Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Carmen Vita
Riassunto
La Questione meridionale e il dualismo economico occupano un posto significativo nella storia del pensiero economico italiano, mentre resta meno indagato il contributo delle studiose all’analisi dei divari territoriali. Il saggio esamina la partecipazione femminile allo studio delle condizioni del Mezzogiorno attraverso i contributi pubblicati nella rivista Questioni meridionali tra il 1934 e il 1943. L’analisi evidenzia una presenza quantitativamente limitata, ma significativa per temi e metodi. Attraverso l’impiego sistematico di dati statistici, le studiose esaminano occupazione femminile, condizioni abitative, dinamiche demografiche e consumi, documentando le persistenti disuguaglianze territoriali durante il fascismo, che tendeva a negare la specificità della Questione meridionale. Il recupero di questi contributi arricchisce la ricostruzione storiografica, valorizzando il ruolo femminile nella produzione di conoscenza empirica.
Parole chiave: Mezzogiorno; Questione meridionale; Dualismo economico; Economiste; Riviste scientifiche.
1. Introduzione
La Questione meridionale, intesa come l’insieme dei divari economici, sociali e istituzionali che distinguono il Mezzogiorno dal resto d’Italia, ha alimentato una lunga tradizione di ricerca a partire almeno dall’Unità. La riflessione meridionalistica si è caratterizzata sia per un approccio fortemente storico e contestualizzato, sia per la progressiva affermazione di una lettura dualistica dello sviluppo italiano, fondata sulla compresenza di strutture produttive, mercati del lavoro e livelli di reddito territorialmente differenziati. Il divario Nord-Sud è divenuto così una delle principali chiavi interpretative della storia economica nazionale.La categoria del dualismo richiede tuttavia una precisazione.
La sua formalizzazione teorica appartiene soprattutto al secondo dopoguerra, quando il tema venne sviluppato nella letteratura nazionale (Spaventa, 1962; Fuà, 1965; Marzano, 1969; Graziani, 1969) e internazionale (Eckaus,1960; Hildebrand, 1965; Hirschman, 1957; Kindleberger, 1968; Stern, 1968), anche a partire dal contributo di Vera Lutz (1958, 1962)[1]. Nel presente lavoro il termine è dunque impiegato in senso retrospettivo: le studiose considerate non elaborano una teoria del sistema economico dualistico, ma contribuiscono alla costruzione di una conoscenza empirica delle differenze territoriali che diverranno successivamente centrali nella sua concettualizzazione. L’obiettivo non è pertanto individuare una formulazione anticipatrice della teoria del dualismo, quanto ricostruire il contributo di queste ricerche alla progressiva rappresentazione quantitativa degli squilibri economici e sociali italiani.
Nelle ricostruzioni storiografiche della Questione meridionale le voci femminili risultano però scarsamente visibili, nonostante la presenza di studiose che si occuparono direttamente o indirettamente delle condizioni economiche del Sud. Uno spartiacque è rappresentato dalla successiva notorietà di Vera Lutz, sistematicamente citata nel dibattito sul dualismo; assai meno riconosciuti sono stati altri contributi femminili, tra cui quelli di Livia Maria Fornaciari Davoli(in particolare, Fornaciari Davoli, 1963) e, per il periodo qui esaminato, gli studi apparsi sulle riviste economiche e territoriali degli anni Trenta e Quaranta. Il saggio si propone quindi di recuperare tali presenze e di valutarne non solo i temi, ma anche le modalità di analisi e di produzione dell’evidenza empirica.
Il lavoro è organizzato come segue. Il paragrafo 2 richiama sinteticamente la formazione del divario Nord-Sud e dell’interpretazione dualistica; il paragrafo 3 ricostruisce la specifica configurazione assunta dalla Questione meridionale tra fascismo e primo dopoguerra; il paragrafo 4 presenta fonti, criteri della ricognizione e contributi delle studiose. Seguono alcune considerazioni conclusive sul significato storiografico dei risultati.
