di Ciro Esposito

Abstract

Il saggio breve “Maurizio Valenzi, un comunista italiano nel Novecento” ripercorre la vita politica di Valenzi dall’adesione all’antifascismo a Tunisi negli anni della giovinezza fino al completamento della carriere politica al Parlamento Europeo nel 1989, passando per l’adesione al partito comunista, l’attività politica clandestina, l’arrivo a Napoli nel secondo dopoguerra e l’impegno di dirigente politico e parlamentare. Valenzi diventerà Sindaco di Napoli in una delle fasi più delicate della vita della città e la sua amministrazione, sempre minoritaria,  sarà ricordata per la capacità di tenere insieme in un’unica strategia, partecipazione democratica, corretta amministrazione e vocazione sociale. Il terremoto del 1980, il mutamento del clima politico nazionale e il deterioramento di quello sociale segneranno la fine della “giunta rossa” di Napoli. Nella ricostruzione della figura di Valenzi si dà particolare rilievo all’incontro con Togliatti e alla convinta adesione di Valenzi alla sua visione politica, al tempo stesso realistica e antideterministica.

Parole chiave: Antifascismo, Comunismo, Europa, Giunta rossa, Mediterraneo, Napoli, PCI, Resistenza, Sindaco, Terremoto, Tunisia, Valenzi.

Una serie di iniziative promosse intorno e per il cinquantenario dell’insediamento della prima “Giunta rossa” a Napoli ha ridestato l’interesse per Maurizio Valenzi, che tra il 1975 e il 1983 fu il primo – e unico – Sindaco comunista della città.

Tra le più  significative,  la mostra “La Napoli che si accese. Cultura e spettacolo (1975-1983)”, che ha ricostruito la “rivoluzione culturale” di quegli anni e il libro di Tonino Scala “Maurizio Valenzi. Il Sindaco venuto dal mare”. In precedenza, segnalo il docu-film “La Giunta”, diretto da Alessandro Scippa, figlio di Antonio, una delle colonne di quella esperienza amministrativa e politica. La RAI ha dedicato una puntata di “Passato e presente” alla biografia straordinaria di questo comunista italiano del Novecento.

Tra arte e antifascismo

Maurizio Valensi – la zeta sostituirà la esse per un errore d’anagrafe – nasce a Tunisi nel 1909 in una benestante famiglia ebraica livornese trapiantata in Tunisia (il padre era un rappresentante all’ingrosso). Ha Napoli nel destino, non è una battuta. La madre, dopo dieci anni di matrimonio senza figli, era stata operata a Napoli da Antonio Cardarelli, fu così che – settimino –  nacque il futuro Sindaco di Napoli. A Tunisi la famiglia abita in  “Rue de Naples”, dove da bambino in salotto ascolta le canzoni napoletane suonate al pianoforte.

Per lui, prima che una convinzione politica, l’antifascismo è una questione di sensibilità: “Ho visto un ufficiale francese schiaffeggiare un arabo anziano perché, camminando, ha calpestato la sua ombra. Ho capito il significato della parola razzismo”.[1]

Il giovane Valenzi crea, dipinge, spera che la passione che lo accompagnerà per tutta la vita possa diventare il suo mestiere. Apre uno studio in Via Margutta a Roma, ma i clienti non arrivano, i soldi finiscono, ritorna in Tunisia.

Nell’ambiente antifascista di Tunisi, politicamente ed etnicamente variegato, il Partito Comunista di Tunisia rappresenta una piccola avanguardia, verso la quale Valenzi si sente spinto e al tempo stesso frenato. Romperà gli indugi dopo il pogrom di Costantina del 1934, in Algeria. Il massacro ai danni della comunità ebraica della città (26 morti, 25 feriti, 200 negozi saccheggiati) cui le autorità coloniali avevano assistito senza intervenire,viene interpretato dai comunisti tunisini come il risultato di una manipolazione dell’amministrazione coloniale che intendeva mantenere divise le masse arabe e la minoranza ebraica. Queste stesse forze, invece, per i comunisti dovevano essere unite in un unico fronte di lotta anticoloniale.

I primi contatti di Valenzi con il partito italiano a Parigi non sono dei più facili.  Valenzi lavora alla “Voce degli Italiani”, dove presenterà a Giorgio Amendola la prima delle autobiografie politiche che gli verranno richieste. I compagni sono circospetti, pesa su di lui lo scetticismo per la sua traiettoria atipica e per questo gruppo di giovani comunisti che si è formato spontaneamente a Tunisi.

Valenzi comprende la necessità della prudenza in chi rischia libertà personale e vita, e tuttavia nelle memorie attribuirà il fondo di questo atteggiamento alla formazione settaria del gruppo dirigente comunista, che resisterà a lungo anche dopo la svolta di Togliatti per un “partito nuovo” realmente di massa.

Intanto, i fascisti decidono di stroncare le attività contro il regime di questi giovani italiani di Tunisia. In un assalto alla redazione dell’”Italiano di Tunisi”, giornale antifascista di cui faceva parte anche Valenzi, cinquanta cadetti della Marina Militare Italiana sbarcati dalla nave-scuola “Amerigo Vespucci”, guidati da una spia, uccidono l’amministratore Giuseppe Miceli, falegname, l’unico presente in quel momento in redazione.[2]

L’ambiente dell’”Italiano di Tunisi” èpoliticamente molto variegato, unito dalla comune cifra antifascista;è grazie a questa esperienza di antifascismo “largo”, che Valenzi era entrato in contatto con ambienti sociali lontani da quello di provenienza: i lavoratori italiani, i raccoglitori d’olive arabi, i braccianti del Sud della Tunisia.

L’attività clandestina, l’arresto, le torture

In quello stesso 1937, Valenzi rientra a Tunisi, dove verrà raggiunto da Velio Spano, inviato dal partito per organizzare le nuove leve, e da Giorgio Amendola.Entra a far parte dell’Ufficio Politico del Partito Comunista di Tunisia, poco radicato nel proletariato arabo. Nel 1939, a trent’anni, sposa Litza Cittanova, l’amore di una vita, anch’essa impegnata nella lotta antifascista insieme a tutta la sua famiglia.

