Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Pina Mareschi
Riassunto
I Placiti campani, redatti tra il 960 e il 963 d.C. nel Meridione d’Italia, costituiscono la prima testimonianza scritta, ufficiale e datata di una lingua volgare distinta dal latino. All’interno di quattro documenti notarili relativi a contese dell’Abbazia di Montecassino, la celebre formula testimoniale “Sao ko kelle terre…” emerge con precisa intenzionalità comunicativa.
La scelta di utilizzare l’idioma parlato risponde a concrete esigenze giuridiche e culturali dei benedettini volte a superare l’incomprensione popolare del latino scritto. L’esame filologico evidenzia peculiarità linguistiche locali e una chiara contrapposizione tra i due codici espressivi. Tale primato conferisce ai documenti un valore storico fondamentale per la nascita e lo sviluppo della lingua italiana, sancendo il passaggio ufficiale dalla diglossia medievale alla scrittura romanza.
Parole chiave: Placiti campani, lingua volgare, Abbazia di Montecassino, origini italiane, testimonianza scritta.
I Placiti campani sono un gruppo di quattro giudicati in cui si riferisce di cause relative al possedimento di ampie estensioni di terreno nel principato longobardo di Capua. Tali documenti, stilati a Capua, Sessa Aurunca e Teano, appartengono agli anni 960-963 d.C. e sono un’importante testimonianza non solo storica delle contese fra l’Abbazia di Montecassino e i nobili locali per il controllo del territorio, ma anche linguistica. I giudicati, infatti, riportano in discorso diretto, all’interno del più ampio testo in latino, delle formule testimoniali in lingua romanza. Pochissimi documenti prima dei Placiti campani recano simili testimonianze, e nessuno in una lingua così chiaramente diversa dal latino, per quanto ancora dipendente e mescolato con esso.
PANORAMA STORICO-LINGUISTICO DEL PERIODO DEI PLACITI
La lingua volgare, parlata ma non scritta, inizia a far avvertire la sua presenza nel latino medievale scritto, dove troviamo fonemi e lessemi prima di allora stigmatizzati e censurati. Il complesso panorama linguistico dei secc. IX-X, dove spesso si confondono diglossia e bilinguismo, è accompagnato da un periodo storico altrettanto complicato: caduta dell’Impero Romano d’occidente, invasioni barbariche, arresto dei commerci, rottura dell’unità politica e linguistica,” Il mondo che si restringe”. In questo contesto la presenza della lingua volgare in documenti anteriori al sec. XIII è occasionale.
Il panorama diventa interessante e rivoluzionario quando, invece che per solo diletto privato, si inizia ad utilizzare questo idioma per fini conservativi in documenti che vengono depositati nei luoghi dell’ordinaria custodia della scrittura latina. Dagli studi di Avalle e Francesco Sabatini emerge che alcuni volgarismi tendono ad essere presenti in particolari tipologie di testi, come nei documenti legali, dove il notaio, dovendo registrare una testimonianza orale e spontanea, abbandona ogni tentativo di normalizzare la lingua parlata e utilizza un livello intermedio, indice anche della crescente pressione dell’oralità sulla scrittura. È in questa complessità storico- linguistica che nacquero i Placiti.
IL PLACITO DI CAPUA
Fra i preziosi documenti custoditi nell’Archivio dell’antichissima Abbazia di Montecassino, occupano un posto di rilievo nella storia della lingua italiana i cosiddetti Placiti campani, quattro documenti di carattere notarile, in cui si possono leggere le prime testimonianze di una lingua che mostra caratteristiche differenti rispetto al latino. Il più antico di questi documenti fu stilato a Capua nel marzo del 960 e presenta delle formule in volgare che, non solo sono parte integrante, ma cruciale di tutto il documento.
La formula oggetto di interesse è ripetuta per quattro volte all’interno del documento, prima dal giudice Arechisi, poi dal chierico e monaco Mari, dal monaco e diacono Teodemondo e infine dal chierico e notaio Gariperto:
Sao ko kelle terre, per kelle fini quekicontene, [t]renta anni la possette
parte sancti Benedicti.
