Riceviamo e  pubblichiamo il contributo di Michele Eugenio Di Carlo

Sul paesaggio agrario del Tavoliere, nel dicembre del 2016, cogliendo l’occasione a Mattinata della presentazione dell’ultimo testo dello storico garganico locale Michele Tranasi, ospite d’onore, interveniva il prof. Giuseppe Poli dell’Università di Bari, esperto della società e dell’economia agraria del Mezzogiorno continentale durante l’età moderna.

Il noto docente nel suo intervento non negava che nei suoi itinerari pugliesi alla ricerca dei paesaggi perduti, non riusciva mai a staccarsi dalle visioni e dalle immagini che Giuseppe Maria Galanti continuava a suggerirgli, quasi fosse presente.

Secondo il professore Poli, il Tavoliere arido, assolato e desertico, descritto anche dal Galanti, “è l’area in cui predomina incontrastato il latifondo cerealicolo e la pastorizia transumante, organizzata nell’ambito della Dogana delle pecore”, fattori che generano una forte “contrapposizione degli interessi dei grossi produttori cerealicoli e di tutto il settore mercantile, collegato al commercio del grano, nei confronti di quelli del fisco regio, finalizzati alla semplice percezione della fida pagata dai locati, [che] si riflette pertanto in termini molto evidenti anche sul paesaggio agrario”.

D’altronde, come aveva scientificamente dimostrato il frate garganico Michelangelo Manicone a fine Settecento, le sconsiderate attività umane stavano già velocemente modificando il clima dell’intera Capitanata, anche di quel Gargano che, pur avvilito “dalla servitù de’ riposi della Dogana di Foggia e dalla schiavitù feudale”, era “feracissimo in tutti i generi di piante” con alture “quasi tutte rivestite di folti ed ampi boschi […] composti di cerri, di querci, elci, aceri, carpini, faggi, tassi, tigli, peri e meli selvatici, sorbi, noci, nespoli, castagni e simili frutti silvestri” (Galanti, G.M. (1984), Relazioni sulla Puglia del ‘700, E. Panareo (a cura), Cavallino di Lecce, p. 124).

Era lo stesso paesaggio arcadico e fantastico che il primo storico della città di Vieste, il dottor Vincenzo Giuliani, aveva già ampiamente e minuziosamente descritto qualche decennio prima nelle Memorie storiche, politiche, ecclesiastiche della città di Vieste.

Galanti osserva un Tavoliere desertificato con un sistema agricolo povero ed arretrato, visto che “non vi si coltiva che grano, orzo, fave; e non si usa altro mezzo per renderle feconde, che lasciar le terre tre anni in riposo” (Galanti, G.M. (1789), Nuova descrizione geografica e politica delle Sicilie, tomo III, Napoli, p. 271).

Per rendere ancora meglio lo stato degradante dell’agricoltura della pianura dauna, Galanti la mette a confronto con le fertili campagne della “Terra del Lavoro” che “rendono dieci o quindici ducati a moggio (unità di misura agraria corrispondente a Napoli a 3.364 metri quadrati), intanto che le terre fiscali coltivate della Puglia non rendono che intorno a sei carlini […]” (Galanti, ibidem).

Anche Galanti finisce per condividere l’idea che, per sviluppare l’attività agricola, occorra rendere proprietari dei terreni chi li lavora. Era questo il presupposto della florida agricoltura vissuta nei territori del Regno prima dell’invasione dei Romani. Non diversamente, dopo che i barbari ebbero distrutto il pensiero stesso di proprietà, era questo lo “spirito delle leggi di Frederico II”, prima che le “leggi feudali” rendessero il diritto di proprietà sempre più transitorio e incerto (Galanti , ivi, p. 282).

Galanti, strenuo sostenitore dell’opportunità di censuare i beni ecclesiastici e baronali, in riferimento alle norme che avevano immesso nel possesso delle terre degli ecclesiastici gli affittuari con contratto decennale, persuaso che “la nuova legge sarebbe stata forse più politica se avesse obbligato tutte le chiese a censuare a beneficio di coloro che coltivano”, giungeva a chiedersi: “Perché obbligare i soli ecclesiastici a censuare?”. Sicuramente turbato dalla soluzione transitoria dell’affitto sessennale – determinazione a cui si era giunti, com’è noto, dietro parere di Gaetano Filangieri con l’evidente intento di rinviare la censuazione delle terre del Tavoliere – concludeva amaramente contrariato: “le circostanze attuali non lo permettono: dunque siamo lontani dall’epoca di vedere perfezionata la nostra agricoltura” (Galanti , ivi, p. 283).

