di Giuliano Laccetti

Abstract
Le elezioni amministrative britanniche del 2026 segnano una crisi profonda del tradizionale bipolarismo del Regno Unito e mostrano dinamiche sempre più simili a quelle delle democrazie europee continentali: frammentazione del voto, crisi dei partiti storici, avanzata delle destre populiste e nuove fratture territoriali e sociali. Il crollo del consenso per Labour e Conservatori favorisce l’ascesa di Reform UK e la crescita di forze ecologiste e autonomiste. L’articolo interpreta questo passaggio alla luce della lunga egemonia culturale del thatcherismo e delle trasformazioni socioeconomiche prodotte dalla deindustrializzazione. Il caso britannico viene inoltre messo in relazione con fenomeni analoghi presenti nel resto d’Europa e, in parte, nel Mezzogiorno italiano, dove crisi della rappresentanza, periferizzazione economica e frammentazione sociale stanno ridefinendo i tradizionali equilibri politici.

 

Parole chiave: Bipolarismo britannico; Thatcherismo; Populismi europei; Deindustrializzazione e Mezzogiorno; Frammentazione politica.

1. La fine dell’eccezione britannica

Le elezioni amministrative britanniche del 2026 rappresentano probabilmente uno dei passaggi politici più delicati e destabilizzanti per il Regno Unito degli ultimi decenni. Non si tratta soltanto di una pesante battuta d’arresto per il governo laburista guidato da Keir Starmer, ma dell’emersione sempre più evidente di una crisi strutturale dell’intero sistema politico britannico così come si era consolidato nel secondo dopoguerra.

Il dato elettorale è netto. Il Labour perde centinaia di consiglieri locali, arretra in numerose storiche roccaforti operaie del Nord dell’Inghilterra e subisce soprattutto una disfatta simbolica in Galles, dove viene superato sia dalla destra populista di Nigel Farage sia dai nazionalisti progressisti di Plaid Cymru. Anche i Conservative Party escono devastati dal voto, perdendo centinaia di seggi locali e confermando una crisi che appare ormai non più contingente, ma quasi esistenziale.

Per decenni la politica britannica era stata costruita attorno a un equilibrio relativamente stabile: due grandi partiti, alternanza di governo, sistema maggioritario capace di comprimere artificialmente la frammentazione. Oggi quel modello sembra dissolversi sotto la pressione di trasformazioni economiche, territoriali e culturali molto profonde. Il Regno Unito appare sempre più simile alle grandi democrazie europee continentali che per anni aveva osservato con una certa superiorità: multipartitismo, crisi dei partiti tradizionali, crescita dei populismi, polarizzazione culturale e forti fratture territoriali.

In questo senso il voto britannico sembra inserirsi dentro una tendenza ormai comune a gran parte dell’Europa occidentale. In Francia il vecchio bipolarismo tra socialisti e gollisti è stato travolto dall’ascesa del macronismo e della destra radicale del Rassemblement National. In Germania i due grandi partiti popolari, SPD e CDU, hanno perso milioni di voti mentre cresce Alternative für Deutschland. In Italia il sistema bipolare costruito negli anni Novanta si è progressivamente frantumato tra populismi, astensionismo e nuove destre nazionaliste. Perfino nei Paesi scandinavi, tradizionalmente più stabili, avanzano partiti sovranisti e anti-immigrazione.

Come ha osservato lo stesso Institute for Government [1], il voto del 2026 segnala ormai una vera e propria “fracturing of British politics”: una frammentazione strutturale destinata probabilmente a durare nel tempo.

2. Thatcherismo, egemonia culturale e crisi del Labour

La somiglianza con il “continente” emerge innanzitutto nella parcellizzazione del voto. Sempre meno elettori si identificano stabilmente con un partito storico; cresce invece una competizione fluida tra molte forze politiche, territoriali e identitarie. Accanto a Labour e Conservatori emergono stabilmente Reform UK, Verdi, Liberal Democrats, nazionalisti scozzesi e gallesi. È un sistema molto più frammentato rispetto alla tradizionale eccezionalità britannica.

