di Filomena Castaldo
Cercola, 14 Agosto 2026 – La canicola agostana fa brutti scherzi, soprattutto dopo pranzo. Buttata sul letto, provo a resistere al caldo afoso. Sono insofferente ma incapace di accendere il condizionatore della stanza. Non voglio scoprire ancora una volta di esserne dipendente. Nello stato di dormiveglia in cui sono caduta si apre un vuoto, una sorta di voragine che induce la mente e il cuore ad andare indietro nel tempo, in quel mare di ricordi che chiedono soluzioni oppure, semplicemente, richiamano una nostalgia canaglia.
Sono giorni che penso alle migrazioni interne, quelle da Sud a Nord, quelle delle donne. Quella di mio padre e mia madre. Era il 1967. Io sono nata a Milano. I miei genitori erano migrati lì dalla bassa Irpinia per ragioni di lavoro e lì avevano creato famiglia. Lavoravano, mio padre come cancelliere presso il Palazzo di Giustizia di Milano, mia madre insegnante in via Moretti poi a Quarto Oggiaro. Amici meridionali, per lo più colleghi di lavoro con cui si creava un sodalizio come di una famiglia allargata. Milanesi? Non ne ricordo. Ma nei racconti di mia madre erano un mito: con la parlantina stretta, erano magri e mangiavano poco, mica col piattone a pranzo come faceva mia zia di giù che poi si finiva per essere grassi.
Cosa abbia significato quel periodo per la mia famiglia potrei dirlo solo per contrasto quando, per cause non del tutto volute, ci siamo ritrovati giù nel paese di mia madre che, incinta del terzo figlio, dovette chiedere aiuto alla sorella e affittare una casa mentre mio padre era ritornato a Milano. Lacrime, litigi, rimproveri. Sensi di colpa. Disadattamento. Il paese non era quello che avevano lasciato nel Sessantasette né quello a cui tornavano con la valigia carica di regalini, vestiti de La Rinascente o di Coin, in estate, per andare a trovare i genitori e passare da una tavola all’altra dei parenti, un vero clan, perché c’era pure la Festa patronale, con la banda e i Santi in processione, e andava onorata.
Il paese era qualcosa di più piccolo rispetto a Milano, la città, più stretto, più arretrato, più meschino. La città di Milano, nel loro immaginario, era il luogo delle possibilità e della vita, nonostante le difficoltà economiche e le crisi sociali e politiche del tempo. Negli occhi e nei sogni di mia madre Milano era l’Eden. Per lei, come per molte donne di quella generazione, la migrazione al Nord non era stata solo un riposizionamento geografico, ma un percorso di emancipazione e di dignità lavorativa; per questo il rientro forzato innescava quello che la psicologia e la sociologia definiscono “lutto migratorio”. Mia madre viveva sulla propria pelle la “doppia assenza”: il non appartenere più al luogo che si era lasciato, il non potersi più radicare del tutto in quello in cui si era tornati. Un senso di perdita profonda che scavava silente la disfunzionalità della famiglia.
Anche io sono migrante. Da Nord a Sud. Non ci avevo mai pensato davvero, proiettata com’ero sulla ferita senza margini dei miei genitori, nel lutto materno. Ho vissuto dopo anni quale risonanza abbia avuto in me la migrazione in un laboratorio con Ivan Carlot, presso l’ASPIC di Roma per una formazione sul counseling interculturale. Riconosco che mi compiacevo quando mi chiamavano “la milanese”, quando si divertivano a farmi parlare per la mia inflessione, quando ridevano se dicevo “la seggiola” o “la sberla”. Barattavo così il mio senso di solitudine. In quella dinamica tipica dei figli di migranti, l’etichetta di “milanese” mi isolava ma al contempo mi proteggeva, offrendomi un’identità definita con cui negoziare il mio posto nel gruppo.
Sognavo in paese avventure e giochi con i cugini alla Jules Verne, mi aprivo con curiosità alla scoperta di luoghi carichi di memoria familiare, ascoltavo con attenzione i racconti e incameravo intanto i progetti sulla mia vita di mamma e papà. La diversità e l’adattamento. Solo le fotografie della scuola fatta a Milano, delle gite fuori porta, delle feste con gli amici di famiglia mi restituivano una memoria personale sempre più languida.
