di Ferdinando Di dato
Abstract
Dopo l’unificazione italiana, tra il 1866 e il 1880, prima della grande crisi, l’agricoltura conobbe una fase di crescita significativa, sostenuta dallo sviluppo delle ferrovie e dall’espansione del commercio internazionale. Aumentarono le esportazioni di prodotti agricoli, mentre diminuì l’importazione di grano, rendendo l’agricoltura il principale settore economico del paese. Tuttavia, questo sviluppo non fu accompagnato da un reale rinnovamento strutturale: le tecniche produttive rimasero arretrate, i contratti agrari tradizionali e le condizioni dei contadini precarie, come evidenziato dall’inchiesta Jacini.
Il quadro agricolo italiano risultava fortemente differenziato: il Nord era più avanzato e orientato verso forme capitalistiche; il Centro era caratterizzato dalla mezzadria, sistema relativamente stabile ma poco produttivo; il Sud presentava un’agricoltura arretrata, dominata dal latifondo e da condizioni di estrema povertà. Le disuguaglianze sociali e territoriali, aggravate dalle politiche postunitarie, favorirono l’emigrazione di massa, soprattutto dal Mezzogiorno. Nel complesso, lo sviluppo agricolo italiano rimase limitato, basato più sull’espansione delle terre coltivate e sull’impiego di manodopera che su innovazione e investimenti.
Parole chiave: economia, agricoltura, capitalismo, emigrazione e inchieste agrarie.
Dopo l’unificazione, soprattutto dal 1866 al 1875, la produzione agricola italiana ebbe un incremento abbastanza consistente che continuò, sia pure con minore intensità, fino al 1880. Il commercio con l’estero aumentò rapidamente, trascinando dietro di sé l’esportazione di alcuni prodotti (agrumi, frutta secca, vino, olio d’oliva, canapa, seta greggia, bestiame) ma nello stesso tempo diminuì l’importazione del frumento. Non va sottovalutato, in questo momento storico per l’Italia, il ruolo giocato dalla ferrovia che, insieme ad alcuni provvedimenti, contribuì alla formazione di un mercato unitario collegato con il commercio internazionale, creando così le premesse per le produzioni specializzate, destinate alle esportazioni. L’aumento della produzione agricola rappresentò la voce attiva più importante della bilancia commerciale italiana e del resto l’agricoltura rimaneva, e sarebbe a lungo rimasta, il settore più importante del paese. Questo trend positivo non fu un fatto nuovo, ma una ripresa di una precedente tendenza all’accrescimento della produzione, interrotta tra il 1855 e il 1865 da una crisi piuttosto grave, causata dalla diffusione dell’oidiume dalla fillossera, che colpirono la viticoltura in molte regioni; dalla pebrina, che danneggiò la bachicoltura; dalle temporanee conseguenze negative dei rivolgimenti politici del 1859-60 e dal brigantaggio meridionale.
Va, però, ricordato che non vi furono consistenti miglioramenti e modifiche nell’agricoltura italiana[1], per quanto riguardava le tecniche produttive, i tipi di contratti agrari[2] e le condizioni dei contadini[3]. Di fatto, le numerose inchieste parlamentari sulle condizioni dell’agricoltura e dei contadini, compiute tra il 1874 e il 1884, confermano questo quadro generale[4]. Ricordiamo l’inchiesta Jacini, deliberata dal Parlamento del 1879, la quale nel Proemio sosteneva che:
Nessun altro Paese dell’Europa occidentale presenta una parte aliquota così estesa di spazi improduttivi 5.600.000 circa sopra una superficie totale di ettari 29.600.00 e dei rimanenti 24.000.000 di ettari la denomina di terra produttiva è, per una metà almeno, un modo di dire piuttosto che una realtà. La media produzione del frumento è di 11 ettolitri per ettaro in Italia mentre ascende in Inghilterra a 32 ettolitri, a 22 in Olanda, a 20 in Belgio, a 15 in Francia, a 23 nell’Impero Germanico, paesi tutti verso i quali, dal più al meno, il sole si mostra cotanto avaro. L’Italia con una popolazione di tre quarti della popolazione francese e una superficie di più che la metà di quella della Francia, produce per tre miliardi di annue derrate agricole, mentre quella nazione ne produce dodici miliardi[5].
