Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Michele Eugenio Di Carlo
Se ne Il magistrato che fece tremare il Duce, pubblicato nel 2022 a cura di Teresa Maria Rauzino, le Memorie inedite di Mauro Del Giudice avevano attestato il degrado etico delle classi dirigenti del nuovo Regno d’Italia, esaudendo le speranze di pubblicazione del magistrato dopo ben novantaquattro anni, il nuovo testo della Rauzino, Potere Giudiziario e politica. Mauro Del Giudice, il coraggio delle riforme, chiarisce nel dettaglio il marcio che prevaleva nella politica e nella società italiana dall’Unità al fascismo, quando le logiche trasformistiche prima dei governi della Destra, poi della Sinistra storica, erano intese semplicemente a favorire e tutelare gli interessi della grande finanza, delle banche, degli industriali del Nord e della borghesia agraria parassitaria del Sud, sempre reprimendo con la violenza le sacrosante rivendicazioni delle masse popolari, in particolare nel Mezzogiorno.
Nel Secondo Dopoguerra il magistrato,ormai novantenne, aveva continuato a scrivere intervenendo direttamente nel dibattito sulla Costituzione repubblicana, richiamando tutti al sacro dovere di rifondare il potere giudiziario, profondamente convinto che un sistema democratico poteva ritenersi tale solo con una magistratura realmente indipendente dal potere politico. Nel 1948 Mauro Del Giudice pubblica Il potere giudiziario al cospetto del nuovo Parlamento, integralmente riportato nel nuovo lavoro della Rauzino; un testo che l’editore e curatore Alberto Scabelloni definiva“utile e coraggioso” e che assume oggi una veste di estrema attualità in merito al referendum sulla riforma della giustizia dei nostri giorni.
È un testo che, come scrive la Rauzino nella premessa, “denuncia le interferenze della politica nella giustizia fin dall’Unità d’Italia e propone una visione del ruolo dei magistrati fondata sull’etica del servizio pubblico e sull’indipendenza dei poteri” con riflessioni non teoriche, ma che “scaturiscono da un’esperienza diretta, maturata in decenni segnati da crisi istituzionali, corruzione, pressioni politiche e infine dalla dittatura fascista”.
Il testo di Del Giudice ricostruisce magistralmente il rapporto complicato tra magistratura e potere politico nel contesto storico che va dall’Unità d’Italia fino all’avvento della Repubblica, analizzando le forme di sottomissione della magistratura nel primo cinquantennio unitario e durante il fascismo, passando per gli scandali delle Ferrovie Meridionali, della Regia dei Tabacchi e del conseguente processo Lobbia, che sin dalle fasi iniziali avevano caratterizzato il malcostume italiano, tanto che anche accesi patrioti unitari solevano ripetere: “Ha ragione il Guerrazzi, perché realmente si stava meglio quando si stava peggio”.
Del Giudice riteneva che, per comprendere a fondo l’importanza della ricostituzione del potere giudiziario, fosse “innanzitutto necessario che legislatori e cittadini” conoscessero “come, fin dalla costituzione dell’Unità Nazionale” avesse funzionato l’amministrazione della Giustizia, tanto che nel primo paragrafo trattava il tema della politica, dell’affarismo e delle leggi liberticide dell’Unità Nazionale.
Raggiunta l’Unità d’Italia, i governi liberali di Destra promisero agli italiani una giustizia equa, ma dopo i primi anni retti con onestà seguendo le direttive che D’Azeglio e Cavour aveva nel passato assicurato al Regno di Sardegna, la “cosa pubblica” si “tramutò in una vera e propria consorteria” di affaristi funesti dediti al proprio arricchimento, mentre la via dell’accesso alla magistratura veniva aperta ad avvocati di infima qualità allo scopo di coprire le macchie e i vizi dei loro amici al potere.
Diversi furono gli scandali giudiziari nell’Italia unitaria dei primi anni. Clamoroso fu quello di cui fu vittimail coraggioso deputato repubblicano Cristiano Lobbia, il qualedopo aver denunciato in Parlamento le tresche messe in atto da politici e banchieri in relazione alla questione della Regia dei Tabacchi, venne gravemente ferito. Nel processo che seguì al mancato assassinio, i giudici istruttori Nelli e Borgognini non si prestarono alla volontà di soffocare lo scandalo del ministro della Giustizia Michele Pironti, – nominato subito dopo Conte dal Re -, e scelsero la via dell’abbandono della magistratura.