L’anno dopo, sotto lo pseudonimo di Andrea Mortara,  scriverà un pamphlet dal titolo “Gli ebrei italiani di fronte al razzismo”: l’antisemitismo viene considerato un elemento estraneo alla cultura del popolo italiano, le leggi razziali sono la  conseguenza della sciagurata alleanza tra Mussolini e Hitler.

Gli anni della guerra sono durissimi. Trascorre le settimane precedenti alla capitolazione della Francia in un campo di concentramento a Sbeitla, ai confini con il deserto. All’avvento del petainista Darlan, Valenzi viene arrestato con altri compagni. Subisce la tortura per più giorni ma resiste, non denuncia nessuno.

Trasferito nella prigione di Lambése, in Algeria, vi resterà fino alla liberazione da parte degli anglo-americani.

Lambése è “l’ultima bolgia dell’inferno”:

“Ho visto uccidere delle persone a colpi di frusta; la fame, il freddo, il disprezzo totale per la personalità umana superavano ogni immaginazione: probabilmente qualcosa di simile avveniva solo nei lager nazisti”.[3]

L’incontro con Napoli e Togliatti

All’inizio del 1944 Valenzi è a Napoli per contribuire alla riorganizzazione del partito. Ha davanti a sé le macerie materiali e morali di una città che aveva subito più di cento bombardamenti e che ora viene trattata come una città coloniale dagli occupanti anglo-americani.

Nella confusione e tra la miseria che lo accoglie, riesce a vedere le difficoltà oltre l’entusiasmo per la libertà riconquistata:”La sinistra si illude di essere più forte di quanto in realtà non sia”.[4]

Riguardo al partito comunista, ne coglie la gracilità organizzativa, i nuovi arrivati sono guardati con sospetto, ma del resto c’è chi si propone per ripulirsi dalla compromissione con il regime (uno su tutti, Achille Lauro!). E’ necessario anche radicarsi in un contesto popolare tutto rivolto alla sopravvivenza e decidere l’atteggiamento da tenere verso la dissidenza degli “scissionisti di Montesanto”, il cui rigorismo classista in parte riflette le divisioni del movimento comunista internazionale, in parte costituisce l’eredità del lungo isolamento di quadri e intellettuali che non avevano mantenuto un raccordo con il Centro Estero del partito durante il Ventennio fascista.

Le impressioni di Valenzi saranno confermate dal sostanziale fallimento del comizio antimonarchico in Galleria del 12 marzo 1944.

E’ in questo contesto che al portone della Federazione Comunista di Via San Potito bussa Palmiro Togliatti, che Valenzi ospiterà per cento giorni in un appartamento condiviso in Via Broggia.

Il discorso di Togliatti al Cinema Modernissimo di Via Cisterna dell’Olio, che passerà alla storia come la “Svolta di Salerno” ci viene restituito da Valenzi nella sua drammaticità. Non è teso solo il segretario comunista, “l’ansia ci attanaglia, siamo consapevoli che Togliatti sta mettendo in gioco tutto il suo prestigio.”[5] Echeggiano nel discorso del “Migliore” parole nuove per i militanti comunisti: ”Patria”, “ordine nelle retrovie”, “unità delle forze democratiche e liberali”[6].

 La rinuncia alla pregiudiziale antimonarchica per la garanzia “solenne” di un’Assemblea Costituente eletta a suffragio universale dopo la Liberazione, che decida la forma istituzionale dello Stato consente una maggiore unità nella lotta antifascista e apre al partito comunista le porte del Governo Badoglio, in modo da legittimarlo politicamente e  renderne impossibile l’isolamento.

Valenzi non ha nessuna riserva sul discorso di Togliatti, che imposta una linea politica sulla quale si costruirà l’identità del partito e che darà slancio alla costruzione del “partito nuovo”, aperto e radicato nella realtà nazionale. Il realismo politico di Valenzi trova riscontro e si definisce su quello di Togliatti. Si tratta di un realismo anti-deterministico: la realtà è quella oggettiva del rapporto tra le classi da indagare con un’analisi concreta della realtà concreta. L’azione politica che ne deriva, se adeguata, diventa essa stessa parte della realtà e riesce a orientarla e trasformarla.

Questa è la lezione politica che Valenzi metterà a frutto quando, trent’anni dopo, sarà eletto Sindaco di Napoli.

La traversata nel deserto dei comunisti napoletani

Le condizioni di Napoli e del Mezzogiorno sembrano confermare la debolezza e il minoritarismo dei comunisti e della sinistra intera. Nel referendum istituzionale la monarchia prevale in tutto il Sud (a Napoli all’80%); i monarchici tentano persino un assalto alla nuova Federazione del PCI di Napoli, in Via Medina. Interviene la polizia (il Ministro dell’Interno è il socialista Giuseppe Romita), ci saranno nove morti tra gli assalitori e una frattura tra il PCI e una parte popolare della società napoletana cha verrà ricomposta con pazienza e tenacia nel corso di tre decenni.

A questo proposito, il Fronte del Mezzogiorno, che vede strettamente uniti comunisti, socialisti e intellettualità progressista, non si limita a essere una semplice articolazione territoriale del frontismo, ma uno strumento di difesa della democrazia e dei diritti civili messi a dura prova dall’azione congiunta dei governi a guida democristiana successivi alle elezioni del 1948 e dell’offensiva reazionaria degli “agrari” e dei monarchici,  che nel Sud può godere di un’ampia base clientelare ma anche d’opinione. Il Fronte del Mezzogiorno costituisce una resistenza efficace che getta le premesse della ripresa dell’iniziativa comunista negli anni Cinquanta.

L’azione unitaria ottiene un primo importante riscontro elettorale nel 1953, che contribuì a disinnescare la “Legge Truffa”.