Il conte Jacini attribuiva la scarsa produttività dell’agricoltura italiana all’arretratezza dei sistemi di coltivazione, alla miseria dei contadini, all’eccessivo peso delle imposte e dei debiti che gravavano sui proprietari. Il Conte sosteneva fortemente che
«la scarsa produttività delle campagne era dovuta alla naturale povertà del paese, aggravata nei tempi passati dall’incuria dei governi e dai disboscamenti, che avevano favorito una larga diffusione delle paludi e della malaria e compiacendosi […] dei progressi compiuti nei tempi più vicini in varie regioni, dalle colture specializzate e dall’allevamento del bestiame»[6].
L’insediamento della popolazione e gli ordinamenti colturali, «sembravano abbastanza nettamente distinguere tre Italie: quella settentrionale che per alcuni suoi caratteri specifici meglio sarebbe definire padana; quella centrale e infine quella meridionale e delle isole»[7].
L’Italia centrale era la regione più omogenea, per la prevalenza dell’appoderamento mezzadrile. Difatti,
«la distribuzione della maggioranza della popolazione in piccoli nuclei inferiori a 500 abitanti e soprattutto in case sparse si accompagnava alla frequenza di veri e propri centri cittadini. Il modello era esaltato, soprattutto da chi preferiva la conservazione di equilibri sociali consolidati, nel rispetto di sicure e talora illuminanti forme di possidenza fondiaria alleate e confuse, da una parte con tradizioni nobiliari e aristocratiche, dall’altra con prudenti iniziative di mercanti cittadini in un orizzonte precapitalistico»[8].
Non a caso Marx giudicava la mezzadria, tipica di queste zone, come una forma di transizione dalle forme precapitalistiche della rendita fondiaria alla rendita capitalistica, anche se, nello stesso tempo, ne evidenziava i limiti; infatti, nell’Italia centrale, essa aveva “cristallizzato e fissato i rapporti di produzione di un’epoca in cui il capitale appena incominciava a differenziarsi dal seno della società feudale”[9]. Questa tipologia di contratto era diffusa anche in altre regioni d’Italia, come in quella meridionale, ma con le dovute differenze: mentre nell’Italia centrale tra famiglia colonica e podere il legame era stabile, nel Mezzogiorno e nelle isole, invece, il rapporto tra i contraenti era precario e il singolo colono riusciva ad avere l’appezzamento di terra di anno in anno solo accidentalmente in coltura.
In realtà, «nel regime mezzadrile dell’Italia centrale la famiglia colonica resta legata al podere, non foss’altro, dall’abitazione sul fondo, dagli stabili investimenti che essa realizza nelle colture arboree, dai mezzi di produzione che essa possiede a metà col padrone»[10].
L’agricoltura si basava sulla coltivazione mista, che però si distingueva da quella dell’Italia settentrionale, in modo particolare da quella veneta, per la scarsa diffusione del mais, per la ridotta coltivazione del gelso e per la diffusa coltivazione delle colture arboree, viti, olivi ed alberi da frutta. In ogni modo, la presenza della coltura promiscua rendeva bassa la resa del frumento. La coltivazione mista dell’Italia centrale garantiva ai contadini una migliore agiatezza rispetto a quelli del Nord, “ma a prezzo di un intensissimo sfruttamento delle famiglie mezzadrili, spesso fortemente indebitate verso i padroni”[11].
Questa coltivazione, ancora legata alla mezzadria e alla divisione dei poderi, non creò un accrescimento della produttività. Solo l’olio e il vino, destinati al mercato interno o all’esportazione, accrebbero i profitti dei grandi proprietari toscani, ma i profitti di questi ultimi, per quanto buoni, non erano paragonabili a quelli ottenuti dai proprietari settentrionali attraverso la bachicoltura e l’industria serica. Comunque, il contratto a mezzadria, con i suoi limiti, accelerò la trasformazione capitalistica nelle maggiori aziende delle regioni tosco-umbro-marchigiane, senza però raggiungere i risultati delle aziende agricole della Pianura padana[12].
Nelle aree di montagna, l’agricoltura era più povera e arretrata, la risorsa principale era la pastorizia e nella Maremma e nella pianura laziale prevaleva l’emigrazione temporanea per i lavori agricoli stagionali. La coltivazione, quindi, era ancora legata alla cerealicoltura estensiva e all’allevamento ovino.