La crisi conservatrice è particolarmente significativa. Non è soltanto un arretramento elettorale. È la possibile dissoluzione della cultura politica che aveva dominato il Paese per larga parte del Novecento. Il partito di Winston Churchill e Margaret Thatcher sembra aver perso contemporaneamente entrambe le sue anime: quella liberal-conservatrice vicina al mondo economico e quella nazionalista costruita attorno alla Brexit. Una parte dell’elettorato moderato si rifugia nell’astensione o nei Liberal Democrats; l’ala più radicalizzata confluisce invece in Reform UK.

Ed è proprio il successo di Reform UK il dato più rilevante e potenzialmente destabilizzante di queste elezioni. La formazione guidata da Farage non appare più soltanto come un contenitore protestatario o un fenomeno episodico legato alla Brexit. In molte ex aree industriali impoverite del Nord inglese il partito conquista amministrazioni locali, ottiene maggioranze assolute e intercetta un malessere sociale profondo: precarizzazione del lavoro, impoverimento del welfare, crisi abitativa, sfiducia verso Londra e verso le élite politiche tradizionali.

Anche in questo caso il parallelo europeo appare evidente. Il consenso di Reform UK richiama dinamiche già viste in Francia con il Rassemblement National, in Germania con AfD, nei Paesi Bassi con Geert Wilders o in Italia con Fratelli d’Italia: partiti capaci di combinare critica delle élite, nazionalismo culturale, ostilità verso l’immigrazione e risposta identitaria alla globalizzazione. Più che semplici movimenti di protesta, queste forze sembrano ormai rappresentare stabilmente segmenti consistenti delle società europee attraversate da insicurezza economica e paura del declino sociale.

Sul voto britannico e sul crollo delle vecchie roccaforti laburiste resta particolarmente utile anche l’analisi del The Guardian [2], che descrive il risultato gallese come la fine simbolica di un’intera epoca politica.

Il successo di Farage, tuttavia, non nasce nel vuoto. Affonda le proprie radici in una lunga trasformazione culturale iniziata negli anni Ottanta con Thatcher. Ridurre il thatcherismo a semplice liberismo economico sarebbe infatti un errore. Una parte importante della riflessione critica britannica( dalla New Left a numerosi studiosi contemporanei) interpreta quella stagione come una vera e propria rivoluzione del senso comune nazionale.

Il punto decisivo non fu soltanto la privatizzazione dell’economia o lo smantellamento del potere sindacale. Thatcher riuscì a modificare il modo in cui milioni di persone percepivano sé stesse, il lavoro, lo Stato e la società. L’individualismo competitivo, la retorica del merito personale, la diffidenza verso il welfare, l’idea della cittadinanza come responsabilità individuale più che solidarietà collettiva penetrarono profondamente anche dentro settori popolari e operai che storicamente avevano sostenuto il Labour.

La frase forse più celebre della leader conservatrice sintetizza perfettamente questo progetto: “Economics are the method; the objectis to change the soul”. L’economia era il mezzo; l’obiettivo finale era trasformare l’anima stessa del Paese.

Su questo terreno si sviluppa l’analisi di Stuart Hall, teorico vicino alla New Left, che riprende il concetto gramsciano di egemonia culturale. Per Antonio Gramsci il potere non si fonda soltanto sulla forza economica o istituzionale, ma soprattutto sulla capacità di rendere “naturali” i propri valori, trasformandoli in senso comune condiviso. Secondo Hall, Thatcher vinse esattamente questa battaglia: non solo quella delle politiche economiche, ma quella culturale e simbolica.

Per approfondire questa lettura del thatcherismo restano fondamentali, ad esempio, l’archivio della Margaret Thatcher Foundation [3], il celebre saggio di Stuart Hall ripubblicato da Verso Books [4], e altri articoli e saggi (ad es., [5]).

