Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Mario Garofalo
La lettura di questa ricomposizione documentaria e narrativa, condotta con rigore e passione dagli autori Valentino Romano e Leonardo Zaccagnino nel volume Storie e leggende di Ninco Nanco capo brigante lucano, impone una riflessione che supera di gran lunga il puro dato storiografico per toccare il cuore della questione meridionale e della formazione della nostra coscienza nazionale.
Il testo si presenta come uno scandaglio penetrante entro le viscere di quel Grande Brigantaggio postunitario che non fu, come volle la storiografia ufficiale delle classi dominanti, una semplice esplosione di criminalità comune o di barbarie innata, bensì la forma prima, sia pure incoppabile, primitiva e priva di direzione politica, della lotta di classe delle masse contadine del Mezzogiorno contro il nuovo assetto statale unitario.
Attraverso la vicenda del luogotenente di Carmine Crocco, Valentino Romano e Leonardo Zaccagnino mettono a nudo la frattura strutturale tra la narrazione dei vincitori e la memoria storicamente rimossa degli ultimi. Per la borghesia agraria e per i notabili locali, che avevano prontamente convertito i propri secolari privilegi feudali sotto le nuove insegne del Regno d’Italia, Ninco Nanco doveva figurare unicamente come l’archetipo della ferocia, una mostruosità da catalogare e neutralizzare anche sul piano teorico mediante gli strumenti dell’antropologia criminale di matrice lombrosiana, magistralmente incarnati nelle pagine di Quirino Bianchi. Per la massa del proletariato rurale lucano, al contrario, schiacciato dalla fame ciclica e dal tradimento sistematico delle riforme demaniali, quel medesimo brigante assurse a maschera di riscossa, a strumento viscerale di una vendetta necessaria contro secoli di asservimento.
È qui che il lavoro di Romano e Zaccagnino rivela il suo pregio politico e storiografico più alto, dimostrando come lo Stato unitario, nato dall’alleanza d’interessi tra la borghesia industriale del Nord e il latifondismo parassitario del Sud, sapesse rispondere alle istanze elementari di pane e terra unicamente attraverso la repressione militare e la codificazione penale. Si puniva la mano che rubava per disperazione, ma si lasciava deliberatamente intatta la struttura economico-sociale che alimentava quella fame secolare.
Il percorso umano di Ninco Nanco, dalla miseria natia ad Avigliano fino alla scelta obbligata della macchia dopo l’esperienza del bagno penale, illustra con lucidità spietata l’assenza di qualsiasi alternativa di riscatto civile entro le maglie del consorzio borghese, trasformando il bosco nell’unico rifugio possibile e nell’unica trincea di resistenza. Particolarmente illuminante risulta la ricostruzione degli oscuri intrecci tra la manovalanza armata delle bande e la consorteria dei “galantuomini” locali: l’eccidio del delegato Pulusella al Passo del Merlo e la successiva esecuzione sommaria dello stesso Ninco Nanco ad opera del caporale Coviello non furono incidenti casuali, bensì la necessaria ed efferata eliminazione di testimoni incomodi da parte di un potere locale deciso a proteggere la propria fitta rete di manutengolismo e complicità.
Perfino la manipolazione post-mortem del cadavere del brigante, analizzata attraverso la celebre sequenza fotografica condotta nei pressi del cimitero di Potenza, svela la natura intimamente ideologica e pedagogica della violenza di Stato: la salma, ricomposta, ripulita e privata persino delle scarpe secondo un arcaico rito di espropriazione simbolica, doveva servire da trofeo e da monito per il popolo soggiogato.
Eppure, per una legge storica ineludibile, quella spettacolarizzazione della sconfitta finì per produrre l’effetto opposto, trasformando il ribelle sconfitto in un mito immortale destinato a dimorare nelle ballate dei cantastorie, nella toponomastica informale e nella memoria orale delle classi subalterne.
Valentino Romano e Leonardo Zaccagnino hanno il grande merito di restituire questa complessa architettura di relazioni sociali, sentimentali e politiche senza cedere a facili edulcorazioni o a mitizzazioni reazionarie, consegnandoci l’immagine di una guerra contadina che fu, nella sua disperata ferocia, il primo tragico tentativo delle masse meridionali di fare irruzione da protagoniste sul palcoscenico della storia nazionale.
