Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Marcoflavio Cappuccio
Negli ultimi quindici anni l’industria napoletana è stata attraversata da numerose lotte operaie: da Pomigliano al Porto, passando per la logistica. Le vertenze a Napoli assumono caratteristiche particolarmente complesse, perché il tessuto produttivo è profondamente intrecciato ai rapporti territoriali e sociali.
In questo contesto agiscono diversi fattori, tutti riconducibili allo sviluppo diseguale e combinato del capitalismo italiano, che ha massimizzato i profitti lasciando in condizioni di arretratezza il Mezzogiorno. Il tema è ormai abbandonato dalla maggioranza dei gruppi politici, compresi molti di quelli che si definiscono marxisti e che storicamente avevano posto particolare attenzione alle condizioni delle classi lavoratrici del Sud.
Ibridazione di capitali legali e illegali
Il primo elemento riguarda la struttura stessa dell’economia meridionale. Il tessuto industriale del Sud — fenomeno che oggi si estende anche al Nord, seppur in forma più recente — è spesso un intreccio tra economia legale ed economia illegale. Ai capitali ufficiali si affianca un vasto circuito di capitali criminali che vengono riciclati attraverso aziende, appalti e indotti produttivi. La malavita organizzata interviene frequentemente rilevando imprese in crisi attraverso forti capitalizzazioni, servendosi di banche, fondi e strutture finanziarie opache di cui spesso non è nemmeno chiara la reale proprietà.
Una vasta rete per controllare i lavoratori
Il secondo elemento è il controllo sociale esercitato attorno al mondo del lavoro. Intorno a queste aziende si costruisce una rete capillare che coinvolge sindacalisti collusi, sindacati di comodo, agenzie interinali e intermediari vari. I lavoratori vengono selezionati non solo sulla base delle competenze professionali, ma attraverso una vera e propria profilazione sociale: condizioni economiche, famiglia, relazioni personali, orientamenti politici, vita privata. Si crea così un sistema che conosce tutto del lavoratore e che, proprio per questo, ne aumenta la ricattabilità.
A ciò si aggiunge il fatto che gran parte delle assunzioni avviene tramite reti clientelari, relazioni personali o appartenenze politiche. Non necessariamente attraverso corruzione diretta, ma tramite meccanismi di fedeltà e dipendenza che rendono il lavoratore vulnerabile fin dall’inizio.
Due lavori per sopravvivere
Un ulteriore fattore è il diffondersi del doppio lavoro, fenomeno che un tempo riguardava prevalentemente il proletariato povero e che oggi coinvolge anche ampi settori del ceto medio impoverito. Molti lavoratori riescono a sopravvivere solo grazie a occupazioni parallele, informali o precarie. Questo riduce la disponibilità al conflitto, perché il rischio di perdere il posto viene compensato dall’esistenza di un altro reddito, seppur insufficiente, instabile e variabile, con il risultato di allungare notevolmente le ore lavorate settimanali reali.
La burocrazia sindacale: Caronte della sconfitta
Dentro questo quadro i sindacati, invece di organizzare il conflitto, finiscono spesso per adattarsi all’ambiente circostante. Prevale una linea collaborazionista che rinuncia allo sciopero e alla lotta prolungata, favorendo la formazione di burocrazie sindacali sempre più impotenti verso il Capitale e sempre più oppressive verso le energie combattive che emergono dalle vertenze.
Così il copione si ripete quasi sempre nello stesso modo:
- l’azienda annuncia licenziamenti o chiusure;
- i lavoratori si mobilitano affidandosi alle direzioni sindacali; partono tavoli infiniti tra Napoli e Roma, fatti di rinvii, promesse e mediazioni senza sbocco reale; arrivano cassa integrazione e ammortizzatori temporanei;
- il tempo passa, la mobilitazione si logora e progressivamente i lavoratori accettano incentivi all’uscita o trovano altre soluzioni per sopravvivere.
- Alla fine, delle centinaia iniziali restano poche decine di persone a lottare, mentre l’azienda chiude definitivamente.
In questo quadro, la burocrazia sindacale non fa altro che avallare, con qualche “consiglio”, la strategia aziendale.È un meccanismo strutturale.
