna 1980, pp. 279-309; E. Sori, L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, Il Mulino, Bologna 1979, p. 392; F. Fauri, Storia economica della migrazioni italiane. Il Mulino, Bologna 2015, pp.169-170.

[10]Una recente interpretazione attribuisce invece al fascismo una totale “depoliticizzazione” della questione meridionale per la preferenza data agli aspetti tecnici, allo scopo di nascondere la sua gravità e “dare maggiore forza alla prospettiva imperiale e alla conquista delle terre d’oltremare”, cfr. C. Petraccone, Le due Italie. La questione meridionale tra realtà e rappresentazione, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. X-XI.

[11]Citazione da A. Mangano, Le cause della questione meridionale,Isedi, Milano 1975, p. 41.

[12] B. Mussolini, Per la cittadinanza di Napoli, 16 settembre 1924, cfr. anche F. Barbagallo,La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi. Laterza, Bari, 2013, p. 103.

[13] Ibidem

[14]Discorso del duce a Reggio Calabria del 31 marzo 1939, in B. Mussolini, 1939. Scritti e discorsi, vol. XII. Hoepli, Milano, 1939, p. 164); Cfr. G. Galasso, Mezzogiorno e fascismo negli anni venti, in Id., La democrazia da Cattaneo a Rosselli cit., pp. 160 sg.

[15]R. Ciasca, Mezzogiorno, questione del, in Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed arti, Istituto dellaEnciclopedia Italiana, Roma,1934, vol. XXIII, pp. 149-151.

[16]G. Di Sandro, Arrigo Serpieri: tra scienza e praticità di risultati. Dall’economia agraria allabonifica integrale per lo sviluppo del paese, Franco Angeli, Milano 2015.

[17] Cfr. L. Musella (a cura di), Da OresteBordiga a Manlio Rossi-Doria. L’agricoltura meridionale nell’analisi della Scuola agraria diPortici, Calice, Rionero in Vulture 1991; Id., La Scuola Superiore di Portici tra questione agraria e

Questione meridionale, in «Rassegna storica irpina. Rivista semestrale della Società storica irpina»,1996, 11-12, pp. 12-26; cfr. S. Misiani, La scuola di Portici e la politica del mestiere. Una propostainterpretativa, in «Melanges de l’Ecole française de Rome», CXV, 2003, 2, pp. 535-58.

[18]Un interessante accenno, meritevole di essere approfondito per una valutazione più equa della nozione gramsciana di “blocco agrario”, si trova in S. Lupo, Il fascismo (nota 42),cit., p. 197.

[19] Nel discorso del 24 settembre 1932, Mussolini attribuì al suo governo il merito di avere incrementato la produzione granaria negli anni compresi tra il 1925 e il 1932: «quella della Basilicata e della Sicilia, da 10,6 a 11,7; delle Puglie, da 12,2 a 13,2; della sempre più forte Sardegna, da 8,4 a 11,1»; cfr. B. Mussolini, I progressi della Battaglia del grano, in Id., Scritti e discorsi. Dal 1932 X-XI al 1933 XI-XII E. F., vol. VIII. Ulrico Hoepli,Milano 1934, p. 115.

[20] M. Bandini, Cento anni di storia agraria. Cinque Lune, Roma, 1957, pp. 114-133. G. Tattara, La battaglia del grano, in G. Toniolo (a cura di), L’economia italiana (1861-1940). Laterza, Bari 1978, pp. 337-380.

[21] Sull’allineamento degli agrari alla nuova politica fascista cfr. R. Palidda, Potere locale e fascismo: i caratteri della lotta politica, in AA.VV., Potere e società in Sicilia nella crisi dello Stato liberale, Editori Pellicanolibri Edizioni,Catania 1977, pp. 225-296.

[22]B. Mussolini, La dottrina del fascismo, Treves-Treccani-Tumminelli, Roma 1933, pp. 6-7.

[23] ISTAT, Sommario di statistiche storiche italiane 1861-1955, Roma 1958; cfr. anche G. Fabiani, Il modello autarchico in Italia, in Agricoltura- mondo, Donzelli, Roma 2015, pp. 131-153; cfr.  G.Toniolo (a cura di), L’Italia e l’economia mondiale. Dall’Unità a oggi, Venezia,Marsilio, 2013.

