di Mario Garofalo
Da molti anni al Mezzogiorno viene impartita, con una certa disinvoltura, una lezione elementare: il lavoro bisogna andarselo a cercare dove si trova. Il Settentrione offre la destinazione di una partenza che può portare a una cattedra, a un reparto ospedaliero, a un’impresa in cerca di operai e tecnici. Ottenuto l’incarico, però, bisogna raggiungerlo. E un contratto atteso per mesi comincia a fare i conti con una stanza da trovare, una caparra da versare, le mensilità anticipate, l’agenzia, il viaggio. Lo stipendio arriverà dopo; le spese per trasferirsi vanno affrontate subito.
In molte città del Nord la ricerca di un alloggio accompagna ormai quella di un impiego, talvolta con difficoltà tali da compromettere l’accettazione del posto. La questione riguarda anche i centri di provincia e i territori che richiamano lavoratori da lontano. Quando il canone pesa troppo sul salario, oppure manca il denaro necessario per entrare in casa, la disponibilità di un’occupazione lascia irrisolto il problema di come raggiungerla e mantenerla.
Vista dal Mezzogiorno, questa difficoltà si inserisce in una vicenda che attraversa generazioni. La parola “emigrazione” evoca ancora le valigie legate con lo spago, le stazioni affollate, le fotografie del dopoguerra. Oggi prevale “mobilità”, un termine che descrive gli spostamenti e dice assai meno delle ragioni che li impongono. Nel frattempo, una parte dei giovani meridionali continua a cercare altrove la possibilità di utilizzare la propria formazione.
Il rapporto SVIMEZ e Save the Children “Un Paese, due emigrazioni” restituisce la misura di questo movimento: dal 2002 al 2024 quasi 350 mila laureati sotto i 35 anni hanno lasciato il Mezzogiorno per il Centro-Nord, con una perdita netta, calcolata sottraendo i rientri, di 270 mila persone. Dietro quei numeri stanno percorsi diversi, aspirazioni, opportunità colte con convinzione e partenze rese necessarie dalla scarsità di alternative. Riunirli sotto il solo segno dell’intraprendenza individuale impedisce di vedere quanto pesi la distribuzione territoriale del lavoro.
Le famiglie sostengono per anni le spese degli studi; la scuola e l’università partecipano alla formazione attraverso risorse pubbliche. Quando quelle competenze trovano impiego lontano, il territorio d’origine perde una parte delle energie che potrebbero contribuire alla sua vita economica e civile. Le aree di destinazione ricevono lavoratori già formati, mentre nei paesi meridionali la partenza di una generazione indebolisce anche le possibilità della successiva. Gli effetti riguardano i servizi, i consumi, la capacità di dare continuità alle attività locali.
Dentro questo rapporto la categoria di “colonia interna” conserva una capacità di interrogare il presente. Va intesa come una lettura della dipendenza economica e della subordinazione territoriale, da discutere alla luce dei fatti. Il trasferimento di popolazione, preso da solo, non dimostra un rapporto coloniale; acquista un altro significato quando si accompagna alla persistente concentrazione delle opportunità e alla difficoltà dei territori di partenza di trattenere o richiamare competenze. La questione investe le scelte pubbliche che hanno contribuito a distribuire in modo diseguale lavoro, infrastrutture e servizi.
Il costo dell’alloggio aggiunge un passaggio a questa storia. A un giovane viene chiesto di studiare, specializzarsi, rendersi disponibile a trasferirsi. Quando l’impiego arriva a centinaia di chilometri da casa, deve già possedere il denaro per accettarlo. La caparra e le prime spese possono assorbire alcune migliaia di euro prima che venga corrisposto lo stipendio. Per chi dispone di risparmi o dell’aiuto dei genitori, l’anticipo è affrontabile. Una famiglia operaia, un monoreddito, chi ha esaurito le proprie disponibilità negli anni dell’università devono fare conti molto più stretti.
La disuguaglianza territoriale assume così il peso concreto della condizione di classe. La stessa offerta di lavoro apre possibilità differenti secondo le risorse di chi la riceve. Qualcuno può attendere il primo pagamento; qualcun altro deve ricorrere a un prestito, chiedere ospitalità, accettare una sistemazione precaria. La famiglia lontana può aiutare quanto le consentono reddito e risparmi, ma difficilmente può offrire quel sostegno quotidiano che rende meno onerosa la vita a chi lavora vicino a casa.
Un meridionalismo progressista deve misurarsi con queste condizioni, insieme alla necessità di creare occupazione qualificata nel Sud. Chiedere ai giovani di restare per fedeltà alla propria terra significa caricarli di una responsabilità che appartiene alla politica. Celebrare ogni partenza come una prova di coraggio finisce invece per assolvere la mancanza di alternative. La libertà di muoversi richiede che anche la permanenza sia praticabile, con un salario, servizi adeguati e prospettive professionali.
Per chi sceglie o deve trasferirsi, una politica nazionale potrebbe prevedere un Fondo per la Mobilità e il Primo Insediamento, destinato a sostenere le spese documentate del viaggio e dell’ingresso nell’alloggio. Garanzie per l’affitto e contributi iniziali, commisurati al reddito e ai costi effettivi, aiuterebbero a superare un ostacolo che precede l’inizio del lavoro. La proposta riguarda anche gli studenti costretti a frequentare lontano dalla residenza, con strumenti coordinati con quelli del diritto allo studio.
L’accesso dovrebbe valere per chiunque si trovi nelle condizioni previste. Anche un lavoratore settentrionale può essere escluso da un’opportunità per il costo del trasferimento. Una misura generale deve tuttavia riconoscere le differenze: la distanza, la necessità di una seconda sistemazione, l’assenza di una rete familiare vicina. La provenienza meridionale entra nel ragionamento attraverso il carattere strutturale delle partenze e il loro effetto sui territori, senza trasformare la precarietà abitativa in una contesa tra persone nate al Nord e persone nate al Sud.
Rimane il problema degli alloggi disponibili. Un contributo all’ingresso serve poco se il canone diventa insostenibile nei mesi successivi; in un mercato con offerta rigida, inoltre, il sostegno economico rischia di essere assorbito dagli aumenti. Il fondo dovrebbe accompagnarsi al recupero del patrimonio inutilizzato, al rafforzamento dell’edilizia residenziale pubblica e a soluzioni abitative accessibili per lavoratori e studenti. Occorre anche coinvolgere gli enti e le imprese che richiamano personale, perché il trasferimento non ricada per intero sulle disponibilità private di chi arriva.
Scuole e ospedali devono poter contare su lavoratori che riescano ad abitare nel territorio in cui prestano servizio. Lo stesso vale per le imprese. Lasciare irrisolto questo passaggio significa affidare il funzionamento di attività necessarie alla capacità delle famiglie di anticipare denaro, oppure alla disponibilità di un collega a offrire per qualche settimana una stanza.
Le grandi migrazioni interne del dopoguerra appartengono a un’Italia diversa. I giovani che partono oggi portano spesso titoli di studio e aspettative professionali che i loro nonni non avevano potuto coltivare. Eppure il percorso conserva una difficoltà familiare al Mezzogiorno: il futuro viene cercato lontano, a spese di chi parte e delle comunità che lascia. Il conto di un affitto mostra quanto quella vicenda rimanga aperta, anche dopo la firma di un contratto di lavoro.