Già la prima parola ha provocato molte discussioni fra gli studiosi. Questo verbo introduce un enunciato performativo costitutivo, cioè un enunciato in cui si realizza non soltanto l’atto del dire, ma anche il contenuto delle parole. La forma “sao”, al posto dell’atteso “saccio”, potrebbe far pensare ad un settentrionalismo, derivato dai rapporti tra le diverse aree del Regno Longobardo; in Italia settentrionale, però, ricorda Bartoli, abbiamo le forme “sai/sas”. Lo studioso Arrigo Castellani rigetta qualsiasi teoria di interregionalismo o settentrionalismo, affermando che l’evoluzione del verbo è in linea con quella dei dialetti di area mediana e meridionale. Infatti, secondo Castellani, il “sao” deriverebbe da uno sviluppo analogico avviato dalla seconda persona “sai”; anche le voci propriamente meridionali “stao (sto) e “dao” (do) sono state modellate sulle seconde persone “stai” e “dai”. Tuttavia, la forma “sao”, utilizzata anche in altre parti del Regno, deve essere stata preferita alla forma più marcata a livello diatopico “saccio”.
Un altro aspetto da notare in queste prime attestazioni del volgare in area meridionale nella lingua scritta è il grafema “k”, che non appare quasi mai nel latino classico, ma è molto frequente nelle scritture in volgare. La forma “ko”, utilizzata insieme al più familiare “ka”, è preferita a causa dei due elementi topicalizzati e dislocati a sinistra “ko kelle terre” e “per kelle fini quekicontene”, anteposizioni che troviamo oggi nel registro parlato e poco nello scritto.
La parte finale suscita un dubbio: è un latinismo notarile? A primo impatto sembrerebbe di sì, anche per la mancanza dell’articolo davanti a “parte”. Secondo Rajna, il nome del celeste patrono non poteva non essere riportato in latino; Castellani, invece, affermava che, parte+ genitivo, che indicava possesso, appartenenza, per quanto di origine dotta, non era estraneo all’uso popolare della zona e dei tempi da noi trattati.
Le formule testimoniali in volgare dei Placiti campani rispondono ad esigenze concrete:
-risolvere il problema dell’ignoranza del popolo della lingua latina
-rappresentavano una strategia culturale e politica adottata dall’ordine dei benedettini, molto attento in quel periodo al rapporto con i laici
Dopo queste precoci, ma importantissime esperienze meridionali, la prassi del volgare, soprattutto all’interno di documenti giuridici, cadde nel dimenticatoio.
L’importanza di queste attestazioni, rispetto all’Indovinello veronese o l’Iscrizione della catacomba romana di Commodilla che vantano un’antichità più remota, riguarda la netta distinzione, voluta, tra i due idiomi, la presenza di un chiaro contesto e la datazione certa dei Placiti.
Il tema della consapevole contrapposizione tra latino e volgare fu giudicato di gran peso da molti studiosi, tra cui Migliorini, il quale accomunava la scelta dei giudicati campani a quella dei Giuramenti di Strasburgo dell’842, formule pronunciate entrambi in volgare per essere comprese dai molti che non conoscevano il latino. È da rilevare, però, che il testo originale dei Giuramenti non ci è noto, perché sopravvissuti nella narrazione dello storico Nitardo, mentre le formule suddette, sono testimonianze originali e leggibili.
Nonostante, dunque, la presenza di documenti anteriori, il Placito di Capua del 960 è il primo documento in cui il volgare viene con consapevolezza utilizzato in quanto tale. La contrapposizione, l’intenzionalità, la datazione precisa e l’ufficialità dell’evento danno al Placito quell’importanza, quel primato, tra le prime attestazioni della nostra lingua che i testi anteriori non hanno.
Il cippo commemorativo del Placito di Capua, posto in città nel 2017, è segno del valore storico-linguistico attribuito a questo documento.
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