di Giuliano Laccetti
Un’università, un ordinamento giuridico, un’amministrazione capace di governare: il progetto federiciano e le domande che pone ancora oggi.
Abstract
Nel progetto politico di Federico II di Svevia, la fondazione dello Studium di Napoli nel 1224, la riorganizzazione dell’ordinamento giuridico e il rafforzamento dell’amministrazione del Regno di Sicilia non furono iniziative isolate. Esse rispondevano a una concezione del potere che attribuiva un ruolo centrale alla conoscenza, alla legge e alla capacità di organizzare le funzioni pubbliche. La formazione dei giuristi e dei funzionari, la produzione legislativa e il controllo delle attività economiche concorrevano a consolidare l’autorità monarchica. Anche le testimonianze letterarie, come la novella di Boccaccio ambientata nella Palermo mercantile, consentono di cogliere alcuni aspetti concreti di questa organizzazione. Rileggere l’esperienza federiciana significa interrogarsi sul rapporto fra sapere e potere pubblico e sul ruolo delle istituzioni nella costruzione di una società più organizzata.
Parole chiave: Federico II; Università di Napoli; Liber Augustalis; amministrazione; Mezzogiorno.
1. Un’università per costruire lo Stato
Nel 1224 Federico II di Svevia fondò a Napoli uno Studium destinato a occupare un posto particolare nella storia delle istituzioni universitarie europee. Non si trattava semplicemente di favorire la diffusione della cultura o di aggiungere un nuovo centro di studi a quelli già esistenti. La fondazione rispondeva anche a una precisa esigenza politica: formare persone capaci di svolgere funzioni nell’amministrazione del Regno, soprattutto nel campo giuridico, e rafforzare così l’organizzazione del potere monarchico.[1]
La scelta di Napoli non era casuale. La città si trovava in una posizione strategica all’interno del Regno di Sicilia e offriva un’alternativa a Bologna, tradizionale centro degli studi giuridici, e alle università che godevano di un’autonomia consolidata. Federico II intendeva disporre di un’istituzione direttamente collegata alla propria autorità, capace di contribuire alla formazione delle competenze necessarie al governo.
La fondazione federiciana si distingue, dunque, per il rapporto diretto fra università e potere pubblico. L’imperatore interveniva nell’organizzazione dello Studium, ne sosteneva economicamente il funzionamento e mirava a orientarne l’attività verso esigenze concrete del Regno. La formazione non era concepita soltanto come un percorso individuale di elevazione culturale: costituiva anche una risorsa per l’organizzazione politica e amministrativa.
Naturalmente, sarebbe anacronistico attribuire a Federico II una concezione dell’università identica a quella contemporanea. L’istituzione medievale rispondeva a una società, a rapporti di potere e a un sistema di conoscenze profondamente diversi dai nostri. È però significativo che il sovrano avesse individuato nell’istruzione superiore uno strumento essenziale per consolidare il proprio progetto politico.
Il punto centrale è proprio questo: il potere non si regge soltanto sulla forza militare o sulla fedeltà personale dei propri sostenitori. Per governare territori estesi e una società articolata, ha bisogno di competenze, procedure, funzionari preparati e regole condivise. La fondazione dell’Università di Napoli può essere letta come una delle risposte federiciane a questa esigenza.
2. Le ConstitutionesMelphitanae (Liber Augustalis): la legge e l’organizzazione del potere
Nel 1231 Federico II promulgò a Melfi le ConstitutionesMelphitanae, raccolta legislativa conosciuta anche con il nome di Liber Augustalis. L’intervento rappresenta uno dei momenti più significativi del progetto federiciano di rafforzamento dell’autorità monarchica e di riorganizzazione del Regno di Sicilia.[2]
Le costituzioni disciplinavano aspetti diversi della vita del Regno: l’organizzazione degli uffici, l’esercizio della giustizia, le procedure amministrative, le attività economiche e la repressione dei reati. La legislazione non si limitava a proclamare la superiorità del sovrano, ma cercava di tradurla in un sistema di norme, competenze e responsabilità.
La legge diventava così uno strumento per rendere più stabile e prevedibile l’esercizio del potere. L’obiettivo era sottrarre funzioni e decisioni pubbliche alla frammentazione dei poteri locali, rafforzando il controllo della monarchia sul territorio e sui suoi abitanti. In questa prospettiva, l’azione legislativa e la formazione universitaria erano strettamente connesse: per applicare le norme occorrevano giuristi, giudici e funzionari capaci di interpretarle e farle rispettare.