È anche per questo che la vittoria del New Labour di Tony Blair nel 1997 non rappresentò una vera rottura con il paradigma precedente. Blair sconfisse elettoralmente i Conservatori, ma non spezzò davvero l’egemonia costruita dal thatcherismo. Il mercato restò il principale regolatore sociale, la finanziarizzazione dell’economia non venne messa in discussione, molte privatizzazioni rimasero intatte e la sinistra britannica abbandonò progressivamente parte della propria tradizione socialista. In un certo senso, la destra perse il governo ma continuò a vincere la battaglia delle idee.

3. Nuove geografie sociali: città progressive, periferie insicure e il parallelo col Mezzogiorno

La crisi attuale del Labour di Starmer sembra collocarsi precisamente dentro questa lunga traiettoria storica. Il premier ha costruito la propria leadership sul tentativo di riportare il partito al centro, rassicurando mercati finanziari, establishment economico e settori moderati dell’elettorato dopo la stagione di Jeremy Corbyn. Ma questa strategia produce oggi una contraddizione evidente: il Labour perde contemporaneamente consenso verso destra e verso sinistra.

Nelle ex aree operaie molti elettori popolari non percepiscono differenze nette rispetto alle politiche economiche degli ultimi anni e si rivolgono a Reform UK, che offre risposte semplici e identitarie a problemi complessi. Nei grandi centri urbani, nelle città universitarie e nei quartieri giovani e istruiti crescono invece i Green Party of England and Wales, che intercettano una domanda di investimenti pubblici, politiche climatiche radicali e lotta alle disuguaglianze che il centrismo di Starmer appare incapace di rappresentare.Anche questa dinamica richiama fortemente quanto avviene nel resto d’Europa. Le grandi città europee tendono sempre più a votare in senso progressista, cosmopolita ed ecologista, mentre aree periferiche, rurali o deindustrializzate si orientano verso destra populista e nazionalismo. Londra, Manchester, Bristol o Liverpool mostrano caratteristiche politiche e sociologiche ormai molto vicine a Berlino, Barcellona, Amsterdam o Parigi: elettorato giovane, istruito, multiculturale, sensibile ai temi climatici e ai diritti civili. Parallelamente, territori colpiti dalla deindustrializzazione o dall’insicurezza economica esprimono spesso una domanda di protezione sociale, appartenenza e chiusura verso l’esterno.

In forme molto diverse, e con storie economiche difficilmente sovrapponibili, alcune dinamiche del voto britannico sembrano offrire spunti di riflessione anche per il Mezzogiorno italiano. Naturalmente il Nord industriale inglese e il Galles minerario appartengono a una storia diversa rispetto a quella del Sud Italia: lì si sviluppò una delle culle della rivoluzione industriale europea, mentre il Mezzogiorno ha conosciuto una modernizzazione più discontinua, spesso dipendente dall’intervento pubblico e mai accompagnata dalla nascita di un robusto capitalismo industriale autonomo.

Eppure, esiste un parallelismo non del tutto forzato. Le ex roccaforti laburiste britanniche (territori costruiti attorno a miniere, acciaierie, porti industriali e identità operaie molto forti) ricordano, per certi aspetti, alcune aree meridionali che per decenni hanno vissuto attorno a grandi poli pubblici, occupazione statale, economie assistite o reti politico-clientelari relativamente stabili. In entrambi i casi, la crisi o la trasformazione di quei modelli economici non ha prodotto soltanto impoverimento materiale, ma anche lo sfaldamento di culture collettive, appartenenze politiche e forme tradizionali di rappresentanza.

Come nelle periferie britanniche, anche nel Mezzogiorno si osservano fenomeni che attraversano ormai molte aree marginali o semi-periferiche dell’Occidente: emigrazione giovanile qualificata, precarizzazione del lavoro, crescita dell’astensionismo, sfiducia verso i partiti storici, polarizzazione tra grandi città universitarie e territori interni impoveriti. Non è un caso che città come Napoli, Bari o Palermo mostrino segmenti urbani sempre più sensibili ai temi ambientali, ai diritti civili e alle politiche sociali, mentre aree periferiche o interne esprimono spesso rabbia anti-establishment, disillusione politica o richieste di protezione e riconoscimento.