2. Divario Nord-Sud e dualismo economico: coordinate essenziali
Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la Questione meridionale divenne oggetto di un ampio confronto economico e politico. Pantaleoni, De Viti De Marco, Nitti e Bresciani Turroni, pur da prospettive differenti, contribuirono a definirne la dimensione economica; parallelamente, le discussioni parlamentari e le prime politiche speciali mostrarono la crescente consapevolezza che l’unificazione politica non avesse prodotto un’analoga unificazione economica (Augello & Guidi, 2002; Saraceno, 1961). Le interpretazioni divergevano sulle cause e sui rimedi: alla critica liberista e antiprotezionistica, spesso legata alla centralità della questione agraria, si contrapponeva una posizione più interventista e industrialista, riconducibile in particolare a Nitti. Rimase inoltre aperta la controversia sulla consistenza del divario al momento dell’Unità e sul peso assunto dalle politiche postunitarie nel suo ampliamento (Cafagna, 1989; Zamagni, 1990; Bevilacqua, 1993; Daniele & Malanima, 2011).
Tra il 1904 e il 1906 le cosiddette ‘leggi speciali’ introdussero interventi destinati alle regioni meridionali; la legge per Napoli del 1904, sostenuta da Nitti, favorì la creazione della zona industriale e l’insediamento siderurgico di Bagnoli. Si trattò tuttavia di misure incapaci di modificare in modo strutturale gli squilibri territoriali. La crisi del 1907 e, soprattutto, la Prima guerra mondiale rafforzarono la concentrazione industriale nel triangolo Torino-Milano-Genova: le risorse destinate allo sforzo bellico e alla riconversione favorirono prevalentemente le grandi imprese e i settori di base localizzati al Nord, mentre il Mezzogiorno, caratterizzato da una struttura produttiva più debole e da un peso ancora dominante dell’agricoltura, beneficiò assai meno della crescita industriale (Bonelli, 1971; Zamagni, 1978; Barbagallo, 2013).
Nel periodo tra le due guerre il divario si consolidò ulteriormente. Il blocco dell’emigrazione, il rallentamento delle rimesse, la debolezza dei processi di accumulazione e la persistente prevalenza dell’agricoltura limitarono le possibilità di crescita del Mezzogiorno. Nel Nord, al contrario, il rafforzamento del settore industriale accrebbe la produttività complessiva. Secondo le ricostruzioni di Daniele e Malanima (2011), il rapporto tra PIL pro capite meridionale e settentrionale passò da 0,74 nel 1921 a 0,53 nel 1950, il livello più basso dell’intero periodo postunitario considerato dagli autori.
Questa divergenza fornisce il retroterra storico della successiva interpretazione dualistica. Nel secondo dopoguerra il dualismo italiano sarà letto come compresenza di strutture produttive, condizioni occupazionali e livelli di sviluppo territorialmente differenti. È in relazione a questa successiva sistemazione teorica che assumono interesse le analisi empiriche prodotte negli anni Trenta e Quaranta: esse non formulano ancora un modello del dualismo, ma rendono misurabili alcune delle differenze che tale modello cercherà poi di spiegare.
3. La Questione meridionale tra il 1930 e il 1950: un ‘problema negato’
Durante il fascismo la Questione meridionale subì una progressiva rimozione dal discorso politico ufficiale. L’inchiesta di Umberto Zanotti-Bianco (1947[1929]) sulle condizioni della Calabria, pubblicata alla fine degli anni Venti, suscitò l’ostilità del regime proprio perché rendeva visibile all’interno e all’estero la persistenza di gravi condizioni di arretratezza. Negli anni successivi si affermò l’idea che non esistesse più uno specifico problema meridionale ma soltanto problemi nazionali, da affrontare attraverso politiche valide per l’intero territorio (Barucci, 2021); la questione meridionale diventa sostanzialmente una ‘questione negata’(Tortorella & Vita, 2023). In questa cornice, parlare di una questione specificamente meridionale significava mettere in discussione l’immagine di una nazione unitaria e compatta promossa dal fascismo.La pubblicistica coeva riflette questa impostazione:
Ogni problema in tanto è tale in quanto comporta una soluzione; ora, è precisamente difficile immaginare in che cosa debba e possa consistere la soluzione di un problema meridionale, visto che la soluzione non è mai relativa e che la questione meridionale non ha dei termini assoluti di riferimento, starei per dire un traguardo, raggiunto il quale essa possa dirsi esaurita. Se tuttavia si voglia parlare di problema e si voglia vederne la soluzione nella messa in opera di certi mezzi e nel raggiungimento di certi risultati, se cioè si voglia esaminare il problema con tale criterio di relatività, possiamo sentirci autorizzati a dire che il Fascismo ha risolto il problema meridionale.(Zingali, 1933:5).
