di Salvatore Lucchese

Come ci ha insegnato il grande filosofo napoletano di prestigio europeo Giambattista Vico, la storia degli uomini oscilla continuamente tra la “feccia di Romolo” e la “storia ideale eterna”, tra una dimensione reale, effettiva e concreta in cui prevale la mera lotta per il potere, con tutto quello che ne segue di cinico, tragico ed orrendo, e la tensione ideale verso modelli di società e di politica alti ed altri incentrati sull’uguaglianza e sulla giustizia.

Ebbene tali categorie – “feccia di Romolo” e “storia ideale eterna” – potrebbero rappresentare la chiave di lettura di una recente intervista rilasciata sulle pagine del quotidiano L’ora della sera dal coordinatore regionale di Sinistra Italiana-Campania (SI) Tonino Scala.

In occasione di questa intervista, rimarcando la coerenza di SI rispetto alla scelta di opposizione fatta negli ultimi due lustri in Campania, Scala ha fatto valere l’esigenza di un’“altra storia” per impostare la campagna elettorale in vista delle prossime elezioni regionali. Ha fatto valere l’esigenza di una “discontinuità vera” nelle scelte politiche di metodo e di merito e non di quello che lui stesso ha definito un “accordo sulle macerie”, riferendosi, evidentemente, ai due decenni di giunte regionali presiedute da Vincenzo De Luca.

In altri termini, Scala ha contrapposto a quello che si può definire il paradigma politico della “feccia di Romolo” incentrato, a suo parere, su “ricatti procedurali”, sulla “geografia delle direzioni generali”, rispetto alle nomine dei manager sanitari, sulle “scenografie immobiliari” e sulla “speculazione” relative ai piani urbanistici, quello che, invece, può essere definito il paradigma della “storia ideale eterna”, che, di contro al primo, fa leva sull’impegno politico teso alla promozione dei diritti alla salute, al lavoro, ai trasporti ed alla tutela dei beni comuni.

Ha contrapposto al paradigma della “feccia di Romolo” basato, ha rimarcato Scala, su “riunioni riservate tra pochi”, su “vertici a porte chiuse che producono accordi sulle spalle della comunità”, il paradigma della “storia ideale eterna” fondato sulla “partecipazione” politica dal basso, su un “confronto”, ha sottolineato, “aperto, documentato, pubblico”.

Questa la “discontinuità”, secondo Scala, questa l’“altra storia” di cui, avrebbe bisogno la Campania e non si può non essere d’accordo con quanto da lui dichiarato.

Tuttavia, non si può non osservare che, se il riferimento alla centralità dei diritti e delle istanze sociali, alla partecipazione e alla trasparenza del dibattito politico sono in Campania, e non solo in Campania, giunta milanese Sala docet, delle condizioni necessarie per il salto di paradigma dalla “feccia di Romolo” alla “storia ideale eterna”, sono le condizioni da cui non si può prescindere per dare inizio nel governo della regione ad un’“altra storia”, tali condizioni da sole non sono assolutamente sufficienti.

E non lo sono, in quanto in quest’intervista mancano i pur minimi riferimenti a ciò che caratterizza la “nuova questione meridionale”: 1) La richiesta, avanzata anche da eminenti economisti e storici economici, quali, ad esempio, Pietro Massimo Busetta, Vittorio Daniele, Carmelo Petraglia e i ricercatori della Svimez, di perequazione territoriale della spesa pubblica complessiva pro-capite sociale ed infrastrutturale, che, ogni anno, sulla base del grimaldello della spesa storica, sottrae ai cittadini meridionali 60miliardi di euro per assegnarli, in termini di servizi e dunque di diritti, ai cittadini del Centro-Nord; 2) La ferma condanna del regionalismo differenziato attraverso il quale l’attuale governo, e non solo, intende istituzionalizzare i suddetti “scippi di Stato”.

A meno che non si avvalori, di fatto, il cliché antimeridionale di un Sud da sempre corrotto, incapace e sprecone, e di sicuro questo non è l’intento di Scala, per la Campania, e non solo per la Campania, ma per l’intero Mezzogiorno e per l’intero sistema-Paese, un’“altra storia” sarà possibile se si tende alla “storia ideale eterna” sì mettendo al centro del dibattito politico istanze, bisogni e diritti dei cittadini, ma bisogna porre con altrettanta forza, chiarezza, costanza e determinazione, il tema delle risorse economiche sulla cui base garantire tali diritti, e, dunque, mobilitarsi e lottare per denunciare gli “scippi Stato”, continuare ad opporsi al tentativo di attuazione del regionalismo discriminatorio ai danni della Campania e del Sud e, di conseguenza, rivendicare la perequazione territoriale.

Senza soldi non si cantano messe, tutt’al più, si proclamano principi astratti, senza poi non avere le risorse sufficienti per promuoverli e garantirli. Senza il dovuto riconoscimento della perequazione territoriale si continuerà a vivere sì in un Paese, ma con due scuole e due sanità. Allora, non inizierà un'”altra storia”, ma continuerà, se non peggiorerà, la stessa storia. La storia di un dualismo territorile mai risolto.  

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