Una profezia che, purtroppo, valicherà ampi limiti temporali, andando oltre la prammatica borbonica del 1792, oltre la legge di abolizione della Dogana del 1806, oltre l’Unità d’Italia, tanto che il celebre meridionalista di Altamura, Tommaso Fiore, non potrà fare a meno di riproporre nel 1952 l’opera galantiana porgendola alla conoscenza più ampia possibile di studiosi, storici e politici.

Se, come abbiamo appurato, Galanti andava alla ricerca del passato per capire i mali insiti negli ordinamenti e nelle istituzioni del presente, allo stesso modo Fiore affrontava e analizzava le sue preziose Relazioni sulla Puglia, costretto a prendere le distanze da una formazione culturale e filosofica classica, ricca di tradizioni retoriche, per immergersi in una realtà osservata direttamente, descritta e vissuta.

Alla costante ricerca di una soluzione a quel contrasto secolare che vedeva ancora contrapposti, in una feroce ed impari lotta, la classe della borghesia agraria parassitaria e la classe dei contadini. Contadini, la cui aspirazione alla terra costituiva la legittima rivendicazione per sfuggire ad una vita di oppressione e di miseria, in un contesto contraddittorio nel quale perdurava la logica di uno stato borghese e liberale che, sin dall’inizio del processo unitario, aveva asservito una vasta area coloniale interna alle esigenze dello sviluppo industriale del Nord.

Enzo Panareo, riferendosi al Cafone all’inferno pubblicato nel 1955 da Fiore, distingue nettamente il “taglio galantiano” in un testo che è “un insieme organico di relazioni sulla parte alta ed occidentale della Puglia, le quali possono, per la formula che le distingue e per l’indignazione civile che vi è espressa senza riserve, stare accanto […] a quelle del Galanti, del quale sembrano aver maturato, anche con contributi successivi, certa capacità di erosione nel tessuto compatto di un conservatorismo che, malgrado lo scorrere del tempo, è riuscito sempre a sfuggire ai conti con la storia, che è stata sempre storia delle classi abbienti o storia di lotte di classi” (Galanti (1984), op. cit., pp. XXX-XXXI).

Galanti si sofferma anche su questioni più tecniche riguardanti le pecore, che egli stima come le bestie più utili all’uomo, visto che “esse ci danno carne, agnelli, latte, lana, pelle e fino il concime. Ma sopra tutti i prodotti delle pecore il più prezioso è la lana, perché tutti gli uomini vestono di lana, ed infinite forme essa riceve delle arti” (Galanti (1789), op. cit., p. 233).

Anche Galanti appura che le pecore in “Puglia dimorano la notte all’aria aperta”, riparandosi dai venti boreali nel proprio sterco, difese da semplici “paraventi”, che non riescono a proteggerle dalla neve e dal gelo di quelle seppur sporadiche nottate glaciali che arrecano “in tutti gli animali l’esterminio e la desolazione” (cfr. Galanti (1789), op. cit., p. 236).

È lecita la constatazione – rilevante in un contesto storico ed economico nel quale diversi studiosi e autori propongono la pastorizia stanziale al fine di concedere in censo ai locati le terre del Tavoliere – che, anche nel viaggiatore molisano, è fortemente radicata la credenza che la qualità della lana peggiori nelle pecore che trascorrono il periodo invernale in ricoveri al chiuso.

Ed infatti è proprio Galanti a scrivere: “si è conosciuto colla sperienza, che le pecore degenerano, sopra tutto nella lana, quando si tengono chiuse nelle stalle” (Galanti (1789), ibidem), rimanendo dell’avviso che quando i pastori nel Tavoliere avranno una posta stabile, “essi sapranno provvedere a’ straordinarj freddi” che, verificandosi mediamente ogni dieci anni, non possono giustificare in Puglia la spesa per la costruzione di ricoveri stabili (cfr. Galanti (1789), op. cit., p. 237).

Sulla circostanza che le lane provenienti dalla “Puglia” siano di migliore qualità di quelle delle altre province del Regno, il molisano non ha dubbi: le lane delle altre province servono solo a produrre indumenti grossolani per i contadini poveri. Ma le lane di Puglia, “sebbene di qualità molto superiore, non si possono mettere a paragone al lustro e alla bianchezza delle lane di Barbarìa (paesi del nord Africa) e alla morbidezza di quelle di Spagna” (cfr. Galanti (1789), op. cit., p. 239).

Fatto che non lascia indifferente l’autore, tanto da svelare che “presso i Romani, che non facevano uso di seta, le lane di Puglia avevano il primato”, non mancando di citare Plinio, Marziale, Orazio e Columella per convalidare la propria dissertazione. Evidente la degenerazione che l’industria delle pecore in Puglia aveva attraversato negli ultimi secoli, Galanti propone di introdurre arieti di razza migliore e di istituire scuole per formare i pastori (cfr. Galanti (1789), op. cit., pp. 241-242).

 

 

 

 

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