Nel 1935 Gino Olivetti intitolò significativamente “La ex-questione meridionale” un articolo apparso su Questioni meridionali, mentre l’Enciclopedia Italiana affidò a Raffaele Ciasca una voce nella quale gli interventi del regime venivano presentati come prova del superamento della tradizionale contrapposizione tra Nord e Sud. La bonifica integrale, il completamento dell’Acquedotto pugliese e le altre opere pubbliche erano inseriti in una politica dichiaratamente nazionale, non in un programma speciale per il Mezzogiorno (Ciasca, 1934; Castronovo, 1976).
La distanza fra rappresentazione ufficiale e condizioni economiche effettive rimase tuttavia ampia. Le politiche industriali continuarono a favorire soprattutto il triangolo industriale; nel Mezzogiorno si registrarono interventi circoscritti, tra cui il potenziamento di Bagnoli, il centro aeronautico di Pomigliano d’Arco e lo stabilimento di Crotone. Anche la politica agricola produsse risultati controversi: la ‘battaglia del grano’ favorì la cerealicoltura e la grande proprietà, mentre la bonifica integrale rimase spesso limitata alle opere di base, senza le trasformazioni fondiarie e produttive necessarie a modificare strutturalmente l’agricoltura meridionale (Vötching, 1955; Castronovo, 1976).
La contraddizione divenne evidente nel dopoguerra. Già dal 1944 la scarsità di attività produttive moderne, la precarietà dell’agricoltura e la pressione demografica riportarono il Mezzogiorno al centro dell’agenda economica e politica. Il decreto Gullo del 1944 intervenne sull’assegnazione delle terre incolte; nel 1950 furono approvate la riforma fondiaria e la legge istitutiva della Cassa per il Mezzogiorno. Il passaggio dal ‘problema negato’ alla nuova stagione dell’intervento straordinario costituisce dunque il contesto nel quale leggere le analisi apparse negli anni Trenta e Quaranta: mentre la categoria politica della Questione meridionale veniva attenuata o respinta, la documentazione statistica continuava a mostrare differenze territoriali persistenti.
4. Economiste e Questione meridionale: fonti, presenze e metodi
Nel periodo considerato, le possibilità di accesso delle donne alla professione economica e alla vita accademica rimasero fortemente limitate (Libby, 1990; De Grazia, 2003). Le politiche fasciste accentuarono vincoli già esistenti, promuovendo un modello femminile centrato sulla maternità e sulla sfera domestica e restringendo l’accesso ad alcuni impieghi pubblici e percorsi professionali (Meldini, 1975; De Grand, 1976). Nel 1938 la presenza femminile negli uffici dipendenti dallo Stato venne sottoposta a un limite del 10%; analogamente, nel sistema educativo furono introdotte restrizioni all’accesso delle donne a ruoli direttivi e all’insegnamento di alcune discipline, tra cui l’economia politica (Salvati, 1997).
La riduzione degli spazi professionali non impedì tuttavia una crescita della presenza femminile nell’istruzione superiore: la quota delle donne nelle università aumentò sensibilmente tra l’età liberale e gli anni Quaranta, pur restando concentrata in ambiti considerati socialmente più appropriati. Sul mercato del lavoro la partecipazione femminile rimase invece contenuta e, tra il 1931 e il 1951, la quota delle donne sul totale degli occupati diminuì dal 27,7% al 24,7% (Fornaciari Davoli, 1956b).
