di Mario Garofalo

Abstract

Dopo una ricostruzione dei fatti di Isernia fra settembre e ottobre 1860, il saggio discute i limiti della categoria di “reazione borbonica” nella spiegazione della sollevazione isernina dell’autunno 1860. La fedeltà a Francesco II e l’iniziativa legittimista ne definiscono lo schieramento politico; estendere il progetto restauratore dei dirigenti all’intera mobilitazione rischia però di subordinare a esso le ragioni dei contadini. Attraverso l’inventario della processura, le pubblicazioni coeve e gli studi sul Mezzogiorno postunitario, si propone una lettura centrata sui rapporti sociali delle comunità rurali. Il ribellismo contadino è assunto come ipotesi da verificare nelle biografie degli insorti, nella scelta dei bersagli e nei conflitti precedenti. La critica riguarda il peso esplicativo attribuito alla dimensione sociale, già riconosciuta da parte della storiografia, e lo spazio di iniziativa che essa permette di ricostruire per i partecipanti.

Parole chiave: Isernia; 1860; ribellismo contadino; legittimismo; conflitti sociali.

1. Isernia fra settembre e ottobre 1860

Nell’autunno del 1860 Isernia si trovò dentro la crisi del Regno delle Due Sicilie, la monarchia governata dai Borbone che comprendeva il Mezzogiorno continentale e la Sicilia. La spedizione di Garibaldi aveva raggiunto Napoli il 7 settembre, mentre Francesco II continuava a combattere per conservare il regno. L’unificazione italiana era ancora in corso: il Regno d’Italia sarebbe stato proclamato nel marzo successivo. Nel territorio isernino, il passaggio al nuovo ordine incontrò opposizioni e si intrecciò con la guerra. Per comprenderne gli avvenimenti occorre seguire insieme il cambiamento delle autorità e l’azione degli uomini che lo sostenevano o lo contrastavano.

Il 30 settembre Isernia insorse. Nelle strade comparvero contadini armati; la mobilitazione si espresse in favore di Francesco II e colpì gli esponenti dello schieramento liberale, nel quale si collocavano i sostenitori del nuovo ordine unitario. Furono sottratte armi e munizioni, attaccate abitazioni e commesse violenze contro gli avversari. La famiglia del liberale Stefano Jadopi fu fra quelle colpite. I dirigenti favorevoli ai Borbone cercavano di ricostituire l’autorità della monarchia; la partecipazione degli uomini delle campagne apriva, dentro quella stessa lotta, il problema delle loro ragioni e aspettative.

La città passò più volte da uno schieramento all’altro. Il 4 ottobre una colonna guidata dal governatore del Molise, Nicola De Luca, entrò a Isernia e ristabilì il controllo dello schieramento unitario. Il giorno seguente, l’avanzata delle forze borboniche, accompagnate da contadini armati, costrinse la colonna a ritirarsi. Il 17 ottobre un nuovo tentativo dei volontari guidati da Francesco Nullo si concluse con una sconfitta presso Pettoranello. Il 20 ottobre l’esercito piemontese comandato da Enrico Cialdini sconfisse le forze borboniche al Macerone ed entrò a Isernia. Il controllo borbonico della città terminò così con un intervento militare[1].

Questa sequenza aiuta a distinguere la sollevazione iniziale dai combattimenti che seguirono. Nella vicenda agirono autorità locali, gruppi contadini ed eserciti con obiettivi diversi. I legittimisti, cioè i sostenitori del diritto di Francesco II a conservare il trono, disponevano di un progetto restauratore. Per comprendere la partecipazione popolare resta da chiedersi quale significato quel progetto assumesse per chi veniva dalle campagne. È su questo rapporto fra lo schieramento politico e l’esperienza dei partecipanti che si concentra il saggio.

2. I limiti della categoria di reazione

Definire la sollevazione isernina del 1860 come “reazione borbonica” significa partire dal suo schieramento politico. Quando questa definizione diventa la spiegazione dell’intera vicenda, le ragioni dei contadini rischiano di essere assorbite nel progetto dei promotori della restaurazione. Le acclamazioni a Francesco II, la ricostituzione di autorità legittimiste e l’intervento delle forze della monarchia appartengono agli avvenimenti[2]. Il problema nasce quando il significato attribuito a quei fatti dai dirigenti viene esteso a tutti i partecipanti. La bandiera riconosce una convergenza politica; comprendere perché uomini di diversa condizione la impugnassero richiede di ricostruirne le esperienze e le aspettative.