Vertenze e crisi industriali: la necessità di una produzione nelle mani dei lavoratori
Non basta limitarsi alla rivendicazione di nuovi piani industriali o al semplice passaggio da un padrone a un altro. In alcune fasi della lotta queste rivendicazioni possono anche essere necessarie per accumulare forza e difendere posti di lavoro, ma non possono rappresentare l’orizzonte, perché sul lungo periodo sono perdenti.
Lo vediamo in tutte le vertenze: Whirlpool di via Argine, Transnova di Pomigliano. L’epilogo è sempre lo stesso.
La battaglia immediata deve collegarsi a una prospettiva alternativa: gestione pubblica, democratica e sotto il controllo dei lavoratori delle aziende che licenziano, inquinano, delocalizzano, violano i contratti e devastano interi territori (sostanzialmente tutte…).
Se la lotta economica rimane isolata, senza trasformarsi in una battaglia politica generale, queste vertenze sono destinate alla sconfitta. Non perché i padroni siano “cattivi” in senso morale, ma perché il ruolo sociale del Capitale è l’accumulazione di profitto attraverso lo sfruttamento del tempo di vita di chi lavora. Il sistema capitalistico conosce come unico principio razionale l’accumulazione infinita, che si realizza attraverso l’estorsione di tempo di lavoro socialmente utile per produrre merci. Non segue altro “principio morale” che il denaro e la sua trasformazione in merce per poi ri-trasformarlo nuovamente in denaro.
Il gap Nord-Sud non può essere colmato nel sistema capitalistico. Innanzitutto perché il divario è funzionale alla massimizzazione del profitto tanto al Nord quanto per gli imprenditori del Sud, che hanno intrecci strutturali con il capitalismo italiano e internazionale. È anche per questo che non si è mai sviluppata una “borghesia meridionale” indipendente, capace di costruire una battaglia “separatista” (quando ci prova la piccola borghesia i risultati sono sempre modesti, oltre che reazionari).
Tale divario può essere superato soltanto con la pianificazione democratica, controllata dalla classe lavoratrice e cooperata a livello internazionale, della produzione e in generale di tutti i servizi della società, dall’industria e il suo indotto fino all’amministrazione pubblica. Nessuna economia può sopravvivere nel lungo periodo isolata e separata in un mondo sempre più globalizzato, dove i capitali sono intrecciati e diffusi nel mondo intero grazie agli istituti bancari. Uno smartphone utilizzato a Napoli ha componenti costruite in Cina, USA e Africa, ma lo stesso discorso vale per l’automotive e per qualunque altra merce.
Ipoteticamente potrebbe sopravvivere anche, ma a prezzo di non poter accedere ai beni, alle tecnologie e alle scoperte scientifiche moderne dell’umanità, necessarie al miglioramento delle condizioni di vita e del benessere sociale.
Lo si vede ancora oggi con lo strangolamento criminale di Cuba da parte dell’imperialismo e, facendo un piccolo passo indietro nel tempo, fu uno dei motivi della sconfitta e del crollo dei cosiddetti paesi socialisti, finiti con l’arroccarsi su concezioni isolazioniste e nazionaliste nel campo economico, politico e culturale.
La necessità di un partito indipendente, antiburocratico e socialista della classe lavoratrice
Appellarsi pertanto a partiti che non hanno nel proprio programma e nelle proprie prospettive il superamento del capitalismo e della proprietà privata dei mezzi produttivi è una mossa antistrategica che, alla prova dei fatti, porta allo smantellamento del sistema produttivo meridionale e, di conseguenza, al notevole peggioramento delle condizioni di vita e sociali delle classi subalterne del territorio.
È per questo che la prospettiva di riscatto ed emancipazione sociale del Mezzogiorno passa da una concezione strategicamente internazionalista, e dalla costruzione di un partito della classe lavoratrice indipendente, che affondi le sue radici in organismi di rappresentanza realmente democratici, indipendenti dalle burocrazie sindacali e capaci di restituire ai lavoratori il controllo delle proprie lotte.
In alternativa non ci saranno né lotte efficaci difensive né sarà possibile costruire un partito d’avanguardia della classe lavoratrice offensivo. Al massimo potranno nascere partiti genericamente anticapitalisti e di sinistra, ma che non hanno alcuna possibilità di guidare l’umanità fuori dal capitalismo, semmai solo quella di amministrare l’attuale sistema e le sue macerie.