Ai confini di quest’area centrale, scrive Villani, «sia al nord che al sud la situazione si presentava più complessa per la presenza sia di zone intermedie, sia di fenomeni dinamici in corso, sia di intricati rapporti contrattuali»[13].
La regione più dinamica e progredita d’Italia, invece, era la Lombardia, la quale sin dal 1700 aveva mostrato ottimi risultati per effetto di un secolare processo di sistemazione idraulica e di bonifica delle terre nella pianura irrigua tra il Ticino e l’Adda; questo processo tendeva ad estendersi da un lato alla Lomellina e dall’altro alla pianura, tra l’Adda e il Mincio. In questa regione, l’alternanza dei cereali con le colture foraggere aveva incrementato l’allevamento bovino e, quindi, la produzione lattiero-casearia, assicurando così alla coltura granaria grandi quantità di concime naturale.
L’allevamento del bestiame, infatti, fece importanti progressi: il numero dei bovini passò da 298.000 capi nel 1857 a 346.000 nel 1869 e a 463.000 nel 1881[14]. In Lombardia prevalevano le aziende capitalistiche, condotte da grandi fittavoli, coltivate da salariati fissi e da braccianti giornalieri; mentre nella pianura asciutta e nella zona collinosa prevalevano il piccolo affitto, il contratto misto di mezzadria e il fitto a grano[15]. La terra, quindi, era coltivata a grano e a mais: con il primo, i locatori pagavano l’affitto ai padroni, mentre il secondo era destinato all’autoconsumo.
Accanto a questo tipo di agricoltura, si erano sviluppati la gelsicoltura, l’allevamento dei bachi e le industrie della trattura e della torcitura della seta: risorse importanti per l’economia protoindustriale ottocentesca[16]. Con questo sistema, diffusosi a “macchia di leopardo”[17], si creò uno stretto rapporto tra la produzione serica e l’agricoltura, seguendo così “la via inglese al capitalismo”, dal momento che i capitali accumulati, grazie alla terra, furono impiegati per lo sviluppo di entrambi i settori. Quindi i profitti dell’industria e del commercio della seta trovarono sicuri investimenti anche nell’agricoltura della bassa pianura.
Lo stesso discorso vale per il Piemonte; infatti, nella pianura irrigua vi era la grande azienda capitalistica, indirizzata principalmente alla coltivazione del riso, mentre nelle fasce prealpine, dove l’agricoltura era di sussistenza, come nella Valle di Mosso nel biellese, l’economia agricola si integrava con i telai, cioè con il lavoro manifatturiero a domicilio, dando così origine a quella fase che la storiografia chiama protoindustria e che fu il primo passo verso lo sviluppo dell’industria moderna[18].
Più arretrata, invece, era l’agricoltura emiliana, dove, però, agli inizi del 1880 era in atto nella bassa padana una trasformazione capitalistica. Infatti, la peculiare crescita agricola dell’Emilia fu determinata da vari fenomeni che si intrecciarono tra loro, come i consistenti lavori di bonifica dei terreni paludosi di alcune zone della regione; il forte incremento della produzione cerealicola e zootecnica; la grande crescita del proletariato agricolo, con l’accentuarsi della lotta di classe.
Molto più statica era la situazione del Veneto, dove prevalevano il piccolo affitto, con canoni ancora in natura, in grano o in vino, e la coltura mista. In queste campagne nel corso dell’Ottocento si sviluppò anche la coltivazione del gelso, affiancandosi, così, a quella già consolidata della bachicoltura. Però, non vi fu uno sviluppo parallelo tra l’industria serica e l’agricoltura, come in Lombardia. Bisogna ricordare che, anche se di modeste dimensioni, non mancarono aree protoindustrializzate[19], le quali però risultarono insufficienti per la lavorazione del prodotto, tanto è vero che buona parte di quest’ultimo finì comunque per essere lavorato dai tessitori lombardi.
L’agricoltura veneta, pertanto, era la più arretrata del settentrione ed era legata ad un equilibrio socio-economico molto precario; perciò, gli effetti generali della crisi agraria degli anni ottanta furono fortemente sentiti nella regione[20]. Molti contadini, perciò, in questi anni emigrarono verso gli altri Paesi europei, ma principalmente verso le Americhe[21]. Gli emigranti erano, soprattutto, i contadini, i salariati fissi e i braccianti, che non avendo visto migliorare le loro condizioni economiche e colpiti dalla pellagra furono costretti ad espatriare.