La questione riguarda il peso che le diverse motivazioni acquistano nella spiegazione. La ricostruzione richiamata nelle note riconosce già l’ostilità verso i proprietari e la possibilità del saccheggio accanto alla fedeltà al sovrano. Il saggio muove da questa pluralità e propone di approfondirne il radicamento locale: quali rapporti univano i partecipanti ai notabili, quali controversie li dividevano dagli avversari, quali aspettative accompagnavano l’adesione alla causa borbonica. La critica alla categoria di reazione riguarda quindi la sua sufficienza esplicativa. Lo schieramento dinastico chiarisce da quale parte si combattesse; le relazioni sociali possono aiutare a comprendere perché si entrasse nella lotta.

Il ribellismo contadino viene qui proposto come punto di partenza per questa ricostruzione. La tesi è che tensioni maturate nel mondo rurale potessero trovare nella causa borbonica una forma politica entro la quale esprimersi. I partecipanti entrano così nell’analisi come soggetti capaci di scegliere e di individuare avversari, dentro condizioni che limitavano le loro possibilità. La verifica passa dalle persone agli episodi: chi raggiunse Isernia, quali legami lo univano agli altri insorti, contro chi agì. La presenza contadina apre il problema; il rapporto fra le azioni e i conflitti locali deve mostrarne il contenuto sociale.

3. Il processo e le pubblicazioni coeve

Della sollevazione rimane una vasta traccia giudiziaria. Presso l’Archivio di Stato di Caserta è conservata la processura, cioè l’insieme degli atti del procedimento giudiziario, che l’inventario descrive in ottantatré fascicoli e circa trentacinque istruttorie, relative agli avvenimenti isernini e a fatti successivi. Il procedimento è identificato dal numero 154 del Registro generale della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere e dai fasci originari 133 e 134[3]. Dietro queste indicazioni si trova il materiale necessario a ricostruire episodi, responsabilità e testimonianze. Qui se ne utilizza la descrizione inventariale; l’esame degli atti resta indispensabile per passare dal quadro del procedimento alla storia dei singoli partecipanti.

Le carte del processo entrarono presto anche nella discussione pubblica. Fra il 1861 e il 1864 furono pubblicati opuscoli sulla sollevazione, risposte polemiche e una confutazione accompagnata da un’epitome, cioè da una sintesi del materiale processuale[4]. La vicenda continuava così a essere contesa anche dopo gli scontri. Una deposizione veniva scelta, estratta dal suo contesto e inserita in un argomento rivolto contro gli avversari. Queste pubblicazioni permettono di seguire tanto gli avvenimenti quanto il modo in cui furono raccontati; la loro lettura richiede di distinguere la testimonianza riportata dall’uso che ne faceva chi la pubblicava.

I contatti con Gaeta, sede del governo borbonico, emergono da queste testimonianze. Una deposizione attribuisce a Gennaro De Lellis contatti con il governo borbonico dopo il 7 settembre; un’altra richiama una lettera proveniente da Gaeta fra le notizie che precedettero la sollevazione[5]. Sono indizi importanti per comprendere l’organizzazione legittimista e la circolazione delle informazioni. Il loro valore cambia però secondo ciò che il testimone aveva visto o appreso da altri. Per ricostruire quei collegamenti occorre seguire la provenienza delle notizie e confrontarle con riscontri indipendenti.

4. I contadini nella sollevazione

Le ricostruzioni della sollevazione restituiscono la presenza di contadini armati anche nella narrazione di parte borbonica, che la inserisce nel racconto della fedeltà alla monarchia[6]. Per la lettura qui proposta, quel dato pone una domanda sull’esperienza di chi partecipava. La stessa acclamazione poteva avere significati diversi per il notabile impegnato nella restaurazione e per l’uomo delle campagne. Il racconto dei dirigenti illumina il progetto politico; per avvicinarsi alle aspettative contadine occorre cercare altre tracce, nei bersagli della violenza e nei rapporti che univano o dividevano i partecipanti.

