Tra alleanze, leadership e discussioni interne, il campo progressista continua a rinviare il confronto sulle grandi questioni sociali e territoriali del Paese.
di Mario Garofalo
Seguendo con una certa preoccupazione l’evoluzione della politica nazionale, viene spontaneo interrogarsi sul futuro della sinistra italiana e, in particolare, sulle prospettive del cosiddetto campo largo. Da mesi il dibattito sembra concentrarsi prevalentemente sulle alleanze, sulle leadership, sulle primarie e sui rapporti di forza tra le diverse componenti politiche. Discussioni che certamente hanno una loro importanza, ma che finiscono per occupare uno spazio sproporzionato rispetto alle questioni che interessano concretamente la vita dei cittadini.
La sensazione è quella di una politica che fatica a ritrovare una propria identità, sempre più impegnata nella ricerca di equilibri interni e sempre meno capace di elaborare una visione complessiva del Paese. Eppure, le ragioni per costruire un’alternativa politica e sociale non mancano. Basterebbe osservare le condizioni materiali nelle quali vivono milioni di italiani, le crescenti disuguaglianze, la precarietà del lavoro, le difficoltà delle famiglie e il progressivo indebolimento dei servizi pubblici.
In questo quadro colpisce soprattutto la marginalità che il Mezzogiorno continua ad avere nel confronto politico nazionale. Una questione storica, certamente, che oggi assume caratteristiche nuove e per molti aspetti ancora più preoccupanti. Il Sud viene periodicamente richiamato nei programmi elettorali, nelle dichiarazioni dei dirigenti politici e nei convegni dedicati allo sviluppo, salvo poi scomparire quando si tratta di definire le priorità dell’azione politica.
Si pensi alla perequazione infrastrutturale, un tema fondamentale per garantire condizioni di cittadinanza realmente uguali sull’intero territorio nazionale. Le differenze nella qualità dei trasporti, nell’accessibilità ai servizi sanitari, nell’organizzazione scolastica e nelle opportunità lavorative continuano a incidere profondamente sulle possibilità di sviluppo delle comunità meridionali. La stessa autonomia differenziata, per le implicazioni che può avere sulla distribuzione delle risorse e sull’effettiva garanzia dei diritti sociali, richiederebbe un confronto politico assai più approfondito.
Il problema riguarda, in definitiva, l’idea stessa di uguaglianza che dovrebbe ispirare una forza progressista. Non può esserci una piena cittadinanza democratica quando il luogo di nascita o di residenza continua a condizionare l’accesso alle cure, all’istruzione, alla mobilità e alle opportunità di lavoro. La perequazione territoriale dovrebbe dunque rappresentare uno dei punti centrali di qualsiasi proposta politica nazionale, anziché essere considerata una questione particolare, riservata alle regioni meridionali.
A tutto questo si aggiunge la condizione delle aree interne, dove lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione e la progressiva riduzione dei servizi stanno modificando profondamente il tessuto sociale. Interi paesi rischiano di perdere la propria funzione comunitaria, mentre migliaia di giovani continuano a trasferirsi altrove per studiare, lavorare e costruire un futuro. Una migrazione spesso raccontata come una libera scelta individuale, senza interrogarsi sufficientemente sulle condizioni economiche e sociali che la determinano.
Anche il lavoro meriterebbe una riflessione più seria. Nel Mezzogiorno convivono disoccupazione, bassi salari, precarietà e forme di sfruttamento che coinvolgono lavoratori italiani e migranti. Il fenomeno del caporalato nelle campagne, le condizioni abitative di molti braccianti e la difficoltà di garantire una retribuzione dignitosa raccontano una realtà che dovrebbe interrogare profondamente la coscienza politica e civile del Paese. È proprio da queste condizioni che potrebbe prendere forma un nuovo umanesimo, capace di restituire centralità alla persona, alla dignità del lavoro e ai diritti sociali.
Da questo punto di vista, il richiamo alla tradizione progressista rischia di perdere significato quando non trova una corrispondenza nelle scelte politiche. Parlare di giustizia sociale significa affrontare la distribuzione della ricchezza, le disuguaglianze territoriali, la qualità dei servizi pubblici e le condizioni di chi vive ai margini dei processi economici. Sono questioni che richiedono programmi credibili, risorse e una precisa volontà di intervento.
Resta allora una domanda alla quale il campo largo dovrebbe cominciare a rispondere: quale idea di Paese intende proporre agli italiani? E, soprattutto, quale ruolo immagina per il Mezzogiorno all’interno di questo progetto?
La costruzione di un’alternativa al governo Meloni costituisce certamente un obiettivo politico legittimo, ma la sola opposizione all’attuale maggioranza difficilmente potrà rappresentare una prospettiva sufficiente. Una coalizione può trovare una propria ragione di esistere soltanto attraverso un programma condiviso, capace di affrontare i problemi strutturali del Paese e di indicare una direzione riconoscibile.
Occorrerebbe, probabilmente, recuperare anche una diversa capacità di ascolto. Tornare nelle periferie, nei piccoli centri, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nei territori che da tempo vivono una crescente distanza dalle istituzioni. Comprendere le ragioni del disagio sociale, della sfiducia e dell’astensionismo, senza limitarsi a interpretarli attraverso le consuete categorie della competizione elettorale.
Il Mezzogiorno, in particolare, avrebbe bisogno di tornare a essere una grande questione nazionale. Non per rivendicare una generica attenzione verso il Sud, quanto per riconoscere che il riequilibrio territoriale costituisce una condizione indispensabile per lo sviluppo economico, sociale e democratico dell’intero Paese.
La sinistra italiana dispone ancora di una tradizione politica e culturale dalla quale potrebbe attingere idee e strumenti per affrontare queste contraddizioni. Ciò che sembra mancare, almeno nell’attuale dibattito pubblico, è la capacità di trasformare quella tradizione in una proposta contemporanea, comprensibile e concretamente praticabile.
Continuare a discutere prevalentemente di alleanze e leadership rischia di allontanare ulteriormente la politica dai problemi reali. Nel frattempo, le disuguaglianze crescono, i giovani partono, i servizi si riducono e molte comunità meridionali vedono restringersi le proprie prospettive.
Sarebbe dunque opportuno che il confronto politico ripartisse proprio da qui, dalle condizioni di vita delle persone e dalle profonde differenze che attraversano l’Italia. Perché una sinistra che ambisce a governare il Paese dovrebbe anzitutto dimostrare di conoscerlo, di comprenderne le contraddizioni e di avere il coraggio di affrontarle. Il Mezzogiorno non può continuare ad aspettare che la politica nazionale trovi il tempo di occuparsene.
