di Salvatore Lucchese
Contrariamente ad una concezione mistificata e propagandista della Repubblica democratica italiana come “una e indivisibile” sia dal punto di vista formale che da quello sostanziale – concezione diffusa in modo trasversale tra (quasi) tutte le forze politiche di centro-destra, di centro-sinistra ed anche della sinistra radicale –, l’Italia è sì “una e indivisibile”, ma lo è soltanto sulla carta.
Marxianamente parlando, lo è soltanto nel “cielo” delle astrazioni giuridico-politiche, mentre, sulla cruda “terra” dei tassi di occupazione, di disoccupazione, di Pil, di reddito medio, di composizione della forza lavoro, di livello quantitativo e qualitativo dei servizi di cittadinanza, è storicamente divisa tra un Settentrione relativamente sviluppato sulle “spalle” di un Meridione relativamente sottosviluppato.
Trattasi del rapporto dialettico capitale/lavoro, ricchezza/povertà, centro/periferia, sviluppo/sottosviluppo, che nel “Bel Paese” caratterizza storicamente i rapporti tra il Nord Italia e la sua “colonia estrattiva interna” Sud, i cui residenti, non a caso, sono stati da sempre rappresentati ideologicamente come “terroni”, “briganti”, “oziosi”, “delinquenti nati”, “vandeisti”, “reazionari”, proprio per giustificarne lo sfruttamento e l’oppressione non solo dal punto di vista sociale ed economico ma anche dal punto di vista territoriale: il Sud come “palla al piede” e “parte cattiva” di quell’Italia “una e indivisibile”.
In altri termini, assumendo una prospettiva intersezionale, che intreccia le diverse forme di dominio e di oppressione, ci si trova dinanzi ad un classico esempio di sfruttamento e di discriminazione territoriale, sociale, di genere e generazionale, proprio a partire dalle classi sociali subalterne e marginali del Mezzogiorno: ieri i/le contadini/e, ed oggi i/le lavoratori/trici poveri/e ed i/le disoccupate, soprattutto donne, ai quali ogni anno sono illegittimamente sottratti 60miliardi di euro di spesa pubblica complessiva allargata pro-capite per destinarli al Centro-Nord.
60miliardi di euro in meno in pensioni, medici, infermieri, operatori sanitari, ospedali, trasporti pubblici, palestre, mense scolastiche, vigili urbani, assistenti sociali ed altro ancora, che ogni anno alimentano i divari di cittadinanza su base territoriale, i quali, dunque, sono il frutto di politiche di spoliazione, giustificate sulla base di un razzismo ora strisciante ed implicito, ora palese ed esplicito: se il Nord ha di più e perché se lo “merita”, se il Sud ha di meno, la “colpa” è sempre e solo sua.
Trattasi della declinazione del pensiero unico liberista, del cosiddetto paradigma della locomotiva e dello sgocciolamento, in termini etnico-territoriali, che, anziché cementare l’unità delle classi lavoratrici a livello nazionale, le dividono sia sul piano ideologico sia sul piano socio-economico, differenziandone percezione del sé, livelli salariali, servizi e diritti di cittadinanza.
Dunque, ci si trova dinanzi a “due Italie”, a due Paesi sotto allo stesso “cielo” della Carta costituzionale, solo che per chi risiede al Centro-Nord essa vale un po’di più e per chi risiede al Sud sempre la stessa Carta vale molto di meno.
Infatti, come puntualmente dimostrano sia i Rapporti annuali della Svimez sia i suoi periodici Report tematici, sì ci si trova in presenza di “Un Paese”, ma di “Un Paese”, “due scuole”, “due cure”, “due emigrazioni” ed ora, a seguito della guerra israelo-statunitense-iraniana, di “Un Paese, due crisi”.
“Un Paese, due scuole”: Nel 2020-2021, solo il 18% degli alunni del Mezzogiorno ha avuto accesso al tempo pieno a scuola, rispetto al 48% del Centro-Nord.
“Un Paese, due cure”: Nel 2023, al Nord-Est le famiglie in povertà sanitaria erano il 4% mentre al Sud erano il doppio, l’8%.