Naturalmente le differenze restano profonde. Nel Regno Unito il declino riguarda soprattutto società post-industriali mature; nel Mezzogiorno pesa ancora una storica fragilità strutturale dello sviluppo economico. Tuttavia, la lezione che emerge dal caso britannico sembra avere una portata più generale: quando le grandi culture politiche popolari si svuotano senza essere sostituite da nuovi legami sociali collettivi, il rischio è una crescente frammentazione politica e culturale, nella quale il disagio sociale tende a tradursi in rabbia anti-establishment, localismo o sfiducia verso le istituzioni democratiche tradizionali.

4. Localismi, autonomie e ridefinizione del Regno Unito

Il voto gallese mostra in modo plastico anche un’altra tendenza tipicamente europea: il rafforzamento di aspirazioni autonomiste, localistiche e in alcuni casi indipendentiste che si sviluppano non necessariamente su basi conservatrici, ma spesso dentro culture progressiste e socialdemocratiche. Per oltre un secolo il Galles industriale aveva rappresentato uno dei pilastri identitari del laburismo britannico: miniere, sindacati, municipalismo sociale, welfare pubblico. Oggi quella geografia politica si disintegra. Plaid Cymru riesce a saldare autonomia nazionale, protezione sociale e critica al centralismo di Westminster.

Un processo che ricorda, con tutte le differenze del caso, dinamiche già osservate in Spagna con Catalogna e Paesi Baschi, o persino in Belgio e in parte dell’Italia settentrionale: territori che rivendicano maggiore autonomia politica ed economica dentro una crisi più generale degli Stati nazionali novecenteschi. In Scozia questa tendenza resta ancora più evidente, con la persistente centralità della questione indipendentista e la difficoltà dei grandi partiti britannici di ricostruire una narrazione condivisa dell’unità statale.

Naturalmente le elezioni amministrative non anticipano automaticamente l’esito di future elezioni generali. Il sistema maggioritario britannico continua a produrre forti distorsioni e il Labour mantiene ancora un’ampia maggioranza parlamentare conquistata nel 2024. Inoltre, la crescita di Reform UK potrebbe finire per frammentare ulteriormente il campo conservatore anziché unificarlo.

Eppure, il quadro politico appare profondamente mutato. Più che un semplice voto amministrativo, le elezioni britanniche del 2026 sembrano raccontare l’ingresso del Regno Unito in una lunga fase di ridefinizione politica, sociale e culturale. Una transizione nella quale non si sta decidendo soltanto chi governerà il Paese nei prossimi anni, ma quale idea stessa di società britannica riuscirà a diventare egemone nel XXI secolo.

Riferimenti bibliografici

[1] White H., The significance of the 2026 elections for UK government, Institute for Government, 2026.

https://www.instituteforgovernment.org.uk/comment/significance-2026-elections-uk-government(consultato 9 maggio 2026). 

[2] McKernan B. and Morris S., Plaid Cymruwins Welsh Seneddelections, ending 100 years of Labour control, The Guardian, 2026.
https://www.theguardian.com/uk-news/2026/may/08/plaid-cymru-biggest-party-wales-senedd-labour-reform(consultato 9 maggio 2026).

[3] Butt R., Mrs. Thatcher: the First Two Years, The Sunday Times, 1989.
https://www.margaretthatcher.org/document/104475(consultato 9 maggio 2026).

[4] Hall S., The Hard Road to Renewal: Thatcherism and the Crisis of the Left, Verso Books, ristampa del 2021.

[5] Tuckman A., Review: Thatcherism, Sociology, 1989.
https://www.jstor.org/stable/42853866(consultato 9 maggio 2026).

 

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