L’Italia settentrionale, sotto il profilo urbano, era caratterizzata dalla presenza di numerose città, “le cento città”, che, però, non tutte mostrarono quel dinamismo economico tipico degli altri Paesi europei. Esse, però, erano centri di percezione, di accumulazione e di consumo della rendita agraria, ma anche luogo di traffici commerciali e di intermediazioni creditizie, che però solo nei centri più grandi riuscirono a superare i limiti della dimensione locale. Queste realtà cittadine, in ogni caso, mantennero la tradizionale vocazione mercantile, che vi persisteva dal Medioevo, senza però intravedere una trasformazione in senso industriale.
Il ceto dirigenziale di questi centri, infatti, era formato da famiglie legate alla grande proprietà terriera, molte delle quali di origine aristocratica, che, oltre a beneficiare delle proprie rendite fondiarie, si imbatterono anche nel campo dell’intermediazione o del finanziamento commerciale. Famiglie queste con cognomi cari alla tradizione del liberismo moderato risorgimentale, come Camillo Benso di Cavour per il Piemonte, Alessandro Manzoni e il conte Gabrio Casati per la Lombardia, Marco Minghetti per l’Emilia.
L’economia delle regioni settentrionali, dunque, non diversamente da quella dell’Italia centrale e meridionale, era nettamente orientata verso l’agricoltura: la terra, perciò, restò assolutamente al centro delle preoccupazioni sia dei ceti aristocratici sia di quelli borghesi tout court [22].
L’altra parte della penisola, con una economia diversa, era il Mezzogiorno d’Italia, che si presentava con assetti dell’agricoltura tipici del mondo precapitalistico mediterraneo e con due grandi settori agricoli: quello cerealicolo e quello delle colture specializzate. Il primo settore, come aveva già messo in evidenza il Granata[23], comprendeva due diversi tipi di aree: le aree di montagna e quelle occupate dalla grande cerealicoltura estensiva.
Le aree di montagna, comprendenti circa il 40% di tutto il territorio dell’ex-regno delle Due Sicilie, avevano avuto da secoli come risorsa la pastorizia transumante, integrata dalla piccola cerealicoltura, che veniva praticata ancora con attrezzi rudimentali dai contadini su fondi di proprietà degli stessi, oppure presi in affitto o, ancora, sulle ex-terre demaniali acquistate dopo le quotizzazioni. In molte aree del Mezzogiorno, si ebbero due fenomeni: il declino della pastorizia, a causa della scarsa redditività dell’allevamento ovino e delle nuove coltivazioni delle terre di pianura, e l’aumento della popolazione. Il declino della pastorizia però non portò grandi vantaggi all’agricoltura che si vide sottratta una parte dei concimi. Questi fenomeni portarono nel XIX secolo ad un crescente dissodamento di terre di montagna, poco adatte alla coltivazione, che se pur trascinarono i contadini ad un miglioramento economico arrecarono danni alla stabilità del suolo e al regime delle acque.
Questi dissodamenti non diedero tuttavia i risultati sperati; tanto è vero che l’agricoltura montanara del Mezzogiorno entrò in crisi ancor prima degli anni ottanta. Difatti, in regioni come Abruzzo, Molise, Basilicata e Calabria, a causa della loro economia asfittica, già negli anni Settanta molti braccianti, dopo che la protesta contadina era sfociata nel fenomeno del brigantaggio, effettuarono le prime partenze per le Americhe. Fenomeno questo fortemente ostacolato dai proprietari terrieri, che, con l’appoggio di leggi governative, tentarono di frenare per timore di probabili aumenti salariali. Di fatto nelle zone più indigenti, spesso legate all’autoconsumo,
«i lavoratori non arrivano a ritrarre dal loro lavoro giornaliero tanto quanto basta per menare innanzi la vita, e ciò deriva dal salario che non accede il suo limite minimo, lasciando non poco a desiderare perché migliorasse almeno di tanto da poter soddisfare a tutti i bisogni necessari per la vita dell’operaio e non costringerlo per la mancanza del lavoro e per la mitezza del salario ad abbandonare padre e famiglia ed emigrare in cerca di migliore fortuna»[24].