“Un Paese, due emigrazioni”: Nel triennio 2022-2024, sono emigrati dal Sud 175.333 giovani, di cui 45.943 verso l’estero e 129.390 verso il Centro-Nord, mentre sempre nello stesso triennio, dal Centro-Nord sono emigrati verso l’estero 89.757 giovani. Dunque, data l’emigrazione giovanile interna dal Sud verso il Centro-Nord, quest’ultimo ha avuto un saldo migratorio attivo di 39.633 immigrati dalle regioni meridionali.
“Un Paese, due crisi”: Inflazione, nel 2026/2027 più ampio l’effetto al Sud, +0,5 punti rispetto al Nord; Consumi, doppio l’impatto sulle famiglie meridionali, -0,7/-1,4 punti nel 2026/2027.
Questi alcuni dei dati esemplificativi di un Paese a “due velocità”, che, a partire dalla centralità della “questione settentrionale”, divenuta egemone nel corso degli ultimi quattro decenni circa, si vuole ora istituzionalizzare tramite l’attuazione dell’autonomia regionale differenziata, che congelerebbe, se non acuirebbe, la “spesa storica” a vantaggio del Centro-Nord ed a discapito del Sud.
Chi si opporrà alla definitiva assimilazione del “cielo” di un’astratta uguaglianza alla “terra” delle diseguaglianze reali, che smascherano la natura discriminatoria ed oppressiva dello Stato italiano non solo a livello sociale, ma anche territoriale?
Quale o quali forze politiche esistenti o da fondare opporranno dialetticamente alla centralità della “questione settentrionale”, organica al progetto neo-liberista italiano di rottura del patto nazionale di solidarietà, la centralità della “nuova questione meridionale”, come questione sociale di portata nazionale ed europea?
Chi darà voce ai giovani migranti meridionali? Chi darà voce ai lavoratori poveri del Sud? Chi rappresenterà le istanze, i bisogni ed i diritti disattesi delle donne precarie e disoccupate del Mezzogiorno?
In altri termini, chi porrà esplicitamente con forza, vigore e determinazione la lotta contro le diseguaglianze territoriali, intrecciandole con tutte le altre forme di diseguaglianza, ponendo il tema decisivo della perequazione sociale ed infrastrutturale tra il Nord e il Sud di un Paese sempre più “diviso e diseguale”?
Le forze politiche che pretendono o aspirano ad essere autenticamente democratiche, progressiste e radicali o si dichiarano anche come forze politiche democratiche, progressiste e radicali “terrone”, ossia, danno voce alle classi subalterne meridionali, riconoscendone la doppia discriminazione, sociale e territoriale, territoriale e sociale, e richiedono, conseguentemente, la perequazione della spesa pubblica complessiva pro-capite a livello territoriale, o saranno forze politiche che, direttamente o indirettamente, esplicitamente o implicitamente, in buona fede o in cattiva fede, alimenteranno sempre le scelte politiche discriminatorie nei confronti dei meridionali, proprio a partire dalle classi sociali più marginali di un Sud considerato, ancora oggi, come la parte “malata”, “improduttiva” e “cattiva” dell’Italia.
Insomma, per essere autenticamente democratici, progressisti e radicali, non basta dire No alla “secessione dei ricchi”, bisogna dire Sì all’unificazione sostanziale delle “due Italie”. Bisogna far sì che ognuno dia “secondo le sue capacità” e riceva “secondo i suoi bisogni”.
Se questo avverrà nell’ambito del capitalismo, mediante un nuovo patto socialdemocratico, o nell’ambito di una prospettiva “libercomunista”, attraverso un processo di riforme radicali tese alla “trasformazione rivoluzionaria della società”, per ora non è dato sapere.
Comunque, in entrambi i casi, nel “Bel Paese” dei “fratelli” e dei “fratellastri” d’Italia, tanto la prospettiva socialdemocrazia, quanto quella “libercomunista”, dovranno essere declinate in modo intersezionale anche come “terrone”, pena il disconoscimento delle istanze di emancipazione delle classi subalterne meridionali, pena il perpetuarsi del razzismo antimeridionale anche tra le forze progressiste e radicali del Paese, pena la “soluzione finale” della questione meridionale per desertificazione indotta.
Riferimenti bibliografici
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Rapporto Svimez 2025. L’economia e la società nel Mezzogiorno.
Report Svimez, Un Paese, due cure.
Report Svimez, Un Paese, due scuole.
Report Svimez, Guerra nel Golfo e blocco di Hormuz: le stime Nord-Sud della Svimez su PIL, inflazione e consumi.