 Dai dieci anni di lotta politica dalla Liberazione di Napoli alle elezioni del 1953, Maurizio Valenzi trae una lezione politica generale per l’orientamento della sinistra:

“1) quando la sinistra è stata unita ed ha saputo guardare anche al di là dei suoi stretti interessi elettorali e di partito e ha saputo trovare tutti gli alleati possibili, il movimento progressista è riuscito ad incidere nella situazione, ad allargare i suoi consensi e a battere in breccia la pressione reazionaria. 2) Sono state sempre le illusioni soggettiviste e massimaliste a isolare la sinistra, a dividerla e a condurla alle peggiori sconfitte”[7].

Parlamentare e dirigente politico

Nel 1953 Valenzi viene eletto al Senato, dove resterà per tre legislature, fino al 1968.

Il partito usa le sue competenze per impostare la politica parlamentare sul Mediterraneo. Sarà segretario della Commissione Affari Esteri e vice-presidente della Commissione per la vigilanza sulle radiodiffusioni. Verrà anche eletto Segretario provvisorio alla Presidenza del Senato.

 La sua critica all’imposizione del sistema sovietico, che dall’invasione dell’Ungheria nel 1956  si trasformerà in una disistima più generale di quel mondo, rimane per lo più sottotraccia. Eugenio Reale, che era stato tra i rifondatori del partito a Napoli nel secondo dopoguerra, viene espulso per aver manifestato la sua critica all’intervento sovietico sulla “stampa borghese”. Come trapelerà anche dal “Mattino”, Valenzi lo difende, senza esito,  in una lunga discussione notturna. Quando Eugenio Reale morirà,sarà lo stesso Valenzi a difenderne la memoria ricordandolo sull’”Unità”[8].

Il ritorno a Napoli

Dal 1970 Maurizio Valenzi è capogruppo comunista in Consiglio Comunale a Napoli. In città il sistema di potere gavianeo ha sostituito quello laurino, conservandone tutte le caratteristiche: gestione corrotta dell’amministrazione, voto di scambio, clientelismo, controllo e privatizzazione delle risorse pubbliche. Si stenta a riconoscere Napoli come una città europea, per la disoccupazione fuori controllo, la devastazione edilizia, il sovraffollamento, le precarie condizioni igieniche, la crisi del turismo e dell’apparato produttivo (quest’ultimo è in buona parte dipendente dalle Partecipazioni Statali). Tuttavia, la “Modern Art Agency” di Lucio Amelio, la rivoluzione del “neapolitan power” dei “Napoli Centrale” e la sperimentazione teatrale di collettivi e spazi indipendenti che si affiancano alla tradizione teatrale di Eduardo De Filippo, collocano la città nel circuito internazionale della cultura contemporanea.

Lo stesso Sessantotto a Napoli non sarà un mero riflesso della contestazione generale e investirà oltre che il mondo studentesco anche quello operaio. Il contesto condiziona elaborazione teorica e azione di gruppi e movimenti della nuova sinistra. Lotta Continua si sbarazza della diffidenza comunista verso il “sottoproletariato” e  investe buona parte delle sue energie nel tentativo di organizzare socialmente e politicamente questo ceto urbano altrimenti considerato un residuo del passato pre-industriale. La “Mensa dei Bambini Proletari” di Montesanto lascerà un segno duraturo nella coscienza di questa parte della città. Altri gruppi giovanili, a partire da quelli del “dissenso cattolico” incontrano i baraccati della periferia e aprono insieme a loro una vertenza politica e sociale che nel tempo avrà un esito favorevole, rimanendo anch’essa nella memoria democratica della città[9].

Il PCI, intanto, continua la sua lunga marcia nelle istituzioni cittadine. Alle elezioni comunali del 7 giugno 1970, raggiunge il 25,97% dei voti e ventidue consiglieri (la DC ottiene il 34% e ventotto consiglieri). Il partito che aveva subito l’assalto dei monarchici nel 1946, ora è la seconda forza politica cittadina, il suo risultatosi colloca al di sopra della media nazionale.

Nei referendum sul divorzio del 12 maggio 1974 il voto napoletano è superiore alla media nazionale, si pronuncia per “NO” all’abrogazione della legge il 60,30% degli elettori della città.

E’ su questo quadro sociale e politico che si abbatte l’epidemia di colera del 1973, cui il PCI risponderà attrezzando le proprie sezioni come ambulatori vaccinali, a partire della Federazione di Via dei Fiorentini.

Secondo Tonino Scala:

“L’epidemia diventa momento di mobilitazione sociale. Le proteste dei pescatori si trasformano in assemblee per chiedere non solo lavoro, ma fognature, acqua potabile, servizi pubblici. I consigli di fabbrica, i comitati di quartiere, i collettivi di studenti si uniscono: la salute diventa terreno di lotta politica. Il PCI non cavalca la paura, la trasforma in organizzazione”[10].

Questa spinta dal basso consente al PCI di diventare il primo partito in città nelle elezioni amministrative del 15 giugno 1975: 228 mila voti e 32,30%, sei punti in più della precedente tornata elettorale (la DC arretrò a 200 mila voti e al 28,36%). Il PCI sfonda nelle periferie operaie di Bagnoli e San Giovanni a Teduccio, ma riesce a raccogliere anche il voto contro il mal governo democristiano nei quartieri borghesi del Vomero e di Chiaia. Si tratta di un voto allineato a quello delle  grandi città italiane del Centro-Nord, dove il PCI diventava o si confermava primo partito.

Sindaco della “giunta rossa”

Napoli era sfuggita di mano alla DC, ne è consapevole lo stesso partito democristiano, che consente l’esplorazione di Giuseppe Galasso, storico di fama e capogruppo del Partito Repubblicano in Consiglio Comunale. I “cento giorni” che Galasso spende alla ricerca di una giunta “d’intesa democratica” che comprenda anche i comunisti, passano invano.

Il suo fallimento, dovuto soprattutto alle incomprensioni e ai contrasti tra le correnti democristiane, spiana la strada a Maurizio Valenzi, che il 27 settembre vara la prima “giunta rossa” di Napoli, una giunta minoritaria (33 voti su 80) che avrebbe avuto bisogno del voto favorevole della DC per approvare il Bilancio.

