di Giovanni Capurso

Ci sono stagioni culturali che nascono e muoiono nell’arco di brevissimo tempo. A Bari sono quelle di fermento culturale e di sommovimenti che esploderanno nel periodo sessantottino. Prima di allora il capoluogo pugliese non era mai stato considerato un territorio di particolare attrattività e interesse politico-culturale.

A ridosso del 1968 qualcosa cambia. Anche nel capoluogo pugliese i movimenti studenteschi fecero sentire la loro voce. Negli anni precedenti si erano già venuti a costituire una serie di comitati contro la guerra in Vietnam in quasi tutti i grandi centri della Puglia, nonché nell’ala sinistra del Psiup.

Tuttavia, dopo che il 20 e il 21 agosto del 1968 i carri armati sovietici invasero Praga, molti studenti abbandonarono questo partito che appoggiava l’invasione. A Bari e a Taranto, come in altri centri, la parte più avanzata del movimento studentesco comprendeva una presenza rilevante di giovani non integrati, che, pur appartenendo a famiglie operaie o piccolo-borghesi, non aspiravano alla promozione sociale. In più, la loro condizione di pendolari o di fuori-sede favoriva la tendenza a farsi autodidatti/e. Non si trattava solo di un movimento di protesta, di opposizione allo stato di cose esistente.

Quello pugliese fu un movimento che affrontò il tema della cultura nella scuola e nell’università, con riflessioni, analisi, dibattiti, controcorsi in tutte le scuole occupate. Ci si interrogava su quale fosse il sapere necessario alla scuola, per ampliare l’orizzonte, per diventare cittadini e cittadine di un mondo in rapido cambiamento e la cui guida era dettata dalle contrapposizioni ideologiche che sfociavano molto spesso in forme di oppressione politico-militare.

In questo contesto l’Ateneo barese non forniva approdi originali alla definizione della natura e degli obiettivi del movimento degli studenti, della sua organizzazione e delle sue pratiche di lotta; e se va riconosciuto che nel capoluogo pugliese la protesta rimase limitata a poche Facoltà (quelle di Lettere e Filosofia innanzitutto, e poi quella di Scienze). Nell’Ateneo barese le agitazioni ebbero rappresentarono il laboratorio di un progetto teorico e politico che più e meglio di tanti altri coglieva i caratteri e la portata dei mutamenti sociali di cui il movimento studentesco era, insieme, espressione e fattore propulsivo.

Gran parte di coloro che partecipano con ruoli di rilievo del movimento studentesco erano iscritti all’Università di Bari, sicché l’esperienza del Sessantotto barese costituirà un prezioso bagaglio politico-culturale, anche esperienziale, da mettere a disposizione del movimento tarantino.

Alcuni di questi temi, talvolta, si incrociarono e vennero fatti propri dai partiti. Altre volte colsero le forze politiche impreparate e li videro su posizioni difensive e, in alcuni casi, apertamente ostili. L’iniziativa per la pace nella seconda metà degli anni sessanta e negli anni Settanta ebbe, a Bari come altrove in Italia, carattere alquanto diverso, e fu caratterizzata dalle mobilitazioni contro la guerra nel Vietnam.

Sono gli anni in cui, soprattutto a Bari, oltre Laterza, sorsero case editrici militanti come la Dedalo e De Donato le cui priorità editoriali spesso si incrociavano con i valori di questi sommovimenti e laboratori politici. Il caso più significativo – in ossequio a una canonizzata formula giornalistica – fu la cosiddetta écolebarisienne, un cenacolo di intellettuali e docenti raccolti intorno proprio all’editore Diego De Donato, all’Università di Bari e al PCI. Significativo, a tal proposito, fu la pubblicazione, nel giugno del 1968, L’anno degli studenti di Rosanna Rossanda.

La casa editrice aveva cominciato a pubblicare da poco una rivista milanese, “Il Confronto”, animata da un piccolo gruppo di cattolici comunisti facenti capo a un amico dell’editore emigrato a Milano. Con lo stesso titolo della rivista nacque una collana che si propone di trattare in forma più estesa e completa, pur se in modo autonomo, argomenti e motivi dibattuti nella rivista.

In realtà, primo e unico volume della collana fu Severità religiosa per il Concilio (1966) di Aldo Capitini, nel quale il padre del pacifismo italiano si interrogava sui limiti dell’apertura al dialogo tra diverse culture promosso dal Concilio; cercava di comprendere quale fosse il nuovo approccio verso tematiche importanti quali la libertà, il socialismo e la guerra, concludendo pessimisticamente che non notava cambiamenti sostanziali nella cultura cattolica.

All’impresa editoriale della casa editrice De Denato contribuirono due generazioni di intellettuali (storici, italianisti, filosofi e sociologi) e militanti di grande spessore, fra cui Beppe Vacca, Franco De Felice, Biagio De Giovanni, Arcangelo Leone de Castris, Franco Cassano, Giuseppe Cotturri.
Essi cercarono di unire la teoria e la pratica marxista, con l’obiettivo di aprire il partito, a cui avevano aderito, ai cambiamenti storici in corso.

Fu una storia breve ma felice e intensa, in un rapporto che era sì di competizione, ma anche di scambi e collaborazione con gli altri editori baresi, Laterza e Dedalo. Si trattò anche di una stagione straordinaria, forse irripetibile, durata fino al 1983, quando De Donato decise che un’epoca era ormai tramontata mettendo in liquidazione l’azienda.

 

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