di Antonio Scialpi
Il 20 settembre 2025 per la prima volta si è celebrata la Giornata dedicata ai “Militari Italiani Internati”. Un’azione di memoria ben arrivata, seppur in grande ritardo rispetto agli ottanta anni trascorsi dagli eventi drammatici della Seconda guerra mondiale. Nella partita a scacchi tra oblio e memoria, su questi soldati italiani è prevalso l’oblio.
E’ da tempo nota la cifra ufficiale: 650.000, una grandissima città di giovani sbriciolata nei campi di prigionia/concentramento tedeschi, austriaci, polacchi, slavi. Ma si allarga a 700.000. Spregiativamente chiamati da Hitler Italienische MilitärInternierte. IMI è la sigla con cui oggi sono conosciuti. Tenuti fuori dal controllo della Croce Rossa Internazionale, privati dei diritti di prigionieri previsti dalla Convenzione Internazionale di Ginevra del 27 luglio 1929.
Le loro storie cominciano l’8 settembre 1943, lo stesso giorno in cui venne annunciato l’Armistizio dal governo di Pietro Badoglio (25 luglio 1943-8 giugno 1944) con gli Alleati anglo-americani. Quando “la guerra era finita ma ricominciava “(Emilio Lussu). In uno stato di confusione generale, con il re e la sua corte con Badoglio in fuga verso Brindisi, capitale del Regno del Sud liberato.
La dichiarazione di guerra alla Germania arrivò solo il 13 ottobre 1943. Ma tantissimi soldati senza ordini precisi, sbandati, l’8 settembre cominciarono, da soli, a praticare il “gran rifiuto” verso i nazifascisti a seguirli, specie dopo la fondazione della Repubblica Sociale di Salò (RSI), voluta da tedeschi ed attuata da Mussolini (23 settembre 1943), da loro liberato dalla prigionia del Gran Sasso (12 settembre 1943). Molti non sapendo né leggere e scrivere, seguirono la Bandiera italiana della monarchia, del governo Badoglio e del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), nato il 9 settembre. Una scelta di libertà e nel contempo di Liberazione dalla guerra a cui il fascismo li aveva obbligati. Disarmati.
Cominciò la lunga storia della Resistenze disarmata. Furono costretti a lunghe e faticose marce forzate dall’Albania, dalla Grecia, dai paesi Slavi verso la Germania, l’Austria, la Polonia o caricati sui treni come bestie, come gli ebrei e gli antifascisti verso i campi di concentramento. Condannati a cibarsi di alimenti residuali, scovati tra i rifiuti, a svolgere lavori forzati più umili, mal vestiti, sovente con il pigiama a strisce, con il triangolo rosso a simbolo della propria condizione.
Ne morirono nei lager nazisti circa 50.000. Le morti erano dovute a una combinazione di fattori, tra cui fame, malnutrizione, condizioni igieniche precarie, malattie (come quelle dovute alle privazioni e al sovraffollamento) e violenza fisica. Alla ricerca di cibo, spesso furono fucilati. Molti persero la vita al loro ritorno in patria per le malattie contratte. Sembra la storia dei Palestinesi a Gaza, cambiando ciò che si deve cambiare. Con Nuovi carnefici e nuove vittime.
Dimenticati dallo Stato e dalla Patria, per cui avevanocombattuto e per la quale la maggioranza assoluta non cedette alle quotidiane lusinghe di adesione alla RSI. Non disponiamo del numero esatto di questi eroi dimenticati. Le notizie della loro scomparsa a volte si prolungò fino al 1957. Tutt’oggi si amplia il loro numero, per via dei disguidi di registrazione, dalla confusione di città, di provenienza. Sui loro fogli matricolari sono annotati tutti gli spostamenti fino alla prigionia di cui non si citano né nomi né spostamenti.
L’espressione generica di “prigionieri dei tedeschi” e poi la data di congedo e di morte sui campi. In diversi casi, non furono seppelliti, come a Cefalonia a Cos e nelle isole greche, perché ritenuti “traditori” da Hitler o tardivamente vi provvide la Croce Rossa o gruppi cristiani evangelici in Germania. Dei soldati internati defunti, spesso i sindaci delle città furono interessati da lettere di amici sopravvissuti. Alcune di queste lettere, ove conservate negli archivi comunali disorganizzati e impolverati, sono molto commoventi e ci danno la possibilità di ricostruire le loro biografie e i maltrattamenti subiti. Altro che le storie artificiali dei romanzi create a tavolino per sprigionare empatia.
Erano in gran parte soldati provenienti dalle famiglie italiane del Sud nati tra il 1908 e il 1923, provate già dai lutti della prime guerra mondiale. Le loro professioni erano la più svariate: contadini, braccianti, carrettieri, artigiani, pescatori, massari, pastori. Il diploma di studio prevalente oscillava tra la terza e la quinta elementare, con una minoranza di diplomati. Vi erano anche gli Ufficiali, come a Cefalonia. Alcuni già sposati con figli piccoli. In Puglia ci furono 30.000 internati. Nelle provincie dell’ex-Terra d’ Otranto, 8750. In provincia di Taranto, 2650, di cui 181 morti (Pati Luceri).
Nella mia città Martina Franca, 345 di cui 41 deceduti in prigionia.Alle vedove le notizie giunsero con ritardo, dopo lunghe ricerche burocratiche. Fino al 1943 le famiglie dei caduti percepivano un “premio di simpatia” di 1000 lire. Dopo il 1943 dei piccoli contributi mensili che variavano dalle 50 lire in su, stabiliti da apposite commissioni comunali.Negli anni sessanta arrivarono le prime croci di guerre, Il lungo oblio fu interrotto dal Presidente della Repubblica Carlo Alberto Ciampi (1999-2006) che gli rese onore, istituendo le medaglie al valore militare e civile per alcuni sopravvissuti, tramite le Prefetture o post mortem. Paradossalmente, sovente a richiesta dei famigliari.
Perché tanto oblio? Vale la stessa spiegazione per chi antifascista, antinazista, ebreo o altro fu destinato ai campi di concentramento o di sterminio. Salvo o salva, non raccontò subito le proprie sofferenze. Una sorta di stigma sociale o più verosimilmente la voglia di riprendere la vita senza le ferite, che comunque restavano della guerra. Alla lunga i racconti sono venuti fuori. Malgrado i pregiudizi.E poi, l’oblio di Stato ed anche di una parte degli storici della Resistenza. Dello Stato, per disinteresse della sorte dei prigionieri. Degli storici, perché,comunque, erano soldati di una guerra fascista e nazista. Per le destre, dei traditori. Un’ingiustizia enorme di Memoria.
Solo in questo quarto di secolo si parla di loro e delle loro biografie grazie a tanti studiosi locali o accademici, Istituti storici regionali, siti Web come quello degli IMI, in cui sono stati resi pubblici volti e storie. Ma la ricerca continua. Perché non bisogna dimenticare nessuno di chi ha dato un volto alla ricostruzione repubblicana dell’Italia e della sua Costituzione. Al pari dei giovani partigiani e degli antifascisti.