Valenzi riesce dove aveva fallito Galasso per un intreccio di ragioni contradditorie. Per il clima di “compromesso storico” che si respira a livello nazionale. La consapevolezza da parte della DC di non poter più determinare la vicenda politica cittadina. La spinta dal basso, l’onda di consenso popolare verso la sinistra e il PCI che non è solo elettorale o episodico. L’atteggiamento del PCI nei giorni del colera, checollabora con tutte le istituzioni, rinunciando ad attaccare la giunta a guida democristiana per responsabilità istituzionale e democratica. Non in ultimo, per la figura dello stesso Maurizio Valenzi, un dirigente politico di lungo corso che nel tempo si è guadagnato la stima degli avversari, un uomo di 66 anni al tempo stesso realista e poliedrico, capace di dialogare con mondi diversi e lontani.

Il “placet” democristiano a un comunista può essere letto anche da un’altra prospettiva: il quotidiano francese “Le Monde” scrive esplicitamente di un “cadeau empoissoné”, un “regalo avvelenato” per una giunta di neofiti, senza precedenti esperienze amministrative,catapultati alla guida di una delle città più complicate d’Europa in uno dei suoi momenti più difficili. Infatti, a Napoli la crisi economica che investe l’Italia a causa dello shock petrolifero viene amplificata dalle conseguenze dell’epidemia di colera del 1973 e dal progressivo disinvestimento dell’industria pubblica in tutto il Mezzogiorno.La crisi economica siederà al tavolo della “Giunta rossa” come un convitato di pietra.

Tuttavia, la speranza di cambiamento in città è forte e coinvolge lo stesso Eduardo De Filippo, che smorza il suo pessimismo:”…si comincia a vedere il barlume di una luce, ancora fioca, ancora lontana, ma luce è”.

A Valenzi non manca la consapevolezza delle difficoltà e della rottura che l’opinione pubblica si aspetta:

“Ho ereditato cinquecento milioni al giorno di interessi passivi, decine di migliaia di disoccupati. In cassa non c’è una lira, abbiamo debiti con tutti, dal Banco di Napoli alla Stazione zoologica. Neppure i francobolli possiamo pagare. I dipendenti comunali sono ventiseimila, assunti nei decenni, da Lauro a Gava, con metodi clientelari. Hanno undici sigle sindacali, già fanno a gara nel metterci in difficoltà. Qualcuno ha in tasca fino a sei, sette tessere di questi sindacatini scatenati. Detto la prima regola: nessuno sarà mai più assunto in base a raccomandazioni. Solo concorsi o liste di collocamento”[11].

Ermanno Corsi sintetizza con tre parole quel che Valenzi trova al momento del suo insediamento:”Clientelismo, confusione e tangenti”[12].

Le “giunte rosse” guidate da Maurizio Valenzi saranno in tutto sei, segno delle difficoltà di equilibrio in cui versa un’amministrazione largamente minoritaria, ma saranno tutte caratterizzate da una linea definita fin da subito: non si tratta semplicemente di cambiare passo rispetto alle precedenti giunte di centro-sinistra, ma di rovesciare il rapporto clientelare, assistenzialistico, paternalistico tra amministratori e amministrati.

“I miei primi giorni da Sindaco di Napoli” è il diario, tenuto giorno dopo giorno dei primi cento giorni di Valenzi a Palazzo San Giacomo. Così come “Confesso che mi sono divertito”, è ricco di aneddoti raccontati con un’ironia tagliente (quando sono presi di mira il prepotente, l’ ignavo, l’ imboscato di turno) o comprensiva (quando colpisce le persone semplici). Attraverso queste pagine ci si può rendere conto della situazione in cui versava il Comune di Napoli, cha allora era una enorme e inefficiente macchina clientelare, concepita per non funzionare e gli ostacoli che incontra il tentativo di razionalizzazione ed efficientamento degli uffici.

L’inversione di tendenza viene premiata dagli elettori alle elezioni politiche del 1976, quando  il PCI in città raggiunge il 40,82%, 8,71% in più rispetto al dato della Comunali dell’anno precedente (la DC ottiene il 29,89%, 1,53% in più). Il premio di Napoli al PCI è pari o superiore a quello delle altre grandi città e oltre sei punti oltre la media nazionale del 34,37%. In quelle elezioni i comunisti, pur facendo segnare un grande successo elettorale mancano tuttavia il “sorpasso” nei confronti della DC, che accresce il proprio bottino elettorale a spese dei partiti alleati, raggiungendo il 38,71%.

Dal 4 al 19 settembre dello stesso anno, si tiene alla “Mostra d’Oltremare”, recuperata da un abbandono pluridecennale, la prima festa nazionale dell’”Unità” organizzata nel Mezzogiorno. Il comizio finale di Enrico Berlinguer viene seguito da un milione di persone.

Questi successi danno forza e respiro alla giunta, senza tuttavia metterla al riparo da agguati e trabocchetti, che ne costelleranno il cammino.

L’urbanistica è segnata dal rilancio e dalla rielaborazione dei grandi progetti che le giunte precedenti non avevano avuto la forza e il tempo di avviare, in particolare la Metropolitana di Napoli e il Centro Direzionale.

La Metropolitana collinare, la cui posa della prima pietra avviene il 22 dicembre 1976 e il cui sviluppo è a lungo interrotto a causa del terremoto, annuncia ìl “Piano delle Periferie”, che sarà approvato all’unanimità dal Consiglio Comunale appena un mese prima del terremoto. Napoli si espandeva verso Nord, Secondigliano, Piscinola, Chiaiano, quartieri scollegati socialmente e fisicamente dal centro e dai quartieri collinari: la metropolitana li avrebbe connessi al resto della città. Il “Piano delle Periferie”, che prevede la rimodulazione del rapporto tra centro e periferia, diventa l’asse portante della politica urbanistica della Giunta Valenzi, dimostrando la propria efficacia anche nel coordinare gli interventi della ricostruzione post-terremoto. In proposito, scrive Alessandro Dal Piaz: ”Fu la prima volta, in Italia, che si rispose a un’emergenza attuando piani ordinari preesistenti”[13].