È dunque all’interno di un sistema scientifico e professionale fortemente maschile che vanno collocati i contributi individuati nella presente ricognizione.La marginalità delle donne nella professione economica non coincide, difatti, con una completa assenza dalla produzione di conoscenza economico-sociale. Le studiose potevano trovare spazi di intervento in ambiti contigui all’economia accademica – statistica, demografia, amministrazione, assistenza sociale, studi sul lavoro e sulle condizioni di vita – nei quali la raccolta e l’elaborazione dei dati assumevano un ruolo centrale. Questa collocazione ai margini dei percorsi disciplinari più istituzionalizzati è rilevante anche sul piano storiografico: contribuisce a spiegare perché molti lavori siano rimasti poco visibili nelle ricostruzioni successive, nonostante presentassero contenuti e metodi direttamente pertinenti all’analisi economica. Come ha mostrato la letteratura sul contributo scientifico delle economiste, l’invisibilità può dipendere non soltanto dall’esclusione formale dalle istituzioni, ma anche dalla collocazione in sedi editoriali, temi o attività considerate periferiche rispetto al canone disciplinare (Marcuzzo & Rosselli, 2008; Dzuback, 2018). Il caso del Mezzogiorno consente di osservare concretamente questo meccanismo.
4.1 Fonti e criteri di analisi
La ricerca riprende e approfondisce i risultati di una precedente ricognizione sulla presenza delle economiste italiane nel dibattito sul dualismo e sulla Questione meridionale (Vita, 2026)[2], concentrandosi sui contributi femminili pubblicati nella rivista Questioni meridionali tra il 1934 e il 1943. La scelta della rivista è motivata dalla particolare attenzione riservata alle condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno e dalla presenza, nelle sue pagine, di studi firmati da donne che affrontano, attraverso l’impiego della documentazione statistica, differenti aspetti della realtà meridionale.
L’analisi prende in considerazione non soltanto i contributi che richiamano esplicitamente la Questione meridionale, ma anche quelli che esaminano specifiche dimensioni economiche e sociali del Mezzogiorno, attraverso confronti territoriali, dati quantitativi e indagini circoscritte a particolari contesti locali. Tale criterio consente di includere ricerche che, pur non proponendo un’interpretazione complessiva degli squilibri territoriali, contribuiscono alla conoscenza empirica delle condizioni di vita e delle differenze economiche e sociali.
L’indagine non intende attribuire retrospettivamente alle autrici una consapevole partecipazione al dibattito teorico sul dualismo economico, sviluppatosi soprattutto nel secondo dopoguerra, né individuare una prospettiva femminile unitaria sulla Questione meridionale. L’obiettivo è piuttosto ricostruire i temi e i metodi dei contributi esaminati, valutandone il significato nella produzione di conoscenza empirica sul Mezzogiorno e collocandoli nel contesto scientifico e politico in cui furono elaborati.
4.2 La rivista Questioni meridionali e le autrici
Il caso di Questioni meridionali è particolarmente significativo. La rivista iniziò le pubblicazioni nel 1934, nello stesso contesto in cui l’impostazione ufficiale del regime tendeva a considerare superato il problema dell’arretratezza meridionale. Le sue pagine continuarono invece a documentare, con un’impostazione prevalentemente empirica, condizioni economiche e sociali che mostravano la persistenza di forti differenze territoriali (Zoppi, 2019).
In tale spazio editoriale compaiono studi firmati da donne che, pur senza utilizzare necessariamente l’espressione Questione meridionale, affrontano dimensioni direttamente connesse alla struttura economica e sociale del Sud. Il tratto metodologico comune ai lavori considerati è il ricorso sistematico alla documentazione statistica. Serie numeriche, tabelle, rappresentazioni grafiche e confronti territoriali attribuiscono alle argomentazioni un carattere analitico che va oltre la denuncia economico-sociale. Occupazione, mortalità, sovraffollamento e consumi diventano variabili attraverso le quali la distanza tra il Mezzogiorno e il resto del Paese può essere osservata e misurata.
La statistica opera come linguaggio del divario proprio in una fase nella quale la specificità della Questione meridionale tendeva a essere rimossa dal discorso politico ufficiale. La documentazione pubblicata non assume necessariamente un carattere di opposizione al regime: in diversi contributi permane un lessico conforme alle formule ufficiali e alle aspettative del tempo. Ciò non elimina, tuttavia, il valore conoscitivo dei dati. La compresenza di conformità discorsiva e misurazione empirica produce anzi una tensione significativa: mentre le conclusioni possono aderire alla retorica del progresso nazionale, le serie statistiche continuano a registrare differenze territoriali, condizioni di disagio e ritardi strutturali. È all’interno di questa tensione che acquistano particolare interesse i lavori delle autrici individuate.
