di Antonio Scialpi
Martina Franca nel 1975 era ed è una città della Valle d’Itria, al confine tra l’antica terra d’Otranto e quella di Bari, in cui l’egemonia “chiusa” della borghesia agraria era al suo tramonto. Nella vicina Taranto la rivoluzione siderurgica viveva il suo massimo splendore, con il raddoppio della produzione di acciaio, covando le ceneri rosse che poi colpiranno a morte la città, con la diossina stratificata nella sua terra. Un dramma oggi, con la città sospesa tra il diritto al lavoro e il sacro diritto alla salute.
Negli anni ’60 lo storico e critico d’arte Cesare Brandi (1906-1988) aveva pubblicato il diario del suo viaggio nelle bellezze paesistiche ancora intatte della Puglia con Pellegrino di Puglia (1960). Nel 1969, invece, mentre i giovani occupavano il liceo classico Tito Livio, Brandi presentava con Carlo Giulio Argan (1909-1992) nel Palazzo dei duchi Caracciolo, il suo Martina Franca, (di recente riedito da Nave di Teseo) che contribuì a far conoscere le bellezze naturalistiche e storico-architettoniche del Barocco e dei trulli della Valle d’Itria in tutto il mondo. Lo aveva editato Guido Le Noci (1904-1993), martinese a Milano dove gestiva la prestigiosa Galleria Apollinaire.
In città i giovani erano in gran fermento culturale sognando una rivoluzione culturale, che arrivò proprio dal 1975, quando in città fece ritorno Alessandro Caroli (1927-2022) anima critica e culturale della borghesia agraria, appassionato musicologo e operatore culturale presso la Rai, democristiano moroteo. Tornò nella città infeudata fino all’Ottocento ai duchi Caracciolo, che importarono in città l’estetica barocca della capitale del regno dei Borbone, lasciando in eredità il Palazzo di Petracone V del 1688, abbellito dalle tempere di Domenico Carella (1721-1813) tra i maggiori pittori della scuola napoletana del Solimena (1657-1747). Prontamente emulati dalla ricca borghesia agraria.
Alessandro Caroli voleva fare di Martina una “Spoleto del Sud”, ma trovò scetticismo tra la decadente borghesia agraria, poco ascolto nelle classi emergenti, molto apprezzamento in una generazione di giovani, impegnati culturalmente, sull’onda dell’insegnamento di Brandi e decisi a restare in città. Il contrario di oggi. In verità, la cultura musicale della città era legata alle bande musicali, protagoniste delle popolari feste religiose. Ma nel settecento la voce di Giuseppe Aprile (1831-1813) aveva incantato il San Carlo di Napoli e dei maggiori teatri europei, oltre all’inno da lui composto per la breve e gloriosa Repubblica napoletana del 1799, a cui Martina prestò fede leale.
Nella prima metà del Novecento il violino di Gioconda De Vito (1907-1994) si fece apprezzare nei concerti mitteleuropei e transoceanici. Alessandro Caroli aveva in mente la scuola belcantistica napoletana di fine settecento e di inizio del ottocento, che aveva reso il San Carlo di Napoli capitale della cultura musicale europeo. Intese riproporre opere liriche di quel periodo dorato nelle versione inedite e su spartiti originali. Una grande impresa. Se ne accorsero subito il nuovo sindaco di Martina Franco Punzi (1935- 2023) e da Milano Paolo Grassi (1919-1981), di origini martinesi, in questo periodo intento a sovrintendere la Scala di Milano e poi la Rai.
Il Palazzo Ducale di Martina fu così attraversato dalle voci più autorevoli che hanno fatto la storia, non solo del Festival della Valle d’Itria, ma della Lirica di quel periodo. Viorica Cortez, Renata Tebaldi, Luciano Pavarotti, Grace Bunbury, Katia Ricciarelli, Rajna Kabaivanska, Lella Cuberli, Martine Dupuy. Il Teatro di Franco Valeri, la danza del duo Liliana Cosi e Marinel Stefanescu, poi di Carla Fracci. Le coraggiose sfide delTancredi di Rossini, di Norma di Bellini nella sua versione originale, poi tanto teatro, danza e cinema d’autore. E le opere dimenticate di Bellini, Cimarosa, Mercadante, Paisiello, Scarlatti, Traetta. Una rivoluzione culturale dagli alti costi, che Caroli affrontò ipotecando la sua masseria, fino alle sue dimissioni nel 1980, quando sfinito, preferì andare in esilio in Australia ad occuparsi della sua passione musicale alla Radio italiana. Facendo ritorno a Martina solo qualche anno prima della sua morte.
Intanto, il Festival era decollato con il sostegno di Paolo Grassi, scomparso nel 1981, e della Rai, apprezzato dalle firme più influenti della musicologia. Con Franco Punzi presidente per 43 anni fino alla sua scomparsa nel 2023 e l’eredità culturale raccolta da Michele Punzi. Nel 1994nacque la Fondazione Paolo Grassi, tra il Comune di Martina Franca, che concesse l’ex- Convento dei domenicani per farne il cuore degli eventi e dei corsi di Belcanto, restaurato con i fondi europei, La Provincia di Taranto, La Regione Puglia, che ripianò il deficit. Un modello culturale, diretta da Rino Carrieri. Con la direzione musicale affidata ad Alberto Zedda (1918-2017), quella artistica ai musicologi Rodolfo Celletti (1917-2004), Sergio Segalini (1945-2018), Roberto Triola e negli ultimo anni a Sebastian Schwarz e ora a Silvia Colasanti. Circa 200 maestranze operano attorno a questo gioiello. L’altra faccia del Sud. Oggi capitale del bel canto, con la sua scuola intitolata a Rodolfo Celletti.
E’ passato mezzo secolo da allora. Molti protagonisti sono scomparsi. Tanti giovani artisti si sono imposti sulla scena internazionale. Il Festival del Belcanto regge e mi sembra pronto alle nuove sfide, quelle del Novecento, forte anche dei premi meritamente attribuiti sul piano internazionale e dai riconoscimenti del Presidente della Repubblica Mattarella nel quarantesimo anno nel 2015 ( onorato di esserci allora al Quirinale, in qualità di assessore alle attività culturale di Martina) e della scorsa edizione per i suoi cinquant’anni, racchiusi nella pubblicazione a più mani di giovani scrittori come Marco Ferrante, Mario De Siati e Donato Carrisi, cresciuti con il Festival e di qualificati critici musicali.Con il Festival si sono affermate personalità musicali, teatrali, come l’attuale direttore musicale Fabio Luisi e il regista martinese Leo Muscato.
Il 18 luglio il “signore e i signori benvenuti alla 51° edizione… “è stato chiosato dalla semplice ma simbolica espressione:Questo Festival ripudia la guerra, continuando una tradizione che vede questo progetto culturale nel Sud, aperto al Mediterraneo di Pace. In nome della civiltà del bel Canto, che fece grande la Napoli di Carlo III e il Sud.