Riguardo al Centro Direzionale, vengono ricontrattati con Mededil, il soggetto attuatore, i volumi edificabili e tagliate quote significative di cubature; buona parte dell’edificato viene vincolato a funzioni produttive, centri di ricerca e direzionalità aziendale.

Per la prima volta a Napoli c’è una giunta che si impegna nella lotta all’abusivismo. Per far capire che si fa sul serio, a Soccavo, nel 1976, dove oggi c’è la sede universitaria di Monte Sant’Angelo, un palazzo di sette piani viene abbattuto con la dinamite. Fino al 1983, tra ricorsi, boicottaggi e una martellante campagna stampa“pro-abusi”, le costruzioni abusive demolite saranno 417, gli alloggi confiscati diecimila.

Le politiche sociali del Comune mutano decisamente di segno, passando da un approccio assistenzialistico e paternalistico a un orientamento inclusivo: i servizi sociali del Comune non si rivolgono al bisognoso ma al cittadino, non elargiscono carità ma promuovono il diritto all’assistenza. I servizi sociali sono ricondotti ai territori e sono potenziati, nei limiti del possibile, con nuove assunzioni. Le due fasce d’età destinatarie della maggior parte degli interventi sono anziani e infanzia. L’obiettivo è uscire dalla logica dei sussidi e dell’istituzionalizzazione, nei convitti per i minori, nella case di riposo per gli anziani. Per bambini e anziani si promuovono le colonie estive, che tuttavia coinvolgeranno poche migliaia di persone, sempre per i limiti di spesa delle casse comunali. Per gli anziani si avvierà l’assistenza domiciliare, per l’infanzia l’”estate serena”, fatta di colonie marine, collinari ed estive, di visite guidate e di “scuola aperta”, che è soprattutto una “scuola all’aperto”: il Bosco di Capodimonte diventa il luogo in cui sperimentare una didattica continua e ludica. Per questo progetto sperimentale, che coinvolge circa 2500 bambini, si mobilitano le principali istituzioni culturali cittadine (dall’Orto Botanico all’Acquario, dai Vigili del Fuoco alla Scuola di Ceramica). In tutte queste iniziative la priorità viene riservata alle famiglie iscritte negli elenchi dell’assistenza pubblica.

Negli stessi anni viene implementata l’edilizia scolastica e reintrodotto il medico scolastico.

Un episodio, riportato di recente alla luce, ci dà conto della rottura democratica operata dall’amministrazione di sinistra. Il Comune di Napoli è proprietario dell’Orfanotrofio Militare che aveva la propria sede nel Castello Aragonese di Baia. I bambini scrivono al Sindaco di Napoli (lo chiamano “Egregio Signore”), denunciando la precarie condizioni in cui si trovano a vivere e le vessazioni che subiscono quotidianamente dai sorveglianti e dal Direttore. L’immediata ispezione a sorpresa della giovane assessora ai servizi sociali Emma Madia scopre carenze ancora più gravi di quelle denunciate dalla lettera, per cui dispone la chiusura dell’Orfanotrofio[14].

Viene attuata un intervento di pulizia profonda delle strade dell’intera città, compresi i vicoli del centro e i rioni della periferia. Si dà la massima attenzione al coinvolgimento dei cittadini, i cartelloni pubblicitari vengono riempiti dai manifesti pubblicitari: ”Aiutaci a mantenere Napoli pulita”.

L’azione combinata di assistenza, scolarizzazione e igiene urbana, riducono il tasso di mortalità infantile in città dal 32 per mille (il più alto d’Europa) del 1973-74 al 22 per mille del 1976/78. Questa tendenza al calo della mortalità infantile viene frenata dalla diffusione del virus respiratorio sinciziale tra i neonati tra il 1978 e il 1979, favorito dalla scarsa igiene che comunque persisteva nelle strade più dimesse e nella case delle famiglie di più umile condizione sociale.

Napoli laboratorio di “buon governo”

A due anni dall’insediamento, la “Giunta rossa” viene giudicata come un laboratorio di buon governo, capace di misurarsi con la realtà sociale, politica e amministrativa più complessa e critica d’Italia. Nell’estate del 1977 viene sbloccata la prima tranche (50 miliardi di lire) di un prestito di 150 miliardi avallato e garantito dal terzo Governo Andreotti;si tratta di uno dei migliori risultati politici della “solidarietà nazionale”. Per la Giunta Valenzi più di una boccata d’ossigeno, perché il prestito consente la partenza di progetti già pronti e approvati nel campo dell’edilizia scolastica, dell’igiene, della sanità, delle fognature e della nettezza urbana. La concessione del prestito avviene in tempi molto serrati, concesso a pochi mesi dalla richiesta; a luglio la delibera per il suo riparto viene approvata all’unanimità dal Consiglio Comunale, in pieno agosto passa il vaglio del Comitato Regionale di Controllo.

Maurizio Valenzi, intervistato dall’”Unità”,non manca di rivendicare un metodo politico: “Tutto questo dimostra come si possano stringere i tempi burocratici e tecnici quando c’è unità di propositi e volontà politica a tutti i livelli”[15].

Bisogna ricordare ancora che le politiche della giunta napoletana vengono promosse in una fase recessiva dell’economia, che penalizza fortemente il settore delle Partecipazioni Statali, da cui dipendono buona parte degli impianti industriali della città, a partire dell’Italsider, che subisce anche le conseguenze della crisi internazionale dell’acciaio.

Il rapporto del PCI con la classe operaia di Bagnoli è fortissimo e il riconoscimento reciproco; una relazione senza le difficoltà che emergono invece nell’incontro con il proletariato “spurio” e il sottoproletariato dei quartieri centrali di Napoli.  La fabbrica-quartiere alle elezioni amministrative del 1975 ha premiato il partito con il 43,6% e  gli fornisce quadri politici e amministrativi. Maurizio Valenzi, che nel 1953 era stato arrestato proprio davanti ai cancelli dell’allora Ilva per “comizio non autorizzato” mentre distribuiva volantini del partito, subito dopo l’elezione a Sindaco visita la fabbrica, ricevendo “un’accoglienza calorosa da parte della direzione ma addirittura travolgente da parte degli operai”[16].