Una migrazione comporta tappe che scandiscono il viaggio che si compie. L’appartenenza, che porta in sé anche la parola partenza: il mio ambiente, la mia casa, il terrazzo grande e largo di tante foto con la neve a Natale, la scuola con la maestra Lina Volontieri che ci portava in giardino a fare osservazione per poi scrivere i pensierini con l’autodettato; il panificio con le michette e le focacce col sale. Poi i saluti di Roberta e Tia, le mie amiche del cuore, da cui mi licenziavo in modo guascone per nuove avventure. La traversata: nessun ricordo. Anche perché si confondeva con la trasferta estiva. L’approdo: una salvezza? Non saprei definirlo. La consapevolezza del distacco l’ho proiettata su mia madre arrivando fino a rifiutare quel luogo, Milano, che creava dissapori e violenti litigi tra i miei.
Certo la nuova vita doveva pur cominciare da qualche parte e iniziò con la scuola e un nuovo fratellino. Il soggiorno è stato un modo per fare i conti tra il passato e il futuro e costruire un nuovo progetto di vita. Di fatto il ritorno ad uno status quo ante non è mai possibile: il paesello deludeva le aspettative, come i costi degli affitti di Milano a fine anni Settanta erano proibitivi per gli stipendi di due amministrativi. Al più bisognava abitare a Lecco oppure finire nelle palazzine dormitorio come a Quarto Oggiaro. Il ritorno generava nostalgia e la nostalgia segnava la mancata integrazione sia tra due stagioni di vita sia nel tessuto sociale del paese. Io facevo del mio meglio per sopravvivere e il mio rifugio erano i libri e lo studio. In quella terra di mezzo tra un Nord che sfumava nei ricordi e un Sud che faticavo a sentire interamente mio, ero io stessa un laboratorio di adattamento. Stavo diventando un’adolescente che cercava il proprio centro di gravità dentro una realtà che le andava stretta.
In quel paese dove i confini dello sguardo sociale erano rigidi e il giudizio della comunità a volte soffocante, la mia vera patria sono diventati i libri. La lettura e lo studio non sono stati per me un semplice dovere scolastico o un diversivo: sono stati un atto di resistenza, una stanza tutta per me, uno spazio di libertà inviolabile in cui potermi ricostruire.
Se la casa dei miei genitori era attraversata dalle tensioni irrisolte del ritorno e dalle ferite del lutto migratorio, le pagine dei romanzi offrivano un rifugio sicuro e un orizzonte senza pareti. Attraverso i libri potevo viaggiare senza muovermi, esplorare mondi lontani e dare un nome e una forma a quel senso di estraneità e di vuoto che mi portavo dentro. Lì dentro, le parole non giudicavano la mia inflessione né la mia provenienza: mi accoglievano.
La letteratura è stata il mio spazio transizionale: un ponte gettato tra il mondo interno dei miei ricordi milanesi e la realtà esterna di un paese, Lauro, che cercavo di interpretare. Attraverso la finzione letteraria ho imparato a decodificare le emozioni degli altri, le fragilità di mia madre, i silenzi di mio padre, fino a trasformare quel doloroso senso di sradicamento, a lungo inespresso, in una profonda sensibilità per le storie umane. La mia consapevolezza si è disvelata in toto.
La mia prima migrazione mi ha segnata: tolti i miei punti di riferimento, mi ha insegnato che le radici non sono un punto fisso e immobile sulla mappa, ma un intreccio dinamico che chiede di essere continuamente ricomposto. Il rifugio nei libri e nello studio, che allora fu la mia strategia di sopravvivenza all’estraneità, è diventato nel tempo lo strumento per dare un nome a quella voragine.
Sono tornata a Milano circa 15 anni dopo per la malattia di mio padre e riconosco che mi sono sentita a casa. Tornare ha chiuso un cerchio: la “casa” non è un luogo geografico immutabile, ma lo spazio interno in cui riusciamo a far convivere tutte le nostre appartenenze. La ferita dello sradicamento si è così trasformata in una forma profonda di comprensione di me e dell’altro.