Intanto, come poi avrebbe sostenuto Pasquale Villari, – futuro ministro della Pubblica Istruzione -, nelle note Lettere meridionali, anche Del Giudice rilevava che la grave questione sociale delle popolazioni rurali , legata alle irrisolte questioni agrarie e demaniali, aggravata con la vendita dei beni ecclesiastici e demaniali al ceto borghese agrario, stava precipitando il Mezzogiorno nel baratro di un sistema sociale sempre più arretrato che continuava a conservare vecchi privilegi di casta, dato che i “governanti di allora, tutti o quasi tutti piemontesi e lombardi […] avevano lasciato quelle infelici popolazioni senza ferrovie, senza scuole sufficienti, prive alcune di esse financo di acqua potabile, come ad esempio parecchie città popolose delle Puglie, mentre si profondevano centinaia di milioni nell’alta e media Italia per lavori stradali, portuali, in canali d’irrigazione”; popolazioni secondo Del Giudice “funestate inoltre, dalla presenza e dall’opera di pessimi impiegati di polizia, trasferiti ivi in punizione”, che “avevano creato tale stato di animo da fare rimpiangere la caduta del governo di Ferdinando II di Casa Borbone”.
Contro gli inevitabili e conseguenti disordini in Sicilia, il Governo, spinto da una “maggioranza di deputati della consorteria”presi da odio e paura, deliberò leggi eccezionalidando i pieni poteri all’ex garibaldino e mazziniano generale Giacomo Medici, il quale, con la collaborazione del questore Albanese, riportò l’ordine con tale violenza da costringere Diego Tajani, Procuratore Generale della Corte di Appello di Palermo, a procedere penalmente.
L’impedimento a procedere contro Medici del ministro dell’Interno, Giovanni Lanza, portò alla decisione di Tajani di lasciare Palermo per Napoli, dove fu accolto dal popolo come un eroe. Diventato deputato nella sede vacante del collegio elettorale di Salerno, nel suo primo intervento in Parlamento Tajani si lanciò in una memorabile accusa al Governo e alla Magistratura palermitana, mentre invece Medici incredibilmente veniva nominato Marchese del Vascello e Primo Aiutante di Campo di S. Maestà il Re.
Nel 1876 avveniva il passaggio del Governo dalla Destra alla Sinistra storica con il piemontese Agostino Depretis, un uomo che Cavour aveva profetizzato fatale per l’Italia. Era l’anno in cui due giovani allievi di Villari, conservatori toscani, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, collegavano in un testo le infelici condizioni dei contadini siciliani a questioni amministrative e politiche e ai numerosi scandali che avevano visto il coinvolgimento in un circolo vizioso di magistratura, stampa e potere esecutivo.
Le grandi aspettative popolari suscitate dal nuovo governo furono presto spente, in particolare per quanto riguardava l’andamento della giustizia. Il professore Pietro Sbarbaro, che aveva denunciato corruzioni e favoritismi compiuti da Depretis e sostenitori, Amilcare Cipriani, che rappresentava sulla stampa socialista il disagio della classe operaia, l’avvocato Francesco Saverio Merlino, che propagandava le idee dell’Internazionale nel Mezzogiorno, furono condannati alla reclusione da giudici, secondo Del Giudice,“indegni d’indossare la toga” e “aggiogati al potere esecutivo”. Un potere esecutivo che con Depretis si basata sul terrore e la corruzione dei giudici, tanto che penalisti e professori della levatura di Roberto Savarese, Francesco Carrara, Luigi Zuppetta si ritirarono dalla professione in polemica con l’alta magistratura.
Nel mentre era ministro della Giustizia Giuseppe Zanardelli, l’unico che Del Giudice riteneva degno di tal ruolo in quanto rispettoso dell’indipendenza della magistratura, l’illustre penalista e patriota Luigi Zuppettavi si rivolgeva con un testo stampato nel quale, oltre a chiedere una riforma della giustizia, denunciava la presenza nei ranghi della Magistratura di una maggioranza di uomini “inetti a concepire sani concetti giuridici; inetti alla critica scrutatrice e alla disamina esegetica; sordi alla voce della Scienza, della Legge positiva, senza affetto per il trionfo della giustizia, senza amore per la propria dignità”, che dispensavano la giustizia “a capriccio, come un favore, come un premio a partigiani affaristi”. Nel momento in cui Zanardelli si apprestava a mettere in atto la sua promessa di riforma, venne sostituito da Depretis con il professore Enrico Pessina, il quale “secondò il sistema della vecchia volpe di Stradella, del menare il can per l’aia”.