Il 6 dicembre del 1978 viene approvata la “variante Italsider” al Piano Regolatore, grazie alla quale diventa possibile l’ammodernamento e l’ampliamento dell’area industriale. La Giunta Regionale della Campania dà parere favorevole solo nel giugno 1980 e dopo la pressione insistente di Valenzi, che giunge a portare polemicamente di persona al protocollo del Consiglio Regionale i faldoni contenenti la variante urbanistica per accelerarne l’approvazione.

I “difficili successi” della Giunta vengono illustrati da un dossier pubblicato dall’”Unità” alla fine del 1978, intitolato sobriamente “Dopo tre anni e mezzo di governo nella capitale del Sud”.

Il deterioramento del contesto politico e sociale

In quel 1978, a livello amministrativo e di rapporto tra i partiti, Valenzi aveva dovuto barcamenarsi tra la lotta delle correnti democristiane (la sinistra di Vincenzo Scotti e Paolo Cirino Pomicino, convinta che l’appoggio avrebbe favorito nuovi scenari di collaborazione tra DC e PCI  e il correntone gavianeo,che lo tiene sulla corda in attesa del tonfo) e socialiste (Giulio Di Donato è a livello locale l’interprete autentico dell’autonomismo aggressivo impresso alla linea del partito dal nuovo segretario Bettino Craxi mentre Luigi Buccico, che scomparirà tragicamente l’anno successivo,  ritiene che l’alleanza con il PCI avrebbe aiutato i socialisti a esprimere tutto il proprio potenziale riformista).

Sotto il profilo sociale, Napoli è sempre sul punto di esplodere: gli iscritti al Collocamento in un solo anno passano da 341 mila a 380 mila; i cortei dei disoccupati organizzati, con i quali il rapporto oscilla dall’ascolto al conflitto, attraversano quotidianamente il centro della città e giungono a occupare la Sala dei Baroni, dove si tengono le sedute del Consiglio Comunale.Il contrabbando e l’industria del falso attenuano la miseria di decine di migliaia di famiglie. Denutrizione, affollamento e ridotte difese immunitarie favoriscono la diffusione del virus sinciziale, che ucciderà 80 neonati nella prima metà del 1979.

La criminalità organizzata nel 1978 compie un primo salto di qualità. A febbraio Raffaele Cutolo evade in maniera spettacolare dal Manicomio Criminale di Aversa; a dicembre, a Forcella, nell’allora feudo della famiglia Giuliano, duecento esponenti dei clan storici della città si confederano nella “Nuova Famiglia” per dichiarargli guerra. Nell’anno del rapimento Moro, il declino e lo scioglimento del Nuclei Armati Proletari non fermano la lotta armata in città, dove il criminologo Alfredo Paolella viene ucciso da Prima Linea.

“Il potere non abita qui”, è la constatazione del Sindaco di Napoli:

“I vari centri di potere, a Napoli, sono come le torri di Gubbio. Il potere è soprattutto quello finanziario delle banche, delle fonti di finanziamento, della Cassa del Mezzogiorno, dell’Iri e delle Partecipazioni Statali da trent’anni nelle mani di ministri dc che amministrano il 75 per cento delle industrie. Il potere è anche al Consorzio del Porto, all’Isveimer, alla Camera di Commercio e all’Unione degli Industriali. Un potere da sempre saldamente nelle mani della Democrazia Cristiana”[17].

Le elezioni politiche ed europee del 1979 segnano la fine dell’avanzata comunista e l’inizio del riflusso anche nel campo politico. Alle elezioni politiche del 3/4 giugno 1979 il PCI a Napoli perde ben 8 punti percentuali, retrocedendo al 30,67%, ma conservando di un soffio il primato elettorale (la DC, infatti, è al 30,51%). Il PCI si confermerà primo partito cittadino anche alle elezioni per il Parlamento Europeo di una settimana dopo.

Il rilancio culturale della città

Nello stesso anno si inaugura l’”Estate a Napoli”, che avrà cinque edizioni eriuscirà a far vivere arte, musica e teatro nelle strade e nelle piazze della città, rendendole fruibili a un pubblico altrimenti difficilmente raggiungibile. L’iniziativa si inserisce in un quadro di rilancio culturale della città che ha il suoperno nella monumentale mostra “Civiltà del Settecento a Napoli (1734-1799)”, inaugurata al Museo di Capodimonte nel dicembre del 1979.Non solo i Musei, ma anche i castelli, Maschio Angioino, Castel dell’Ovo e Castel Sant’Elmo vengono liberati da uffici e depositi militari per diventare spazi aperti alla mostre, all’arte, alla cultura in generale.

Maurizio Valenzi intraprende un’attività di diplomazia culturale che per la prima volta dopo molti anni mette in risalto la città sotto l’aspetto della cultura. A Baku, città gemellata con Napoli dal 1972, la sua critica all’invasione sovietica dell’Afghanistan viene censurata dalla TASS; a New York progetta con Edward Koch, il Sindaco della città, un grande concerto per la pace da tenersi a Napoli insieme al Sindaco di Mosca (l’iniziativa, scriverà Valenzi, sarà boicottata dai sovietici)[18].

Le visite a Baku, Londra, New York, Malta, Parigi, sono tutte tappe “diplomatiche” di   promozione della cultura napoletana e un modo per tirarla fuori dal provincialismo in cui stava affondando negli ultimi decenni.

In particolare, Valenzi è di casa a Parigi, dove si reca ufficialmente nel 1980 per promuovere la mostra sulla Civiltà del Settecento e nel 1983, quando la capitale francese ospitava ben tre mostre “napoletane”: “La pittura napoletana da Caravaggio a Luca Giordano” al Gran Palais, la mostra sugli “Itinerari archeologici di Napoli” all’Istituto di Cultura Italiano, quella sui disegni napoletani del XVII e XVIII secolo all’Ecole de Beaux Arts[19].