Il progetto federiciano non eliminò le contraddizioni della società medievale, né realizzò uno Stato nel senso moderno del termine. La sua organizzazione rimaneva fondata su gerarchie, privilegi e differenze di condizione giuridica. Sarebbe quindi improprio descrivere il Regno di Sicilia come un’amministrazione pubblica contemporanea anticipata di sette secoli.
Ciò non impedisce di riconoscere la portata innovativa di alcuni elementi. Il tentativo di ricondurre funzioni diverse a un ordinamento relativamente unitario, di disciplinare gli uffici e di rafforzare il controllo sulle attività pubbliche ed economiche mostra una concezione del governo nella quale la legge non era soltanto espressione della volontà sovrana, ma anche strumento di organizzazione del Regno.
Università e legislazione rappresentavano, in questo quadro, due componenti complementari. La prima contribuiva a formare le competenze necessarie; la seconda definiva le regole entro cui quelle competenze dovevano essere esercitate. Il sapere acquisiva una funzione pubblica e l’ordinamento giuridico diventava uno dei principali strumenti di consolidamento del potere.
3. Dai fondaci alla dogana di Palermo: governare significa anche organizzare
Il progetto federiciano non riguardava soltanto le grandi questioni della legislazione e dell’istruzione. Si manifestava anche nell’organizzazione concreta delle attività economiche, nella riscossione dei tributi e nel controllo dei traffici commerciali.
Un’interessante testimonianza letteraria si trova nella decima novella dell’ottava giornata del Decameron. Boccaccio racconta la vicenda del mercante Salabaetto e della sua relazione con Jancofiore, ambientandola nella Palermo dei commerci. Il racconto descrive il funzionamento della dogana e del fondaco, dove le merci dei mercanti venivano depositate, registrate e valutate. Le informazioni eranoriportate nei registri, i prodotti venivano assegnati ai magazzini e gli intermediari potevano conoscere la natura e il valore delle merci presenti.[3]
Il Decameron fu composto nel XIV secolo, oltre un secolo dopo la fondazione dell’Università di Napoli e le costituzioni di Melfi. Non può quindi essere utilizzato come una fotografia diretta dell’amministrazione federiciana. La novella offre tuttavia una descrizione significativa di pratiche commerciali e amministrative sviluppatesi nella Sicilia medievale, utili per comprendere il funzionamento di istituzioni che avevano radici anche nel periodo normanno e che furono riorganizzate sotto Federico II.
I fondaci regi non erano semplici depositi. Costituivano strutture attraverso le quali il potere pubblico poteva controllare le merci, applicare tariffe, riscuotere dazi e seguire i movimenti dei traffici. Nel 1231, in Sicilia, risultano documentati fondaci a Palermo, Messina e Siracusa, oltre a strutture analoghe in altri centri. La loro gestione era affidata ai fundicarii, funzionari incaricati della custodia dei fondaci e di compiti connessi al sistema dei tributi e delle tariffe. Nel corso del regno di Federico II, anche questa organizzazione fu sottoposta a interventi di riordino.[4]
Un ruolo importante spettava inoltre alla Dohana de secretis, ufficio di origine normanna che sotto Federico II svolgeva funzioni finanziarie e amministrative. Le sue competenze comprendevano il controllo delle dogane, la riscossione di entrate, la gestione di beni della Corona e altri compiti connessi all’amministrazione del demanio regio. Non era dunque un’istituzione creata dal nulla dall’imperatore: il progetto federiciano si innestava su strutture precedenti, che venivano rafforzate e ricondotte a un controllo più sistematico.[5]
È proprio questo aspetto a meritare attenzione. La costruzione di un potere pubblico più solido non dipendeva soltanto dalle grandi leggi o dalle decisioni del sovrano, ma anche dalla capacità di organizzare attività quotidiane, registrare informazioni, definire responsabilità e rendere verificabili entrate e operazioni. Il controllo dei commerci richiedeva personale, procedure, archivi e strumenti contabili. Anche in questo ambito, il governo aveva bisogno di conoscenze e di un apparato capace di trasformarle in attività amministrativa.
La Palermo descritta da Boccaccio, con i suoi mercanti, i magazzini, i registri e gli intermediari, restituisce dunque un’immagine concreta di un mondo nel quale l’economia e l’amministrazione erano strettamente intrecciate. Non è necessario confondere le istituzioni medievali con quelle odierne per riconoscere la continuità di una questione fondamentale: governare significa anche disporre di informazioni attendibili, organizzare procedure e garantire che le regole abbiano un’applicazione effettiva.