Il 30 settembre, nelle strade di Isernia, una ricostruzione recente registra “centinaia di contadini”. Descrive inoltre i capipopolo come intermediari fra i notabili legittimisti e i partecipanti, riconoscendo nella mobilitazione ragioni differenti, dalla fedeltà al sovrano all’ostilità verso i proprietari e alla possibilità del saccheggio[7]. È una presenza che merita di essere seguita oltre il numero. La mediazione dei capipopolo mostra un collegamento fra gruppi diversi; resta da comprendere come quel collegamento si costruisse e quali aspettative raccogliesse. La varietà delle motivazioni invita a ricostruire i legami locali, dando un nome agli uomini che agirono e agli avversari che scelsero.

La crisi del mondo rurale costituisce il contesto nel quale porre queste domande. La storia delle mobilitazioni postunitarie consente di leggere insieme la questione sociale, l’iniziativa politica e le risposte repressive[8]. Per Isernia, ciò significa interrogare il rapporto fra l’ingresso dei contadini nella rivolta e le condizioni entro le quali vivevano. Le vicende successive offrono termini di confronto, mentre le continuità vanno cercate nelle persone e nei conflitti. Seguire un uomo attraverso esperienze diverse permette di capire se una tensione persistesse, se mutassero i suoi alleati o se cambiasse il significato attribuito alla lotta.

Le biografie riportano così l’indagine al lavoro e ai rapporti con la proprietà, alle famiglie e alle reti attraverso le quali una mobilitazione diventava possibile. Questi legami aiutano a comprendere le scelte dei partecipanti e il percorso che poteva condurre un contadino a essere definito in termini politici o criminali. Anche le donne devono entrare in questa ricostruzione come soggetti dell’azione e delle relazioni che la sostenevano[9]. Per il caso isernino, il loro ruolo va accertato nelle fonti. Cercarlo significa allargare l’osservazione oltre i dirigenti e gli uomini armati, verso la comunità nella quale la rivolta prendeva forma. 

5. Proprietari e bersagli della violenza

La sera del 30 settembre furono sottratti fucili e munizioni “in danno di molti proprietari”, secondo la descrizione di uno dei procedimenti nell’inventario casertano[10]. L’episodio porta l’indagine dalle acclamazioni al sovrano alle case colpite e ai beni sottratti. Le armi potevano servire a sostenere la rivolta; la scelta delle abitazioni poteva risentire anche di ostilità precedenti. La qualifica di proprietari segnala la posizione sociale delle persone danneggiate, mentre la ragione dell’attacco rimane da accertare. Per comprenderla occorre identificare gli autori, le vittime e i loro rapporti. È in questo passaggio concreto, dal bene sottratto alla relazione fra le persone, che la lettura sociale può acquistare forza.

La violenza contro la famiglia Jadopi pone un problema analogo. La posizione liberale di Stefano Jadopi colloca la famiglia fra gli avversari politici della sollevazione[11]. Per comprendere se quell’ostilità raccogliesse anche conflitti maturati in precedenza, bisogna conoscere il ruolo economico della famiglia e i suoi rapporti con le comunità. Le accuse di usurpazione demaniale presenti in ricostruzioni successive richiedono riscontri nelle carte amministrative, giudiziarie e patrimoniali. Il demanio comprendeva beni pubblici sui quali le comunità potevano esercitare diritti d’uso. Le controversie intorno a quei beni costituiscono un terreno da indagare; le accuse rivolte alla famiglia restano da verificare.

Un proprietario che aderiva al nuovo ordine poteva restare, agli occhi degli uomini delle campagne, la persona con la quale si erano già confrontati per ragioni economiche o amministrative. Nel potere locale potevano inoltre sovrapporsi incarichi amministrativi e ruoli nella Guardia nazionale, la milizia cittadina incaricata di contribuire alla tutela dell’ordine pubblico. La sua appartenenza liberale aggiungeva un significato politico a una posizione sociale conosciuta. Per stabilire se questo rapporto orientasse la violenza occorre ricostruire le relazioni fra chi colpiva e chi veniva colpito. Una controversia precedente, la contrapposizione fra schieramenti o l’occasione del saccheggio potevano incidere in modi diversi. La lettura sociale deve spiegare queste differenze, seguendo come la rivolta si sviluppava e quali finalità acquistava nei singoli episodi.