Negli stessi anni Napoli torna a essere meta di visite importanti e prestigiose: Papa Giovanni Paolo II, in visita pastorale nell’ottobre 1979; la seconda visita della regina Elisabetta un anno dopo; Jacques Chirac, allora Sindaco di Parigi, nello stesso 1980. Particolarmente sentita la visita di Luis Corvalan, segretario del Partito Comunista Cileno in esilio, per la liberazione del quale Valenzisi era speso personalmente.

Il terremoto e la fine di una stagione politica

Nelle elezioni comunali del 1980, il PCI a Napoli recupera terreno rispetto alle elezioni politiche dell’anno precedente, ottenendo il 31,67% dei voti, un risultato che è appena inferiore a quello di cinque anni prima (32,30%). La DC arretra al 25,37% rispetto al 28,36% delle elezioni del 1975. L’autonomismo arrembante del nuovo gruppo dirigente socialista a Napoli sembra non pagare (con il 6,99%, il PSI perde lo 0,68% rispetto alle amministrative precedenti).

Valenzi ottiene centomila preferenze, un’indicazione chiara su chi vogliano come Sindaco i napoletani. Eppure, le trattative tra i partiti rimangono lente e farraginose, per i riti della politica nella “prima repubblica”, certo, ma anche per i riflessi della politica nazionale, che tende a mettere in discussione le “giunte rosse” anche al Nord (igoverni regionali di Piemonte e Liguria cambieranno segno).

In agosto Valenzi viene riconfermato Sindaco di una città che tre mesi dopo verrà spezzata dal terremoto del 23 novembre 1980.

Nella testimonianza di Berardo Impegno, allora giovane dirigente della Federazione Napoletana del PCI, “il terremoto è una ferita che crea un prima e dopo, anche nell’amministrazione”. “Tra gli assessori” continua Lucia Valenzi “ognuno andava per i fatti suoi, tutti si scontravano con tutti”[20].

La città ferita dal sisma subisce un forte arretramento economico e sociale. Ci sono oltre trentamila edifici danneggiati, sono 150mila le persone che devono allontanarsi da casa. Valenzi viene nominato Commissario Straordinario per la Ricostruzione. I fondi della legge 219/81 per la ricostruzione sono impiegati per la costruzione di ventimila alloggi (13 mila nel territorio del Comune di Napoli) che ridisegnano ampi tratti della periferia cittadina.

Negli anni del dopo-terremoto la camorra diventa protagonista dell’economia e della vita cittadina, riuscendosi a infiltrare finanche nelle istituzioni. Il 1981 conta, tra il capoluogo e la provincia, 193 morti, che diventano 237 nel 1982 e 238 nel 1983. Le Brigate Rosse negli stessi anni alzano il tiro con il rapimento dell’assessore regionale Ciro Cirillo e l’agguato omicida al vicequestore Antonio Ammaturo. Non risparmiano la giunta napoletana, il 6 giugno 1981 viene “gambizzato” l’Assessore all’Urbanistica Uberto Siola.

La città è invivibile.La speculazione edilizia torna ai fasti del passato; il traffico impazzisce, si ricorre alle “targhe alterne”. La Mostra d’Oltremare, che aveva ospitato la Festa Nazionale dell’Unità, chiude. Dall’esterno si vedono i container predisposti per alloggiarvi i senzatetto del terremoto. “Estate a Napoli” continua, nell’ultimo giorno dell’edizione 1981, che coincide con la Festa di San Gennaro, Pino Daniele si esibisce davanti a oltre duecentomila giovani, un simbolo e, ora, un ricordo di resistenza.

Le elezioni comunali anticipate del 20 novembre 1983 segnano la fine della “giunta rossa” a Napoli, Il PCI cala al 26,96% ma si conferma primo partito cittadino (la DC è al 24,30%). Terza forza il MSI con il 20,85%, in ascesa il PSI al 10,48%.

A determinare la fine delle giunte Valenzi è l’accordo nazionale tra DC e PSI, che apre le porte di Palazzo Chigi a Bettino Craxi in cambio della liquidazione delle giunte rosse (Nel 1985, cadranno le giunte PCI-PSI a Milano, Venezia, Torino, Genova, sostituite da giunte di pentapartito come a Napoli).

 Un comunista italiano

Maurizio Valenzi è stato protagonista di un’esperienza probabilmente unica: Sindaco per otto anni di sei giunte sempre minoritarie. Non si va lontano se lo si definisce un capolavoro politico, dovuto, secondo Aldo Cennamo, allora consigliere comunale comunista a Napoli,alla capacità di “tenere insieme idealità, valori e azione politica, decisioni concrete che riguardavano la vita delle persone”[21].

In questo giudizio si può ritrovare il “realismo antideterministico” che ha orientato l’azione politica di Maurizio Valenzi, sempre coerente con le motivazioni e lo spirito dell’adesione convinta al “partito nuovo” e alla “via nazionale”, le svolte che radicano il PCI nella realtà storica italiana.

Il comunismo di Valenzi, come si è visto, non assume mai un carattere dogmatico o fideistico: è così nella distanza verso il sistema sovietico, nell’insofferenza al dogmatismo, nel fastidio verso il radicalismo, nel pragmatismo con cui affronta situazioni amministrative altrimenti inestricabili.

Maurizio Valenzi attraversa il Novecento da comunista italiano.

L’impegno per Napoli al Parlamento Europeo

Eletto parlamentare europeo nel 1984, Valenzi, che nel 1977 era statoPresidente dell’Unione delle Città del Mediterraneo, farà parte della delegazione per le relazioni con i Paesi del Maghreb, dando così seguito alla sua antica vocazione di uomo di pace e dialogo tra le culture.

Si concentra, inoltre, insieme ad Altiero Spinelli, sull’”Operazione Integrata Napoli”, uno dei primi tentativi di approccio integrati dei fondi comunitari che contribuiscono al potenziamento dei trasporti (in primis della metropolitana, di cui aveva posato la prima pietra); allo sviluppo del Centro Direzionale; al risanamento delle periferie (in continuità con il Piano delle Periferie del 1980); al restauro del patrimonio del centro storico e al disinquinamento del golfo.