L’emigrazione, che fu forte dopo gli anni ottanta, cominciò a diffondersi soprattutto nel Mezzogiorno, nel Veneto e nelle zone alpine e prealpine dell’Italia settentrionale, a causa della scarsa penetrazione del capitalismo nelle campagne e del prevalere numerico dei contadini poveri[25]. Bisogna dire che mentre questi ultimi in Valpadana difesero i loro interessi con la lotta sindacale, nel Mezzogiorno, invece, l’emigrazione
«fu l’atto conclusivo della disgregazione meridionale; per i braccianti padani il socialismo fu la risposta ‘aggregante’ […] alla condizione precaria della loro vita, costruendo quello che è stato definito forse l’unico esempio di civiltà contadina moderna emerso nella società italiana (Cafagna)»[26].
Oltre alle grandi ondate migratorie oltre-oceaniche, vi era anche una forte mobilità interna: una migrazione regionale ed interregionale. I contadini si spostavano da un circondario all’altro o da provincia a provincia, se non addirittura da una regione all’altra. Questi movimenti erano importanti in quanto «senza queste migrazioni regionali e interregionali, una serie di operazioni agricole che, come la mietitura, richiedono un’alta quantità di braccia da lavoro, non sarebbero state possibili»[27], quindi, «le vicende demografiche, scandite da pesti ed epidemie nell’antico regime, da massicci flussi migratori nell’età contemporanea, assumono un rilievo importantissimo se non determinante nella strutturazione della società rurale e più generalmente di tutta la società in rapporto sia alla conformazione del territorio sia alla disponibilità e allo sfruttamento delle risorse»[28].
Le aree della grande coltivazione estensiva erano i declivi collinari, le basse valli e parti più o meno estese delle pianure, come il Tavoliere delle Puglie, la piana del Volturno e del Sele, le basse valli lucane, le valli del Crati e del Nato in Calabria e la piana di Catania. Queste occupavano una superficie complessiva pari a circa un terzo del territorio dell’ex-Regno borbonico.
Erano però terre aride, sottratte alla pastorizia transumante nel corso dell’Ottocento e che in parte erano state destinate alla cerealicoltura fin dall’antichità. La siccità, la mancanza di sistemazioni idrauliche e la grande diffusione della malaria, resero necessaria la coltivazione estensiva del grano nelle pianure, ovviamente alternato col pascolo e il maggese, mentre era scarso l’allevamento bovino e quasi inesistenti le colture arboree. Si potrebbe dire, quindi, che il Mezzogiorno si prestava poco alle colture miste e dove queste ultime riuscivano ad imporsi, come in Puglia, arretravano quelle cerealicole. In queste aree cerealicole, comunque, prevaleva il latifondo.
Quest’ultimo, formato dalla grande e media proprietà borghese, spesso veniva affidato ai grandi affittuari oppure a fattori chiamati “massari”. Queste proprietà si erano formate in parte con i vecchi possessi degli ex-baroni e con le terre dell’asse ecclesiastico, vendute all’asta nell’età napoleonica e dopo l’Unità da parte dello Stato, e in parte con demani usurpati.
Nel Mezzogiorno, però, era diffusa e accentuata la frammentazione della proprietà della terra, con l’eccezione della Capitanata, dove la piccola azienda contadina era più produttiva. La proprietà particellare dei contadini, pertanto, essendo poco redditizia, li spinse a prendere in affitto o a colonia parziaria appezzamenti di latifondo; tuttavia, molti contadini, nei momenti di crisi, furono costretti a lavorare anche come braccianti nelle parti di latifondo condotte direttamente dai proprietari o dai grandi affittuari.
Le grandi e medie aziende agricole, che venivano coltivate da braccianti giornalieri e da salariati fissi, producevano timidamente per il mercato[29]. Il loro guadagno era legato spesso alle congiunture stagionali e alla pastorizia. Queste aziende, purtroppo, non investirono grosse quantità di denaro nell’agricoltura, basti analizzare, per poter confermare questa tesi, i loro archivi ed esaminare i bilanci alle voci attrezzatura tecnica, stalle e salari dei lavoratori, per percepire che le spese erano ridotte al minimo. Di fatto questa azienda, spesso a conduzione familiare, non ebbe la forza per dar origine ad un rinnovamento agricolo di tipo capitalistico, in quanto, “fisiologicamente incapace di accumulazione”, operava “senza investimenti di capitali, utilizzando esclusivamente la propria forza lavoro”[30], pur avendo bisogno di tanto denaro per pagare i canoni, le tasse e acquistare i beni necessari per vivere, che addirittura non riusciva a produrre direttamente.