6. Forma politica e autonomia rurale

La causa borbonica offriva nel 1860 un linguaggio riconoscibile e una monarchia ancora in lotta, con collegamenti utili all’organizzazione della sollevazione. Gli uomini delle campagne vi entravano attraverso l’esperienza dei paesi e dei rapporti locali. La fedeltà dinastica poteva essere sincera e, insieme, raccogliere aspettative rivolte alla propria condizione. Per un dirigente legittimista, il ritorno di Francesco II riguardava anzitutto la restaurazione dell’autorità monarchica. Per un contadino poteva assumere significato anche in relazione a chi esercitava il potere nel suo territorio. Ricostruire questa relazione permette di comprendere come un progetto dinastico potesse incontrare un conflitto sociale.

L’autonomia rurale va cercata nelle scelte compiute dentro quell’incontro. Un contadino poteva aderire a una parola d’ordine condivisa e agire secondo ragioni legate alla propria esperienza; poteva seguire un capo e attribuire alla lotta aspettative che il capo stesso non esauriva. Riconoscere tale possibilità restituisce alla partecipazione una dimensione politica, senza presumere una coscienza di classe compiuta. Il ribellismo contadino indica qui un’azione radicata nei rapporti sociali, della quale occorre ricostruire obiettivi e limiti. Il linguaggio borbonico appartiene a questa storia; il suo significato si chiarisce seguendo l’uso che ne fecero i partecipanti.

La storia delle comunità consente poi di interrogare il passaggio dalla sollevazione alle forme di lotta successive. Dove le carte permettono di seguire una persona dal 1860 al sostegno alle bande, possono emergere legami che durano o conflitti che assumono una forma diversa. Le denominazioni amministrative cambiano secondo l’azione perseguita e l’ufficio che la registra. La ricostruzione dei rapporti fra paese e gruppi armati può invece mostrare come le esperienze si connettessero. Gli studi sul Mezzogiorno postunitario offrono un riferimento per questa lettura; la documentazione locale deve stabilire quali connessioni siano effettivamente riconoscibili a Isernia.

7. La verifica della tesi

La verifica comincia dai nomi. Ricostruire le biografie degli imputati e dei testimoni, i loro mestieri e i luoghi di provenienza permetterà di dare un profilo sociale alla popolazione coinvolta. Questo lavoro, che in termini storiografici si definisce prosopografico, deve tenere conto di come si formò il gruppo degli imputati. Arresti e denunce dipendevano anche dalla disponibilità di testimoni e dalle scelte dell’indagine. La popolazione processata rappresenta quindi una parte dei partecipanti. La presenza contadina va misurata confrontandola con la struttura sociale dei luoghi dai quali provenivano gli insorti.

Dai nomi occorre poi tornare agli episodi. Per ogni attacco, la sequenza degli avvenimenti e l’identificazione dei beni colpiti permettono di confrontare le deposizioni con eventuali controversie precedenti. I catasti, gli atti comunali e la documentazione sui demani possono chiarire le posizioni economiche delle persone coinvolte. Allo stesso tempo, i collegamenti con Gaeta, la circolazione degli ordini e i finanziamenti aiutano a ricostruire il peso della direzione legittimista. Il confronto fra questi materiali consentirà di valutare gli spazi di azione delle comunità dentro una mobilitazione sostenuta anche dall’iniziativa politica e militare borbonica.

Il corpus giudiziario e le ricostruzioni della sollevazione offrono dunque due punti di partenza: la presenza rurale e la varietà delle motivazioni popolari. Per stabilire il peso delle tensioni sociali, occorre collegare i partecipanti ai bersagli e ai conflitti precedenti. In questo rapporto, ricostruito caso per caso, la tesi del ribellismo contadino può trovare la propria dimostrazione.

