di Ciro Esposito

Il ciclone “Harry”, che ha imperversato su buona parte dell’Italia meridionale, lasciando tutti con il fiato sospeso e provocando danni ingenti in Sardegna, Calabria e Sicilia, è stato praticamente ignorato dai media e dalla politica nazionali. Eventi meteo estremi lontani, in altri continenti, hanno paradossalmente avuto una copertura mediatica maggiore.

Alla scomparsa della spiaggia del Poetto a Cagliari è stata dedicata meno attenzione che agli occhiali indossati dal Presidente francese Macron alla Conferenza di Davos. Un’interruzione ferroviaria per lavori programmati al cavalcavia di Ponte al Pino a Firenze, nella scaletta dei telegiornali era più in alto che l’intera emergenza climatica in Sardegna e nel Sud.

Eppure, la “notizia” c’era tutta, comprensiva di foto e immagini che avrebbero bucato lo schermo e che sono state viste grazie al “passaparola” degli smartphone, dei social network e alla copertura della stampa locale: i binari sospesi sul mare della tratta ferroviaria Catania-Messina, Marzamemi invasa dall’acqua dopo la mareggiata o l’onda di 16 metri, la più alta di sempre nel Mar Mediterraneo, sono state perlopiù ignorate dalle prime pagine stampate e televisive.

Infrastrutture distrutte, strade danneggiate, case allagate e attività economiche e produttive spazzate via non sono state sufficienti a suscitare l’attenzione della politica, dei media, dell’opinione pubblica.

Solo oggi, lunedì 26 gennaio, mentre scrivo questo articolo, il Governo ha trovato il tempo per dichiarare lo stato d’emergenza nazionale per le tre regioni devastate dal ciclone che si è abbattuto su di esse dal 18 gennaio: stanziati cento milioni di euro, la ventesima parte dei danni accertati finora.

Non si è trattato di una catastrofe improvvisa, “Harry” si era annunciato e i metereologi sono riusciti ad allertare in tempo le istituzioni. L’assenza di vittime è stata dovuta alla proficua collaborazione tra scienziati, istituzioni e associazioni di volontariato: una buona notizia che paradossalmente è diventata una “non notizia”, così come per noi non è una notizia, ma anzi una conferma, la rimozione dalla coscienza pubblica nazionale di quel che accade a sud di Napoli. La sua minore incidenza economica declassa il Mezzogiorno ad appendice; i suoi cittadini godono di una minore considerazione rispetto agli altri.

Questi eventi estremi si ripeteranno, sono una manifestazione del cambiamento climatico in corso.Il metereologo Federico Grazzini, in proposito, è stato molto chiaro:

Il Mar Mediterraneo sta vivendo un’ondata di calore continua dalla fine del 2022 a oggi. La temperatura del mare si è scaldata anche in profondità e viene poi ceduta ai sistemi metereologici quando questi si formano, determinando l’intensificazione di tutti i fenomeni, dalle piogge al vento”.

La politica dovrebbe dare una risposta di sistema ad “Harry” e agli eventi che lo seguiranno, agendo contestualmente su più fronti, fermando l’innalzamento delle temperature e riadattando i territori al cambiamento climatico.

Bisogna agire sulla cementificazione delle coste, oggi paghiamo decenni di incentivazione all’abusivismo edilizio. Inoltre, occorre investire nella cura del territorio: il “Ponte sullo Stretto”, che non si farà, avrebbe comunque unito territori nei quali non sono programmati investimenti all’altezza dell’opera. Infine, sarebbe necessario fermare lo spopolamento delle aree interne, ma anche in questo caso, il Governo procede nella direzione opposta, assumendo nei loro confronti l’unico impegno di assisterle nel loro “percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”, in altri termini, un accompagnamento alla morte.

 

 

 

 

 

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