di Antonio Salvati

Inutile negarlo. In Europa continua ad essere assai diffuso un approccio storiografico che pone l’Europa al centro della narrazione storica, interpretando lo sviluppo mondiale come un’estensione o un riflesso della civiltà occidentale. Malgrado non pochi storici ed analisti europei attraverso i loro studi invitano a ridimensionare le narrative occidentali ed assumere il punto di vista dei popoli del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Africa per ripercorrere la storia del mondo.

Dario Fabbri sostiene da tempo – e soprattutto nel suo libro Il destino dei popoli (Gribaudo 2025 pp. 176 € 18) in cui analizza il ruolo centrale delle collettività nella storia, spesso trascurato dall’Occidente – che guardare ai popoli impone il rovesciamento del punto di vista. Ossia, «accettare che l’umanità esista in infiniti rivoli, spesso non comunicanti, vicendevolmente ignoti». Esercizio particolarmente faticoso per noialtri occidentali, specie europei, «da secoli persuasi che il resto dei bipedi voglia vivere come quaggiù». Pregiudizio quotidianamente impartito, più o meno implicitamente, in ogni nostra scuola o università. Semplice il sillogismo: «la democrazia è la migliore forma di governo, dunque, potesse scegliere, ogni umano vorrebbe imitarla. Sentenza apparentemente ragionevole, ma che tradisce una drammatica incomprensione del pianeta; corretta è soltanto nella parte iniziale».

La grande maggioranza degli umani, forse sette miliardi di non occidentali, «disprezza aspirazioni e pretese dei singoli, telaio dottrinale di ogni democrazia, mentre ritiene più nobile l’affermazione della collettività, ragiona soltanto in dimensione estesa». Potremmo dire che il mondo sopravvive anche in assenza di un ombelico antropologico. Vi sono centri geopolitici, imperiali, economici, ma nessun popolo può dirsi alfiere dell’umanità. Una cosa è dominare il mondo, altra è credersi il centro di gravità altrui.

L’aggressione all’Iran, tra le diverse cose, ha nuovamente messo in rilievo un’ampia incomprensione

di lungo periodo nei confronti dello spazio storico islamico in generale,dell’area linguistica persiana al suo interno e dell’Iran come Stato in particolare. Un’errata percezione, assai diffusa, continua a considerare l’Iran un paese arabo. Che l’Iran non è un paese arabo dovrebbe essere una dei fondamenti per qualsiasi ragionamento su questo paese.

Su questa pervasiva miopia un esempio emblematico è quello degli Afghani, confinanti con gli Iraniani. All’inizio di questo millennio, per vent’anni (2001-2021) gli Americani vollero introdurre gli Afghani alla democrazia. E per vent’anni mai s’accorsero che semplicemente gli Afghani non esistono. La popolazione locale è di etnia pashtun, hazara, tagika, uzbeka, araba, turcomanna, baloci, nuristani, quindi essenzialmente iranica, altaica, semitica. Non afghana.

Lucio Caracciolo – ricordando una battuta di Mark Twain secondo la quale gli americani fanno la guerra per imparare la geografia – sostiene che gli americani continuano a fare guerre senza apprendere. L’Iran non è il Venezuela. Pertanto, come si può pensare di sconfiggere un paese dalle enormi dimensioni geografiche come l’Iran? La superficie dell’Iran è più della superficie di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Paesi Bassi. Un paese abbastanza impervio, con zone desertiche, uno spazio immenso che va dal Caspio al Golfo Persico. 

In Italia, malgrado la presenza di una diaspora iraniana discretamente numerosa, la non irrilevante produzione soprattutto in campo cinematografico e la crescente pur se ancora limitataattività editoriale di traduzione di letteratura persiana, permane una scarsa conoscenza del mondo iraniano.

Anche in questo senso, è davvero difficile affermare che l’Occidente nel suo complesso conoscala Storia, la propria e quella degli altri. Come ha osservato Marco Lauri, docente di Islamistica, la percezione pubblica dell’Iran in Occidente e in particolare in Italia appare segnata da una intensa dicotomia tra due immaginari in contrasto. Da una parte, «un’antichità distante e fiabesca, fatta di palazzi, principi, tappeti,dell’impressione di un passato senza profondità o vera trasformazione: una

cartolina senza storia». Dall’altra, le immagini, ugualmente prive di storia, «di unpaese arretrato e oppresso, segnato dalla mancanza di modernità, dal dispotismo monarchico, poi dal fanatismo islamico dei pasdaran che lo funesta con la tirannide religiosa del regime degli ayatollah, particolarmente feroce verso le donne. Equesto sebbene sia l’autocrazia dei Pahlavi sia la Repubblica Islamica siano, in fondo, fenomeni della modernità».