8. Conclusioni

La categoria di “reazione borbonica” identifica lo schieramento dinastico e il progetto dei dirigenti. Le ragioni della partecipazione contadina richiedono una ricostruzione propria. Il riconoscimento di motivazioni sociali acquista forza esplicativa quando viene collegato alle persone e agli avvenimenti. Il ribellismo contadino orienta questa ricerca verso le condizioni materiali e i rapporti locali, per comprendere il ruolo dei partecipanti nella sollevazione.

La tesi sostenuta è che la partecipazione contadina alla sollevazione di Isernia richieda di indagare il peso delle tensioni sociali accanto alla fedeltà dinastica. Il ribellismo contadino offre una chiave per leggere questo intreccio, la cui consistenza va verificata nei rapporti fra gli insorti, i bersagli e i conflitti precedenti. Le evidenze richiamate documentano una presenza rurale e una pluralità di motivazioni; lasciano aperta la misura dell’autonomia dei partecipanti e dell’incidenza delle loro aspettative. Restituire agli uomini delle campagne un posto nella storia del 1860 significa seguire le loro azioni, riconoscendone le ragioni dove le fonti permettono di ricostruirle.

Fonti archivistiche e strumenti di ricerca

Archivio di Stato di Caserta, Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, processura sulla reazione di Isernia, reg. gen. n. 154, già fasci 133-134; descrizione in “Processi politici e di brigantaggio”, inventario analitico, scheda “Reazione di Isernia”. Corpus da consultare sistematicamente.

Fonti a stampa

Anonimo [attribuito a S. Jadopi], La reazione avvenuta nel Distretto d’Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Stamperia Nazionale, Napoli 1861.

Anonimo [attribuito a S. Jadopi], Risposte ai fatti narrati da V. M. Briamonte e F. Marulli sulla reazione avvenuta in Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Tipografia Eredi Botta, Torino 1862.

Anonimo [attribuito a S. Jadopi], La quistione d’Isernia sui movimenti popolari (30 settembre e 5 ottobre 1860) confutata, con epitome processuale, Tipografia Eredi Botta, Torino 1864.

  1. de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, vol. II, s.n., Trieste 1868.

Studi e raccolte documentarie

  1. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano 1964.
  2. Pinto, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, Laterza, Roma-Bari 2019.
  3. Romano, Brigantesse. Donne guerrigliere contro la conquista del Sud (1860-1870), Controcorrente, Napoli 2007.
  4. Romano, Nacquero contadini, morirono briganti. Storie del Sud dopo l’Unità dimenticate negli archivi, Capone Editore, Cavallino 2010.
  5. Venditti, Isernia al cadere de’ Borboni. Fatti di rivoluzione e reazione nell’autunno del 1860, edizione digitale, s.l. 2011 (“I Quaderni digitali”).
  6. Venditti (a cura di), Antologia della reazione. I fatti dell’autunno 1860 narrati a più voci, edizione digitale, s.l., settembre 2010 (“I Quaderni digitali”), https://www.gennarotrivisonno.it/wordpress/wp-content/uploads/2018/11/Antologia-della-Reazione.pdf (consultato il 3 ottobre 2026).

[1] G. Venditti (a cura di), Antologia della reazione. I fatti dell’autunno 1860 narrati a più voci, edizione digitale, s.l., settembre 2010 (“I Quaderni digitali”), pp. 5-55, https://www.gennarotrivisonno.it/wordpress/wp-content/uploads/2018/11/Antologia-della-Reazione.pdf (consultato il 3 ottobre 2026). La sintesi segue la sequenza degli avvenimenti e i brani raccolti nel volume; gli originali delle testimonianze riprodotte non sono stati consultati.

[2] C. Pinto, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, Laterza, Roma-Bari 2019, cap. 3, “La guerra irregolare legittimista”; il passo su Isernia è consultabile nell’estratto pubblicato dall’editore: https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858135310 (consultato il 3 ottobre 2026). La ricostruzione riconosce anche motivazioni sociali differenti nella mobilitazione isernina, riprese nel paragrafo 4 e nella nota 7. Il confronto riguarda il loro peso esplicativo e il rapporto con la direzione legittimista; la critica alla sufficienza della categoria di reazione è qui proposta come problema metodologico, senza attribuire all’opera una lettura esclusivamente dinastica.