[24]G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, Il fascismo, vol. IX cit., p. 110; cfr. anche N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, Rusconi libri, Milano 1996, p. 404.

[25] Cfr. E. Rossoni, Direttive fasciste all’agricoltura, Ed. La Stirpe, Roma 1939; R. De Felice, Mussolini il fascista, I. Einaudi, Torino 1966; G. Barone, Mezzogiorno e modernizzazione. Elettricità, irrigazione e bonifica nell’Italia contemporanea. Einaudi, Torino 1986; G. Pagano, Architettura e città durante il fascismo, Laterza, Roma-Bari 1976; T. Stabile, La bonifica di Mussolini. Storia della bonifica fascista dell’Agro Pontino, Settimo Sigillo, Roma 2002.

[26] Cfr., G. Fabiani, Il modello autarchico in Italia cit., pp. 131-153.

[27] Cfr. G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna. Il fascismo, vol. IX cit., p. 265.

[28]Cfr. V. Castronovo, La storia economica, in Storia d’Italia, vol. IV, Dall’Unità a oggi, Einaudi, Torino 1975, pp. 284-324.

[29] M. Rossi-Doria, Ripensare il passato. Considerazioni sulla questione meridionale (1975), in Scritti sul mezzogiorno, Einaudi, Torino, 1982, p. 144.

[30]In quella occasione Mussolini affermò: «l’agricoltura, che deve trovare sbocchi per i propri prodotti delle vostre terre ubertose; poi l’industria, per la quale devono esserci i lavori che le leggi hanno stabilito; la navigazione, che nel vostro porto, completato e ammodernato, deve far rifiorire i vostri traffici; l’artigianato, che documenterà al mondo la maestria, la genialità dei vostri artigiani; finalmente il turismo, poiché voi potete offrire al mondo panorami incantevoli e città dissepolte che non hanno eguali sulla faccia della terra», cfr. B. Mussolini, Opera Omnia, Firenze 1972, vol. XXV, pp. 51-52, ora in C. Petraccone, Le due Italie. La questione meridionale tra realtà e rappresentazione, Laterza, Roma-Bari 2005, p. 194.

[31] G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. IX: Il fascismo cit., p. 265. Ma per un quadro generale cfr. A. Treves, Le migrazioni interne nell’Italia fascista. Einaudi, Torino 1976; cfr. F. Fauri, Storia economica della migrazioni italiane cit., pp.169-180.

[32] G. Pescosolido, Meridionale, questione, in Enciclopedia del Novecento.Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2004, vol. XIII, suppl. III/I-W, p. 184.

[33]Cfr. A. De Benedetti, La via dell’industria. L’Iri e lo sviluppo del Mezzogiorno 1933 -1943. Donzelli, Roma, 1996.

[34] Cfr. G. Fabiani, Il modello autarchico in Italia cit., pp. 131-153.

[35] Per l’aspetto particolare dell’industria fascista cfr. A. Cimitile, Sopra le macerie. Alle origini del più grande polo industriale del Mezzogiorno: i lavoratori e l’Alfa Romeo di Pomigliano. Tullio Pironti,Napoli 2021.

[36] C. Petraccone, Le due Italie. La questione meridionale tra realtà e rappresentazione cit., p. 191; cfr. G. Barone, Stato e Mezzogiorno (1943-60). Il “primo tempo” dell’intervento straordinio, in Aa.vv., Storia dell’Italia repubblicana, vol. I: La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni cinquanta, Einaudi, Torino 1994, p. 315.

[37] R. Ciasca, Mezzogiorno, questione del, in Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed arti, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1934, vol. XXIII, p. 150.

[38] S. Lupo, Il fascismo. La politica in un regime totalitario. Donzelli, Roma 2000, pp. 171-184.

[39]Cfr. B. Mussolini, Al popolo di Messina, in Id., L’inizio della nuova politica (28 ottobre 1922-I – 31 dicembre 1923-II, E. F.), Ulrico Hoepli, Milano 1934, vol. III, pp. 177-178.

[40] C. Duggan, La Mafia durante il fascismo, con prefazione di Denis Mack Smith. Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (Cz) 1986, p. IX.

[41] Cfr. S. Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma 2004.

[42]Dorso G., L’occasione storica, Einaudi, Torino 1949, pp. 129-130.

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