di Salvatore Lucchese
1. Oltre lo “sguardo corto”: la prospettiva della lunga durata
Il dibattito politico e scientifico sull’attuazione dell’autonomia regionale differenziata — che tra il 2018 e il 2025 ha visto protagoniste Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, e dal 2025 coinvolge anche Piemonte e Liguria — ha prodotto una ricca saggistica di carattere giuridico-economico-costituzionale.
Contributi autorevoli quali quelli di Massimo Villone, Francesco Pallante, Gianfranco Viesti, Pietro Massimo Busetta e Stefano Fassina hanno denunciato i rischi di una deriva nota come la “secessione dei ricchi”. Tali analisi collocano concordemente la genesi della frammentazione statale e del regionalismo asimmetrico nella riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, approvata dal governo di centro-sinistra nel tentativo di arginare l’egemonia elettorale della Lega Nord.
Tuttavia, questo approccio tende a configurarsi come uno “sguardo corto”, di breve durata. Per comprendere appieno la pervasività dell’ideologia separatista e la riproposizione della tesi del ”sacco del Nord” (ampiamente smentita dai dati forniti dai Conti Pubblici Territoriali, dalla Ragioneria generale dello Stato e dalle elaborazioni Svimez), occorre integrare l’analisi economico-giuridica con la storia delle idee politiche, delle ideologie culturali e con gli studi post-coloniali. Adottando le prospettive di indagine di studiosi come Tito Teti, Adriano Prosperi e Carmine Conelli, è possibile rintracciare le radici remote del pregiudizio antimeridionale, inteso come vero e proprio sedimento storico di lunga durata.
Se già nel Cinquecento le regioni del Mezzogiorno venivano descritte dai missionari come le “Indias de por acà” o l’“India italiana”, è a cavallo tra Otto e Novecento che la costruzione dello stereotipo del meridionale come soggetto incivile, ozioso e primitivo assume una presunta legittimazione di carattere “scientifico”.
2. Il dibattito sulla questione meridionale a fine Ottocento
La contestualizzazione storica dell’elaborazione dei pregiudizi sul Mezzogiorno si colloca all’incrocio tra la crisi di fine secolo e il passaggio dal meridionalismo moderato alle nuove correnti democratiche e socialiste.
A partire dagli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento, il meridionalismo d’impronta liberale — rappresentato da figure quali Pasquale Villari (Lettere meridionali), Leopoldo Franchetti, Sidney Sonnino (Inchiesta in Sicilia) e Giustino Fortunato — aveva infranto l’immagine idilliaca del Sud come “giardino delle Esperidi”, portando alla luce il dramma del latifondo, della violenza sociale e della povertà del suolo. L’intento dei moderati risiedeva nella fiducia riformatrice dello Stato monarchico-liberale, secondo la logica del “riformare per conservare”.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, tuttavia, i limiti paternalistici di tale impostazione idealistico-morale emersero con chiarezza di fronte ai moti dei Fasci siciliani (1893-1894) e alle proteste del 1898.
Gli esponenti del nascente meridionalismo repubblicano e socialista, tra cui Napoleone Colajanni, Ettore Ciccotti e Gaetano Salvemini, attuarono una vera e propria “rivoluzione copernicana”. Sostituendo il mito del “buongoverno” con la centralità della lotta di classe, essi indicarono nel proletariato rurale e nella costruzione di uno Stato democratico e federale i soli soggetti capaci di riscattare il Mezzogiorno. Negli stessi anni, tuttavia, gli studiosi della Scuola antropologico-criminale formulavano teorie opposte, tese a condannare il Sud a un’atavica e fatale arretratezza.