[3] Archivio di Stato di Caserta, Processi politici e di brigantaggio, inventario analitico, scheda “Reazione di Isernia”, scheda n. 95, bb. 93-103, fascicoli 1-83 (pagine 63-67 del file PDF), complesso della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, reg. gen. n. 154, già fasci 133-134. Si rinvia alla descrizione inventariale, senza attestare una consultazione diretta della processura: https://ascaserta.cultura.gov.it/fileadmin/risorse/PATRIMONIO_DOCUMENTARIO/PROCESSI_POLITICI_E_DI_BRIGANTAGGIO_dettagli.pdf (consultato il 3 ottobre 2026).

[4] Anonimo [attribuito a S. Jadopi], La reazione avvenuta nel Distretto d’Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Stamperia Nazionale, Napoli 1861; Id., Risposte ai fatti narrati da V. M. Briamonte e F. Marulli sulla reazione avvenuta in Isernia dal 30 settembre al 20 ottobre 1860, Tipografia Eredi Botta, Torino 1862; Id., La quistione d’Isernia sui movimenti popolari (30 settembre e 5 ottobre 1860) confutata, con epitome processuale, Tipografia Eredi Botta, Torino 1864. Le attribuzioni sono riportate come bibliografiche; per la ricostruzione del corpus e degli avvenimenti, G. Venditti, Isernia al cadere de’ Borboni. Fatti di rivoluzione e reazione nell’autunno del 1860, edizione digitale, s.l. 2011 (“I Quaderni digitali”). Per le Risposte la bibliografia successiva indica il 1862, mentre la scheda manoscritta del catalogo storico della Biblioteca nazionale di Napoli sembra riportare il 1861 (ICCU, immagine 364137). La data resta da verificare sul frontespizio. L’attribuzione a Jadopi e la trascrizione dei titoli dei tre opuscoli richiedono il controllo degli originali.

[5] Anonimo [attribuito a S. Jadopi], La quistione d’Isernia, cit., epitome processuale, pp. 59 e 72, deposizioni di Giacomo Venditti e Luigi del Gaudio, riprodotte nell’Antologia della reazione curata da Gabriele Venditti, cit., p. 9: https://www.gennarotrivisonno.it/wordpress/wp-content/uploads/2018/11/Antologia-della-Reazione.pdf. Citazione indiretta; originale non consultato.

[6] G. de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, vol. II, s.n., Trieste 1868, p. 283, passo riprodotto nell’Antologia della reazione, cit. Riproduzione consultata: G. Venditti, Antologia, cit., p. 8; originale del 1868 non consultato.

[7] C. Pinto, La guerra per il Mezzogiorno, cit., cap. 3, estratto editoriale cit. La formula “centinaia di contadini” appartiene al testo dell’autore; non si indica una pagina dell’edizione cartacea non verificata.

[8] F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano 1964. Il rinvio concerne il quadro storiografico generale dell’opera, non un passo specifico su Isernia.

[9] V. Romano, Nacquero contadini, morirono briganti. Storie del Sud dopo l’Unità dimenticate negli archivi, Capone Editore, Cavallino 2010; Id., Brigantesse. Donne guerrigliere contro la conquista del Sud (1860-1870), Controcorrente, Napoli 2007. I volumi sono richiamati per l’orientamento della ricerca, senza attribuire loro una dimostrazione specifica della tesi su Isernia.

[10] Archivio di Stato di Caserta, Processi politici e di brigantaggio, cit., scheda “Reazione di Isernia”, descrizione dei procedimenti relativi alla sera del 30 settembre 1860. L’espressione citata proviene dall’inventario; la motivazione sociale del furto rimane da accertare negli atti.

[11] G. Venditti, Isernia al cadere de’ Borboni, cit., pp. 25-44, richiamate anche da C. Pinto, La guerra per il Mezzogiorno, cit., nell’estratto editoriale. Il rinvio riguarda il contesto della mobilitazione e dei suoi protagonisti; non certifica un’accusa di usurpazione demaniale.

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