Alda Rossi, in “La donna meridionale nell’industria e nel commercio” (1936), analizza la partecipazione femminile alle attività economiche utilizzando i dati del censimento degli esercizi commerciali e industriali del 1927. Il quadro mostra una presenza femminile debole nell’industria e nel commercio meridionali, con risultati relativamente migliori nell’industria alimentare e nel commercio al minuto di generi alimentari, ma comunque inferiori ai livelli nazionali. Il lavoro è rilevante sia perché porta al centro dell’analisi un segmento scarsamente visibile del mercato del lavoro, sia perché anticipa una linea di ricerca che nel dopoguerra approfondirà con maggiore continuità la condizione del lavoro femminile nel Mezzogiorno (Viviani, 1955; Fornaciari Davoli, 1956a; Valli, 1974; Comei, 1984).
Dina Giovannitti (1938) affronta invece le condizioni abitative a partire dal caso di Campobasso, posto a confronto con altri centri meridionali. L’indagine evidenzia insufficienze igienico-sanitarie e sovraffollamento, particolarmente accentuati per agricoltori e operai, e collega la qualità dell’abitazione alla condizione sociale degli occupanti. Anche in questo caso il confronto territoriale e sociale trasforma un problema di carattere apparentemente locale in un indicatore delle più ampie condizioni di vita del Mezzogiorno.
Lucia Locuratolo (1938) esamina le condizioni demografiche della Lucania tra il 1870 e il 1937. Tassi di nuzialità e natalità superiori a quelli nazionali convivono con una mortalità anch’essa più elevata, che rallenta la crescita demografica e rinvia alle condizioni alimentari, igieniche e sanitarie della popolazione. Il lessico conclusivo del saggio resta pienamente inserito nella retorica del regime, ma l’apparato statistico documenta al tempo stesso la distanza della Lucania dalle regioni più sviluppate.
Elvina Saxida (1939) utilizza il consumo di carne come indicatore di benessere. I dati del 1936-1937, relativi ai 94 capoluoghi del Regno, mostrano che i comuni meridionali si collocano quasi sistematicamente al di sotto della media nazionale. Il consumo diviene così una misura indiretta del reddito e delle condizioni materiali di vita, capace di evidenziare con immediatezza la dimensione territoriale della disuguaglianza.
I quattro lavori presentano dunque oggetti molto diversi, ma una struttura analitica comparabile. Rossi parte dalla distribuzione settoriale dell’occupazione femminile; Giovannitti collega abitazioni e condizione sociale; Locuratolo ricostruisce le dinamiche demografiche lungo un arco temporale esteso; Saxida assume i consumi alimentari come indicatore delle condizioni materiali. In tutti i casi il Mezzogiorno emerge non come categoria astratta, ma come insieme di territori osservabili attraverso variabili che consentono il confronto con la media nazionale o con altre aree del Paese. Il dato locale acquista quindi significato nella misura in cui viene inserito in una relazione comparativa. Questo passaggio dal caso territoriale al confronto rappresenta uno degli elementi che avvicinano tali studi alla successiva analisi degli squilibri regionali.
Tra le autrici di Questioni meridionali figura anche Vera Cao Pinna, destinata ad affermarsi pienamente come economista nel secondo dopoguerra. Nel 1940, con Antonio Canu, pubblica“Caratteristiche delle abitazioni sarde e particolari rilievi su 1000 abitazioni terranee della città di Cagliari”, studio nel quale le condizioni abitative vengono messe in relazione con le risorse economiche delle famiglie[3].Rispetto alle altre autrici individuate, il suo percorso consente di osservare una continuità tra la ricognizione empirica degli anni Trenta e Quaranta e lo sviluppo, nel dopoguerra, di strumenti quantitativi più sofisticati.