Nel 1991 aderisce al PDS, come tutta la vecchia corrente “migliorista” cui appartiene, ma principalmente ritornerà a dipingere, la sua passione di ragazzo. Dalla sua morte, nel 2009, la “Fondazione Valenzi” ne conserva e promuove la memoria.

Bibliografia

  • Cappelli, O., Governare Napoli. Le sinistre alla prova della capitale del Mezzogiorno, Bari, De Donato, 1978.
  • Chianese G. (a cura di), Napoli e la giunta rossa. Atti del Convegno “Il volto della città di Napoli e l’attività dell’Amministrazione Valenzi (1975-1983)”, E-book, Mimesis Edizioni, 2021.
  • Corsi E. – Giustino F. – Puntillo E., Il sindaco rosso. Valenzi e il futuro di Napoli, Napoli, SHARE Libri, 2020.
  • Gallico, S., Il delitto Miceli. Una storia di ordinario fascismo in Tunisia, Roma, All Around, 2022.
  • Intervento di Valenzi M., in La sinistra meridionale nel secondo dopoguerra (1943-1954), Firenze, Istituto Socialista di Studi Storici, 1991.
  • La giunta, regia di Alessandro Scippa, Italia, 2022.
  • Masullo, A. – Scamardella, C., Napoli siccome immobile, Napoli, Guida Editori, 2008.
  • Mieli, P. (condotto da). Passato e Presente: “Maurizio Valenzi, da Tunisi a Napoli”. Ospite: Leila El Houssi. Rai 3, 11 dicembre 2025.
  • Musella, L., Napoli nel racconto della politica, Roma, Carocci, 2016.
  • Russo Krauss, Pio, Come la luce dell’alba, La Valle del Tempo, Napoli 2023.
  • Russo R., «Salvateci, ci picchiano», la lettera di cento bambini. Così il sindaco comunista fece chiudere l’orfanotrofio-lager a Baia, Corriere del Mezzogiorno, 16 novembre 2024.
  • Scala, T., Maurizio Valenzi. Il sindaco venuto dal mare, Napoli, Armando De Nigris Editore, 2025.
  • Stanganelli, M. – Bruni, F., Napoli oltre Napoli. I quartieri del terremoto nell’area metropolitana. 1980-2025, Napoli, Cratera, 2025.
  • Valenzi M., C’è Togliatti!, Palermo, Sellerio. 1995.
  • Valenzi M., Ebrei italiani di fronte al «razzismo», a cura di Nico Pirozzi, Villaricca, Edizioni Cento Autori, 2010.
  • Valenzi M., Valenzi Sindaco a Napoli. Intervista di Massimo Ghiara, Editori Riuniti, Roma 1978.
  • Valenzi, L., e R. Race (a cura di), Maurizio Valenzi. Testimonianze per una vita straordinaria, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2009.
  • Valenzi, M., Confesso che mi sono divertito, Napoli, Tullio Pironti editore, 2007.
  • Valenzi, M., Eugenio Reale, intellettuale coerente, lucido e onesto, l’Unità, 11 maggio 1986.
  • Valenzi, M., I miei primi giorni da sindaco di Napoli, a cura di L. Valenzi, Ariccia, Aracne editrice, 2016.
  • Valenzi, M., Presto e bene se c’è una politica unitaria, l’Unità, 24 luglio 1977.
  • Wanderlingh, A., Maurizio Valenzi. Un romanzo civile, Napoli, Fondazione Valenzi, 2020 ebook.

[1] Maurizio Valenzi, “Confesso che mi sono divertito”, Napoli, 2008.

[2] L’acquisizione recente di nuovi documenti riguardo all’ omicidio di Giuseppe Miceli rivela come si fosse trattato di un omicidio premeditato e orchestrato dall’alto. In Sonia Gallico, “Il delitto Miceli – Una storia di ordinario fascismo in Tunisia”, Roma, 2022.

[3]“Valenzi sindaco a Napoli”, intervista di Massimo Ghiara, Roma, 1978, p.66

[4] Intervento in “La sinistra meridionale nel secondo dopoguerra (1943-1954), Firenze, 1991, p.127

[5] Maurizio Valenzi, “C’è Togliatti”, Palermo, 1995.

[6] Ivi

[7] Intervento in “La sinistra meridionale nel secondo dopoguerra (1943-1954), cit.

[8] Maurizio Valenzi, “Eugenio Reale, intellettuale coerente, lucido e onesto”, L’Unità, 11 maggio 1986

[9]  Cfr. Pio Russo Krauss, “Come la luce dell’alba”, Napoli, 2023

[10] Tonino Scala, “Il Sindaco venuto dal mare”, Napoli, 2025, p. 38

[11] Maurizio Valenzi, “Confesso che mi sono divertito”, cit.

[12] Ermanno Corsi, prefazione a “I miei primi cento giorni da Sindaco di Napoli”. Ariccia (RM), 2016, p.11

[13] Alessandro Dal Piaz, “L’urbanistica”, in “Napoli e la giunta rossa”, a cura di Gloria Chianese, Napoli, p.152 ebook

[14] Roberto Russo, “Salvateci, ci picchiano. La lettera di cento bambini. Così il Sindaco comunista fece chiudere l’orfanotrofio-lager a Baia”, in “Corriere del Mezzogiorno”, 16/11/2024.

[15] Maurizio Valenzi, “Presto e bene se c’è una politica unitaria”, in L’Unità, 24/07/1977

[16] “Valenzi Sindaco a Napoli”, intervista di Massimo Ghiara, cit. p. 114

[17] Ivi, p.49

[18] Cfr. Maurizio Valenzi, “Confesso che mi sono divertito”, cit.

[19] Cfr. Fabio Di Nunno, “Napoli nello scenario internazionale”, in “Napoli e la giunta rossa”, cit. p. 286 ebook

[20]“La giunta”, regia di Alessandro Scippa, Italia, 2022, documentario

[21] “La giunta”, cit.

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