Morto Depretis nel 1887, dopo il governo Crispi, nel 1892 saliva al potere per la prima volta Giovanni Giolitti e “sotto di lui le cose della giustizia continuarono a precipitare fino a che si arrivò agli enormi scandali morali, politici e giudiziari, che caratterizzarono l’ultimo decennio del secolo XIX”. Intrighi che non risparmiavano il governo nazionale, come, per esempio, nel caso dello scandalo finanziario della Banca Romana messo a tacere proprio da Giolitti e Crispi.
Un pantano, messo a nudo alla Camera dagli onorevoli Napoleone Colajannie Felice Cavallotti dell’Estrema Sinistra, in cui il più noto istituto di credito dell’epoca era scivolato per aver concesso prestiti privi di garanzia a potenti esponenti dei settori edilizi e industriali, finito in un processo farsa in cui i documenti compromettenti attinenti la posizione di ministri, parlamentari, personalità influenti, erano stati fatti sparire, in un contesto politico-giudiziario e mediatico omertoso, teso a tutelare i poteri forti di uno Stato in piena crisi morale.
Uscito indenne dallo scandalo della Banca Romana, Giolitti capitalizzava a suo vantaggio la sconfitta dell’autoritarismo liberale dell’ultimo decennio, produceva una frattura nel movimento democratico antiliberalee tornato al potere veniva aspramente attaccato da Gaetano Salvemini nel saggio del 1910 Il ministro della mala vita, un veemente atto d’accusa per come si erano svolte le elezioni politiche del marzo 1909 nel Mezzogiorno e, in particolare, a Gioia del Colle, laddove il candidato giolittiano Vito De Bellis si era avvalso della complicità della prefettura, delle forze dell’ordine, della malavita per terrorizzare e punire gli avversari politici, negando de facto la libertà di voto a quei pochi che avevano il diritto di recarsi alle urne in relazione alla legge elettorale del 1882, la quale consentiva il voto solo ai pochi che sapevano leggere e scrivere.
Finito il ventennio fascista in cui la magistratura era stata totalmente sottomessa al potere politico (l’Associazione Generale dei Magistrati Italiani nata nel 1909 era stata costretta ad auto sciogliersi sin dalla fine del 1925), anche a causa dell’amnistia siglata da Palmiro Togliatti, non vi fu l’epurazione dalla magistratura nemmeno dei giudici che avevano fatto parte del Tribunale Speciale fascista. Inoltre, come ricorda la Rauzino, “con la vittoria della Democrazia Cristiana e la guerra fredda, si creò una saldatura tra la vecchia élite giudiziaria e la nuova classe dirigente che, alla rottura con il passato, preferì la stabilità. Ne risultò una continuità tra il fascismo e la Repubblica che avrebbe condizionato a lungo l’amministrazione della giustizia e il rapporto tra Stato e cittadini”.
Dall’epistolario con il politico repubblicano membro della Consulta Nazionale Giovanni Conti, inedito pubblicato nel testo della Rauzino, si rinvengono le idee di Del Giudice su come avrebbe voluto riformata la giustizia in vista della Costituente: 1. Epurazione rigorosa dei vertici della magistratura passata; 2. razionalizzazione della geografia giudiziaria con lotta alla corruzione e al servilismo; 3. garanzia dell’inamovibilità, unità del ruolo tra magistrati giudicanti e requirenti, piena autonomia del pubblico ministero dal potere esecutivo; 4. ministri della Giustizia scelti tra gli alti magistrati, con mandato biennale rinnovabile una sola volta; 5. assoluta incompatibilità tra funzione giudiziaria e altri incarichi pubblici o economici.
Alcuni punti del progetto di Del Giudice, scrive la Rauzino, si ritroveranno nella Costituzione del 1948: indipendenza della magistratura dal potere esecutivo (art. 104); inamovibilità dei giudici (art. 107); unità delle carriere giudicante e requirente; autogoverno tramite il Consiglio Superiore della Magistratura (con una componente politica, non come immaginava Del Giudice).
Temi sempre attuali, soprattutto in riferimento alla recente tentata riforma costituzionale, bloccata sul nascere dal risultato referendario del 22 e 23 marzo.