4. Una domanda che arriva fino a oggi
L’esperienza di Federico II consente di osservare da una prospettiva storica il rapporto fra sapere, istituzioni e costruzione del potere pubblico. La fondazione dello Studium di Napoli, la legislazione di Melfi e il rafforzamento degli strumenti amministrativi appartenevano a un progetto politico unitario, pur rispondendo a esigenze e operando attraverso strutture differenti.
Non si trattava di costruire uno Stato democratico, né di promuovere l’istruzione come diritto universale. Federico II perseguiva il consolidamento della monarchia e il controllo del Regno. Sarebbe sbagliato cancellare questa finalità per trasformare l’imperatore in un precursore delle politiche pubbliche contemporanee. Ma sarebbe altrettanto riduttivo ignorare quanto il suo progetto mostrasse la necessità di collegare il potere alla produzione di conoscenza, alla definizione di norme e all’organizzazione delle funzioni amministrative.
È questo legame, più che una presunta modernità anticipata, a rendere l’esperienza federiciana ancora interessante. Un’istituzione universitaria non è soltanto un luogo in cui si trasmettono nozioni o si preparano singole professionalità: produce conoscenze, forma capacità critiche e contribuisce alla vita culturale e civile di una comunità. La sua funzione pubblica non può essere misurata esclusivamente in base all’utilità immediata per il potere politico o per il mercato.
Questa considerazione assume un significato particolare nel Mezzogiorno. La storia dell’Università di Napoli Federico II rappresenta una parte importante della vicenda culturale e istituzionale del Sud, ma non può diventare un motivo di compiacimento retorico. Il prestigio storico di un ateneo non basta a garantire condizioni adeguate per chi studia e fa ricerca, né a contrastare la persistente disuguaglianza territoriale nell’accesso all’istruzione, nei servizi e nelle opportunità professionali.
Il problema riguarda il rapporto fra istituzioni e società. Se il sapere è una componente essenziale della capacità di governare e organizzare una comunità, allora investire nell’università e nella ricerca non significa sostenere un settore separato dal resto della vita pubblica. Significa rafforzare le condizioni culturali, scientifiche e professionali attraverso cui una società può affrontare i propri problemi e progettare il futuro.
A distanza di otto secoli, il progetto di Federico II non offre modelli da riprodurre, ma pone una questione che rimane aperta: quale rapporto vogliamo costruire fra conoscenza e potere pubblico? Un sapere subordinato alle esigenze immediate di chi governa, oppure istituzioni della conoscenza capaci di contribuire, con autonomia e responsabilità, allo sviluppo della società?
La risposta non può venire dalla celebrazione del passato. Dipende dalle scelte del presente, dalla qualità delle istituzioni e dalla volontà di considerare università e ricerca non come costi da contenere, ma come componenti essenziali della vita collettiva.
[1] F. Delle Donne, 1224. Federico II. La fondazione della più antica università statale della storia, FedOA – Federico II University Press, Napoli, 2022, https://doi.org/10.6093/978-88-6887-240-3 (consultato il 10 ottobre 2026).
G. Laccetti, Diritto allo studio e fuga dei cervelli nell’Università di Federico II Imperatore, La Prima Pietra, 13 ottobre 2019; ripubblicato su ROARS il 21 ottobre 2019, https://www.roars.it/diritto-allo-studio-e-fuga-dei-cervelli-nelluniversita-di-federico-ii-imperatore/(consultato il 10 ottobre 2026).
[2] «Liber Augustalis», in «Enciclopedia on line», Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/liber-augustalis/ (consultato il 10 ottobre 2026).
[3] . G. Boccaccio, Decameron, giornata VIII, novella 10, Wikisource, https://it.wikisource.org/wiki/Decameron/Giornata_ottava/Novella_decima (consultato il 10 ottobre 2026).
[4] B. Pasciuta, «Fundicarii», in «Federiciana», Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 2005, https://www.treccani.it/enciclopedia/fundicarii_%28Federiciana%29/ (consultato il 10 ottobre 2026).
[5] . B. Pasciuta, «Dohana de secretis», in «Federiciana», Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 2005, https://www.treccani.it/enciclopedia/dohana-de-secretis_%28Federiciana%29/ (consultato il 10 ottobre 2026).