3. La teoria delle “due Italie” e il federalismo razziale di Alfredo Niceforo
Il criminologo e sociologo siciliano Alfredo Niceforo, allievo di Cesare Lombroso, Enrico Ferri e Giuseppe Sergi, sintetizzò in modo organico le tesi della Scuola antropologica in tre opere chiave: La delinquenza in Sardegna (1897), L’Italia barbara contemporanea (1898) e Italiani del Nord e Italiani del Sud (1901). Alla base del pensiero di Niceforo vi è la teorizzazione razziale delle “due civiltà”: l’Italia settentrionale, popolata dalla stirpe “aria”, caratterizzata da senso sociale, industriosità e capacità organizzativa; e l’Italia meridionale, popolata dalla stirpe “mediterranea”, segnata da individualismo anarchico, eccitabilità dell’io, apatia e atavismo criminoso.
Sulla scorta di questo dualismo biologico-psicologico, Niceforo elaborò una singolare proposta di decentramento istituzionale. Richiamandosi all’evoluzionismo spenceriano, egli sostenne l’impossibilità di applicare la medesima legislazione a popolazioni collocate su gradini diversi della scala civile. Da qui la sua teorizzazione di una “democrazia per i popoli signori” al Nord e di un regime autoritario o persino dittatoriale al Sud:
- Per il Nord (“società evolute”): concessione delle più ampie libertà, dell’autonomia e del self-government.
- Per il Sud (“società bimbe e primitive”): abolizione delle autonomie locali e adozione di un governo centrale forte, energico e tutelare, idoneo a guidare una “grande colonia da civilizzare”.
Come notato dalla storiografia critica (da Massimo Luigi Salvadori ad Antonino De Francesco, fino a Claudia Petraccone e Salvatore Lucchese), la proposta politico-istituzionale di Niceforo risulta del tutto estranea e incompatibile con l’ideal-tipo del federalismo moderno. Il federalismo costituzionale presuppone infatti la pari dignità democratica, l’eguaglianza dei diritti civili e politici e la divisione dei poteri tra entità omogenee. L’unione federale tra un regime democratico al Nord e una dittatura tutelare al Sud costituisce un’aporia concettuale.
4. Considerazioni conclusive: dalla colonia interna alla “secessione dei ricchi”
Dal punto di vista della storia delle idee e delle culture politiche, la teoria di Niceforo svolse un ruolo ideologico ben preciso. Offrendo una presunta giustificazione scientifica ai pregiudizi antimeridionali, essa legittimò sul piano istituzionale il blocco di potere agrario-industriale e prefigurò la prassi di governo dell’età giolittiana: un sistema a doppio binario, riformista e democratico al Nord, ma conservatore e autoritario al Sud.
In conclusione, il federalismo razziale di Niceforo rappresenta l’antecedente ideologico e la radice profonda dell’odierno regionalismo differenziato. Sebbene l’attuale dibattito sull’autonomia utilizzi prevalentemente categorie economico-fiscali (il trattenimento del residuo fiscale), il filo conduttore che unisce il saggio niceforiano alle rivendicazioni contemporanee risiede nella medesima pedagogia (in)-civile antimeridionale. Una costruzione culturale che, rappresentando il Sud come “palla al piede” parassitaria e il Nord come entità depredata, rischia oggi di trovare la sua definitiva e strutturale cristallizzazione nella “secessione dei ricchi”.
Fonti bibliografiche dell’articolo
Busetta P.M., Il coccodrillo si è affogato, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018
Lucchese S., Forza centrifuga. Studi sul federalismo meridionale, La Città del Sole, Napoli 2005.
Niceforo A., La delinquenza in Sardegna, Remo Sandron, Palermo 1897.
Niceforo A., L’Italia barbara contemporanea, Remo Sandron, Palermo-Torino 1898.
Niceforo A., Italiani del Nord e Italiani del Sud, Bocca, Torino 1901.
Pallante F., Spezzare l’Italia, Einaudi, Torino 2024.
Petraccone C., Federalismo e autonomia in Italia dall’Unità a oggi, Laterza, Roma-Bari 1995.
Petraccone C., Le “due Italie”. La questione meridionale tra realtà e rappresentazione, Laterza, Roma-Bari 2005.
Teti V., La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale, Manifestolibri, Roma 1993.
Viesti G., Verso la secessione dei ricchi?, Laterza, Roma-Bari 2019.
Villone M., Italia divisa e diseguale, Einaudi, Torino 2019.