All’interno di questo contesto, tuttavia, non mancarono famiglie di piccoli affittuari, di piccoli commercianti, di pastori e di contadini, che, nell’arco di tempo di una generazione, riuscirono a diventare piccoli proprietari benestanti, dando così ai propri figli la possibilità di effettuare l’ascesa sociale, attraverso la carriera professionale e diventare avvocato, notaio, professore[31]. Però questa fu solo una mobilità «verticale» all’interno del vecchio ordine sociale esistente, allargando solo i suoi ranghi, senza introdurvi novità qualitative, senza introdurre nei loro contesti sociali nuovi rapporti economici e di produzione, cioè questa mobilità fu incapace di trasformare l’economia e la mentalità del meridione in direzione capitalistica.
Solo un quarto del territorio del vecchio regno borbonico, purtroppo, era caratterizzato dalle colture specializzate e le più redditizie erano le aree irrigue della Campania, destinate alle colture orticole, le aree agrumarie della Sicilia (Conca d’Oro e zona etnea) e quelle pugliesi, dedicate alle colture dell’olivo e della vite: infatti, gli agrumi, l’olio e il vino erano prodotti destinati principalmente ai mercati europei e a quelli dell’Italia centrale e settentrionale.
Diverso invece era il contesto siciliano, dove l’aristocrazia, nonostante tutto, godeva ancora di una posizione preminente nella proprietà terriera, anche se gli ex-feudi venivano condotti dai grandi affittuari chiamati “gabellotti”, che avranno poi un ruolo determinante nella gestione del potere sull’isola.
Da questo, anche se troppo sommario, quadro dell’agricoltura italiana emergono le forti peculiarità regionali, la forte differenza tra l’agricoltura settentrionale e quella meridionale, già esistente al momento dell’Unità, nonostante l’aumento delle colture specializzate in alcune zone del sud e la persistenza nel nord di zone statiche ed arretrate, ed un forte squilibrio sociale tra i ceti borghesi e il mondo contadino.
Lo squilibrio fu determinato dalle vendite dei beni ecclesiastici dopo l’Unità, dalla liquidazione dei demani e dall’abolizione dei diritti comunitari o usi civici, favorendo così l’ascesa e il consolidamento dei ceti borghesi a discapito dei contadini, privati, questi ultimi, degli antichi diritti della società rurale, come la possibilità di far legna o di far pascolare gli animali nei boschi comunali. L’agricoltura italiana, comunque, continuò a svilupparsi secondo le linee tracciate dal Settecento in poi e l’aumento della produzione, quando si realizzò, fu più il risultato della crescente applicazione di forza lavoro all’agricoltura e dell’allargamento delle aree coltivate, anziché degli investimenti di trasformazione fondiaria e dell’impiego di vasti capitali[32].
[1] Cfr. L. Musella, Proprietà e politica agraria in Italia, Guida, Napoli, 1984; G., Pescosolido,L’andamento della produzione agraria durante il primo ventennio postunitario, in Agricoltura e industria nell’Italia unita, Le Monnier, Firenze 1983, pp. 57-84.
[2]Cfr. G. Giorgetti, Contadini e proprietari nell’Italia moderna, Torino 1974.
[3] Cfr. E. Sereni, Il capitalismo nelle campagne, Torino 1976.
[4] Furono redatte 174 monografie regionali su invito del senatore Stefano Jacini per la compilazione della sua Inchiesta agraria, cfr. A. Caracciolo, L’Inchiesta agraria Jacini, Einaudi, Torino, 1973.
[5]Atti della Giunta Parlamentare per l’inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola, Roma 1883-86, vol. I, pp. 7-8.
[6] G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. VI, Lo sviluppo del capitalismoe del movimentooperaio (1871-1896), Feltrinelli, Milano 1978, p.194.
[7]P. Villani, Agricoltura e differenziazioni regionali dopo l’Unità. L’impostazione dell’Inchiesta Jacini, in Società rurale e ceti dirigenti (XVIII-XX sec.), Morano, Napoli 1989, p. 113.
[8]Ibidem
[9] E. Sereni, Il capitalismo cit., p.179.