Nel loro insieme, i contributi esaminati coprono dimensioni diverse – lavoro femminile, abitazioni, demografia, alimentazione e consumi – ma convergono nel documentare aspetti strutturali delle condizioni economiche e sociali delle regioni meridionali. Questa produzione non può essere interpretata come una scuola o come una prospettiva teorica unitaria; assume tuttavia rilievo perché restituisce visibilità a forme di partecipazione femminile alla ricerca economico-sociale e perché mostra la persistenza del problema meridionale attraverso indicatori misurabili.Nel dopoguerra Cao Pinna sviluppò questo orientamento quantitativo lavorando sull’adattamento delle tavole input-output (Cao Pinna, 1952b; 1956) e dei modelli di interdipendenza settoriale alla programmazione economica italiana ed europea (Cao Pinna 1952a, 1962, 1963; Fornengo,1997; Corsi & Zacchia, 2018; Gomez Betancourt & Zacchia, 2023). Nei lavori successivi Cao Pinna continuerà inoltre a interrogarsi sugli squilibri strutturali e territoriali dell’economia italiana e sulla necessità di politiche rivolte alla riduzione del divario meridionale (Cao Pinna, Chenery & Clark; Cao Pinna 1953, 1979, 1980). Il richiamo a questa fase successiva ha qui una funzione di raccordo: mostra come una delle presenze femminili individuate negli anni Trenta confluisca nella nuova stagione della programmazione, senza spostare oltre il 1950 il baricentro cronologico dell’articolo.
5. Considerazioni conclusive
La ricognizione proposta consente di mettere in evidenza alcuni risultati. In primo luogo, la Questione meridionale non scompare dalla produzione scientifica durante gli anni in cui il regime tende a negarne la specificità politica. Al contrario, alcune riviste continuano a documentare le condizioni economiche e sociali del Sud e, attraverso l’accumulazione di dati, rendono osservabile la persistenza di differenze territoriali che il successivo dibattito sul dualismo avrebbe sistematizzato teoricamente. Questioni meridionali costituisce, da questo punto di vista, un caso particolarmente significativo.
In secondo luogo, la partecipazione femminile a questo dibattito è quantitativamente marginale ma non assente. La quota di studi firmati da donne in Questioni meridionali, superiore a quella riscontrata nel corpus più ampio, suggerisce che gli spazi editoriali legati ai problemi territoriali potessero offrire occasioni di visibilità relativamente maggiori. Alda Rossi, Dina Giovannitti, Lucia Locuratolo, Elvina Saxida e Vera Cao Pinna affrontano oggetti diversi, ma condividono un elemento metodologico: il ricorso alla statistica e al confronto territoriale come strumenti per rappresentare le condizioni del Mezzogiorno. Non si può parlare, sulla base dei contributi individuati, di una specifica ‘interpretazione femminile’ della Questione meridionale né di una teoria condivisa del dualismo. È invece possibile riconoscere il loro ruolo nella produzione di conoscenza empirica sulle disuguaglianze territoriali italiane. Il recupero di queste presenze integra quindi una storiografia che ha privilegiato quasi esclusivamente protagonisti maschili e apre a ulteriori ricerche sulle reti professionali, sui percorsi biografici e sugli spazi editoriali attraverso i quali le donne parteciparono alla formazione del sapere economico nel Novecento italiano.
Restano aperti alcuni problemi che richiedono ulteriori ricerche. Per quattro delle cinque autrici considerate le informazioni biografiche e professionali disponibili sono ancora frammentarie; ciò rende difficile ricostruire reti, formazione, collocazione istituzionale e continuità della produzione scientifica. Un ampliamento dello spoglio ad altre riviste, agli atti di enti e istituzioni, agli archivi personali e alla stampa specialistica potrebbe modificare o arricchire il quadro quantitativo qui delineato. Proprio questo limite rafforza, tuttavia, il valore della ricognizione: mostra come la storia del pensiero economico sul Mezzogiorno possa essere integrata non soltanto recuperando autrici dimenticate, ma interrogando in modo più ampio le sedi, i metodi e le pratiche attraverso cui veniva prodotta conoscenza economica fuori dai percorsi accademici più visibili.
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[1] Per una rassegna dei contribuiti sul dualismo economico in Italia dal secondo dopoguerra sia consentito rinviare a Vita (2012).
[2] Nel corpus complessivo esaminato la presenza femminile è risultata estremamente contenuta ed ancora più ridotta negli studi direttamente riconducibili ai divari economici e territoriali, confermando la limitata presenza femminile nella professione economica e nell’accademia italiana rilevata dalla letteratura (Madden, 2002; Zacchia, 2019).
[3] Già nel 1935 aveva pubblicatoun’indagine sulle abitudini alimentari delle famiglie cagliaritane, mettendo a confronto quelle appartenenti ai ceti agiati e quelle artigiane (Cao Pinna, 1935).