In Italia, la rappresentazione negativa dell’islam, delle sue masse fanatiche e arretrate, delle sue società radicalmente incompatibili con modernità, democrazia, libertà, sviluppo, è assai radicata e supportata da decine di articoli, pubblicazioni, trasmissioni televisive. Molti ricordano l’enorme risonanza degli scritti di Oriana Fallaci, acominciare dal suo ben noto articolo La rabbia e l’orgoglio apparso sul Corrieredella Sera nell’autunno 2001.

E anche la celebre risposta di Tiziano Terzani a Oriana Fallaci, pubblicata sul Corriere della Sera nell’ottobre 2001: una lettera aperta che invitava alla calma, alla comprensione e al rifiuto della violenza dopo i fatti dell’11 settembre. Terzani contesta l’invito all’odio e alla “crociata” della Fallaci, proponendo il dialogo, l’analisi delle cause e la responsabilità etica contro l’intolleranza.

In questo clima, distinzioni anche elementari come quella tra musulmani sciiti (la tradizione largamente preponderante in Iran) e sunniti, arabi e non arabi, tra levariegate identità e opzioni sociali e politiche che attraversano tutte le società musulmane, quella iraniana inclusa, finiscono spesso relegate sullo sfondo o completamentedimenticate.

Dopo gli attacchi terroristici di al-Qå‘ida dell’11 settembre 2001, le diffuse rappresentazioni ostili della religione musulmana e delle comunità che la praticano diventa preponderante nel discorso pubblico in Europa e in Nord America(e non solo). In realtà, la Repubblica Islamica dell’Iran era in completa opposizione, ancheideologica, rispetto all’organizzazione guidata da Osama bin Laden, e parimentinemica dell’Iraq baathista di Saddam Hussein. Questo non ha impedito alla retorica dell’amministrazione Bush di confondere queste tre realtà in un «asse del Male» ostile all’America definito su base etica.

Il petrolio in Iran conta molto e durante l’attuale conflitto l’Iran ha continuato a esportarlo – specie in Cina – al ritmo diquasi tre milioni di barili al giorno, generando introiti che vanno soprattuttoai pasdaran. Tuttavia, due miliardi di dollari circa – ricorda Caracciolo – provengono ogni mese dall’export di metalli, prodotti chimici e alimenti. È un sistemache, «malgrado le macroscopiche disfunzioni, ha tesaurizzato laspinta modernizzatrice degli anni Sessanta e Settanta, mettendo la baseindustriale eretta dalla monarchia Pahlavi al servizio della rivoluzione».

In altri termini, la Repubblica Islamica è apparsa insomma economicamente attrezzata alla guerra, pur pagando evidentemente un prezzo altissimo. Lo Stato iraniano – sviante per Caracciolo ridurlo al regime – ha gestito fin qui con relativo successo i tentativi di decapitazione israelo-americani, «riorganizzando rapidamente la catena di comando e controllo grazie a piani pronti da decenni ma perfezionati di recente studiando le tattiche impiegate da Washington e da Gerusalemme contro i suoi agenti di prossimità».

Credere, come appare aver fatto l’amministrazione Trump, che l’eliminazione della Guida suprema, il vertice religioso del sistema, potesse portare a unavittoria per «decapitazione» sembra riflettere una percezione incredibilmente semplicistica della società, delle strutture politiche, della storia dell’Iran, appiattita sucodici dicotomici di alterità e arretratezza.

Washington sta facendo – ha osservato giustamente Caracciolo – a sé stessa ciò che volevafare a Teheran. E si sta rivelando ciò che credeva fosse l’Iran: una «tigredi carta» (Trump) assolutamente «incapace di ragionare» (Rubio). Sicché «alla Casa Bianca ci si affida alle preghiere. Dall’esportazione della democrazia all’importazione della teocrazia?». Diverse fonti attestano che gli americani hanno in parte svuotato i loro arsenali e presto potrebbero trovarsi senza missili balistici

di precisione né sistemi capaci di intercettare i proiettili iraniani. Avrebbero lanciato più di850 missili Tomahawk, quasi un quarto delle scorte disponibili. Sistemicome i Patriot, costosissimi e non rimpiazzabili nell’immediato. Qualcuno ha affermato che gli americanistanno «sparando senza pensare». L’assenza di strategia rende incapace di sconfiggere il nemico e puredi controllare l’alleato.

Per usare le parole di Caracciolo, in geopolitica come nella vita, se non sai cosavuoi finisci per fare quello che vogliono gli altri. Questa guerra del Golfo conferma che l’Americapost-egemonica e in deficit di statualità non è neppure la superpotenzamilitare che ha sempre creduto di essere. Sono già all’orizzonte la crisi dello Stato, la finedell’egemonia, l’impossibilità del dominio.

E l’Italia? Brilla per la sua mancanza di un punto di vista sul mondo. Anche quando la guerra investe l’accesso alle grandi rotte commerciali ed energetiche da cui dipendiamo. «Non condividiamo né condanniamo» e continuiamo a congedarci dalla realtà per dedicarci ad un ridicolo teatro domestico che tutto riduce alle polemiche nostrane.

 

 

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