[10] Ivi, p. 180.
[11] G. Candeloro, Storia dell’Italia,vol. VI, cit., p. 193.
[12] E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Bari, 1972, pp. 401.
[13] P. Villani, Agricoltura e differenziazioni cit., p.113.
[14] M. Romani, Un secolo di vita agricola in Lombardia 1861-1961. Giuffrè, Milano, 1963, p. 34; P. Corner, Manodopera agricola e industria manifatturiera nella Lombardia postunitaria, in La società inafferrabile, a cura di A. De Clementi. Protoindustria, città e classi sociali nell’Italia liberale,Edizioni Lavoro, Roma 1986, pp. 63-72.
[15] Cfr. E. Sereni, Storia del paesaggio cit., pp.335-351 e pp. 365-395.
[16] Cfr. A. Dewerpe, Genesi protoindustriale di una regione sviluppata: l’Italia settentrionale, in La società inafferrabilecit.
[17] Cfr. S. Pollard, La conquista pacifica. L’industrializzazione in Europa dal 1760 al 1970, Il Mulino, Bologna, 1984.
[18]Cfr. F. Ramella, Terra e telai. Sistema di parentela e manifattura nel biellese dell’Ottocento,Einaudi, Torino, 1984.
[19] Cfr. S. Ciriacono, L’industria a domicilio nel Veneto. Note a margine di un duello, in La società inafferrabile, cit.
[20] M. Berengo, L’agricoltura veneta dalla caduta della Repubblica all’Unità.Banca Commerciale Italiana,Milano, 1963, p. 230.
[21] Cfr. E. De Amicis,Sull’Oceano, dove sono ben analizzate la geografia, le motivazioni e la psicologia dell’emigrazione.
[22] Cfr. M. Meriggi, Breve storia dell’Italia settentrionale dall’Ottocento ad oggi, Donzelli, Roma, 1996.
[23] Cfr. L. Granata, Economia rustica per lo regno di Napoli, Nunzio Pasca, 1830, Napoli 1835.
[24]Archivio di Stato di Avellino (ora in poi ASAv), Prefettura, Inventario 10, busta n 13.
[25]Cfr. E. Sereni, Il capitalismo nelle campagne. Einaudi, Torino 1976; G. Galasso, Il problema più doloroso:l’emigrazione, in Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965, pp.352-376; E. Sori, L’emigrazione italiana dall’unità alla seconda guerra mondiale, Il Mulino, Bologna, 1979; A. De Clementi, Di qua e di là dall’Oceano.Emigrazione e mercati nel meridione (1860-1930), Carocci, Roma, 1999;Storia dell’emigrazione italiana (Partenze) vol. 1, a cura di P. Bevilacqua, A De Clementi, E. Franzina.Donzelli, Roma 2001; mentre per l’Irpinia cfr. A. De Clemente, Dove finiscono le rimesse. I guadagni dell’emigrazione in una comunità irpina, in L’Italia delle migrazioni interne, a cura di A. Arru e F. Ramella. Donzelli, Roma, 2003, pp. 294-338.
[26] G. Carocci, Storia d’Italia dall’Unità ad oggi, Feltrinelli, Milano 1977, p. 69.
[27] G. Montroni,Popolazioni e insediamenti in Campania (1861-1981), in Storia d’Italia. Le Regioni. La Campania, Einaudi, Torino 1990, p. 230.
[28]P. Villani, L’eredità storica cit., p. 76.
[29]G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. VI, cit. p. 200; cfr. P. Bevilacqua, Breve storia dell’Italia meridionale cit.
[30] G. Montroni, Società e mercatodella terra. Guida, Napoli 1983, p. 34; cfr. anche G. Brancaccio, Napoli e la Campania, in Storia del Mezzogiorno, Regione e province nell’unità d’Italia, vol. XV tomo I, a cura di G. Galasso e R. Romeo. Editalia, Roma 1994, p. 116.
[31] Cfr. B. Salvemini, L’innovazione precaria. Spazi, mercati e società nel Mezzogiorno tra Sette e Ottocento, Donzelli/Meridiana, Roma 1995.
[32]Cfr. E. Sereni, Il capitalismo nelle campagne cit.; cfr. anche A. Del Monte-A. Giannola, Il Mezzogiornonell’economia italiana, Il Mulino, Bologna, 1978,p. 49.
