di Valentino Romano
Carmine Crocco, “generale” dei briganti, sotto la giacca goffamente ingallonata che agli occhi di tutti doveva rappresentarne visivamente il potere, non nascondeva uno scapolare della Madonna del Carmine. E, tra i briganti, non era nemmeno il solo; molti di loro, sparsi in tutto in Meridione facevano altrettanto.
Vuoi vedere che questi “tagliagole senzadìo” – come certa scuola superficiale e benpensante sostiene con la supponenza tipica di chi non ha mai varcato le porte di un archivio – saranno stati pure dei “tagliagole” (e chi può ragionevolmente negarlo?) ma “senzadìo” proprio no? Che anche in loro albergasse comunque un senso di diffusa religiosità?
Certamente si trattava di quella religiosità devozionale dai tratti particolari, a volte sincretici, tipici di tutte le classi subalterne non acculturate e, soprattutto, di quelle agrarie; una religiosità figlia della cultura, dell’educazione e della tradizione di quelle classi.
E, d’altronde, potremmo mai pretendere in questi individui che la società del tempo, per proprio tornaconto, aveva reso rozzi e incolti (e tali deliberatamente li aveva lasciati), un pur minimo bagaglio di conoscenze teologiche? Suvvia! Tuttavia questa religiosità, nonostante tutto e pur tra le brutture di una vita vissuta pericolosamente all’insegna della violenza, emerge prepotente qua e là nelle cronache e nei documenti d’epoca.
Emblematico e paradigmatico è, per esempio, il caso di Ninco Nanco, al secolo Nicola Summa di Avigliano, non proprio una “mammola”, giusto per usare un eufemismo: dopo ogni grassazione, la cui cronaca era spesso scritta con il sangue che l’affilato coltello del brigante aveva fatto sgorgare in gran copia, non mancava – al pari degli altri suoi devoti concittadini – di offrire al simulacro della Madonna del Carmine nell’omonimo santuario del suo paese parte di quei monili che aveva rapinato.
Il che, a mio avviso, sta anche a dimostrare come tutta questa genia di “perduta gente”, espulsa (o espulsasi, qui non rileva) dal consorzio civile, in qualche modo voglia rappresentare anche plasticamente la comune appartenenza territoriale e culturale, appartenenza i cui legami non sono del tutto recisi. Ma è questa opinione personale di chi scrive, della quale semmai se ne può parlare altrove.
Qui, semmai, sarà utile accendere il focus su un altro aspetto emergente a margine della vicenda appena sopra accennata: la religione canonica, quella per intenderci della Chiesa e dei suoi legittimi rappresentanti e fedeli, si faceva forse specie nell’accettare quei doni sanguinolenti; forse che pecunia non olet?
Nei prossimi numeri della Rivista entreremo nello specifico di altri esempi significativi, ricorrendo ai documenti d’archivio, alle cronache giudiziarie, ai verbali di polizia; un viaggio tra religiosità, superstizione e ingenuità popolare che si ritiene funzionale alla dimostrazione della inesattezza dell’altrui assunto dal quale siamo partiti, quello appunto dei briganti “senzadìo”.
