Tra mimetismo linguistico, classe e radici: un’indagine socio-emotiva sulle storie di vita delle donne meridionali al Nord. Intervista ad Annalisa Tesoro
di Filomena Castaldo
Introduzione
«C’è un’invisibilità che pesa più del viaggio: quella delle donne che migrano da Sud a Nord all’interno del nostro stesso Paese.»
Siamo abituati a pensare alla migrazione femminile come a un fenomeno che riguarda quasi esclusivamente le rotte internazionali, o a narrare la donna come figura “al seguito” della famiglia. Ma cosa significa oggi, per una giovane donna meridionale, lasciare la propria terra per ricostruirsi a Milano o al Nord, tra il peso di sottili stereotipi culturali, il mimetismo linguistico e la costante sensazione di essere “fuori sincrono”?
Ne parliamo con Annalisa Tesoro, assistente sociale e ricercatrice, che ha trasformato la sua esperienza e quella di altre donne pugliesi in un’indagine socio-emotiva potente e necessaria. Una conversazione su classe, genere, colonialismo interno e quel bisogno viscerale di “ritornare” che ridefinisce chi siamo.
L’Intervista
Come nasce il tuo lavoro di ricerca e perché hai scelto proprio questo argomento?
Annalisa Tesoro: Sono una giovane donna del Sud emigrata a Milano per lavoro. Qui mi sono trovata completamente esposta ai giudizi e agli stereotipi tipici del meridionalismo: dal mimetismo linguistico alle battute più sottili che, in realtà, nascondono questioni molto più profonde. Durante la laurea magistrale ho avuto l’opportunità di scrivere un primo lavoro scientifico sulla migrazione e sulle differenze. In quell’occasione ho iniziato a esplorare cosa volesse dire essere una donna del Sud, partendo dalle storie di vita delle donne della mia famiglia — mia madre, mia sorella — per comprendere come i giudizi e i pregiudizi arrivino a mascherare la complessità della questione meridionale. Quando è arrivato il momento della tesi, ho deciso di sviluppare una ricerca qualitativa basata interamente sulle storie di vita, senza alcuna pretesa di generalizzazione quantitativa. Ho selezionato un campione di otto donne pugliesi, provenienti da zone diverse, migrate tra i 28 e i 35 anni. Per contattarle ho utilizzato il metodo “a palla di neve”: sono partita da due persone che conoscevo molto bene, le quali mi hanno poi indirizzato ad altre. Questo ha permesso di creare un legame di fiducia fondamentale per raccogliere un materiale d’indagine così denso e personale.
Da una parte ti sei concentrata sulla dimensione soggettiva della singola storia, dall’altra avevi l’obiettivo sociologico di indagare le forme della migrazione femminile da Sud a Nord. Come hai strutturato questo percorso?
Annalisa Tesoro: La prima parte della tesi è dedicata alla rassegna della letteratura sulla questione meridionale, il divario economico e il colonialismo interno, analizzando come si perpetui la nozione di un’ineluttabilità della questione meridionale. La seconda parte indaga la migrazione femminile. Storicamente, le migrazioni interne in Italia sono state studiate a lungo, ma quasi mai dal punto di vista femminile: si raccontavano le donne solo come figura “al seguito” del capofamiglia, mentre molte si spostavano in autonomia. Per la mia ricerca ho adottato una prospettiva intersezionale, mettendo in evidenza tre assi principali: classe, genere e territorio. Volevo mostrare come il punto di partenza influenzi radicalmente l’esperienza migratoria.
Facciamo un esempio pratico di come questi tre assi interagiscono.
Annalisa Tesoro: Se provengo da una città come Bari, che offre un certo tipo di infrastrutture, ed appartengo a una classe sociale che mi permette di accedervi (magari frequentando l’università), probabilmente migrerò più tardi e alla ricerca di specifiche opportunità. Se invece provengo da un piccolo paese remoto, privo di infrastrutture e trasporti, e appartengo a una classe media, potrei migrare prima. In questo secondo caso la migrazione non risponde solo a una ricerca di emancipazione personale, ma è guidata da precise pressioni strutturali e sociali. Questo punto è fondamentale: un conto è la cosiddetta “fuga dei cervelli” verso i poli accademici o lavorativi eccellenti; un altro è doversi spostare per necessità economica e accettare mansioni inferiori pur di lavorare.
A questo proposito, come si è svolta la raccolta del materiale con le intervistate?
Annalisa Tesoro: Durante le interviste, molte donne hanno espresso la difficoltà di restituire la propria esperienza solo attraverso la parola orale. Abbiamo così integrato la metodologia con strumenti creativi e riflessivi, come il memoire e l’uso delle immagini. A ciascuna è stato chiesto di scegliere tre immagini che rispondessero a tre precise domande: cosa porto con me dalla terra madre, cosa porto dalla terra di approdo, e come mi fa sentire essere una migrante interna. L’analisi iconografica di queste immagini ha fatto emergere sfumature emotive straordinarie.
Questo fa pensare subito al tema delle radici: spesso colleghiamo la migrazione solo allo spostamento verso l’estero, dimenticando che anche il passaggio da Sud a Nord comporta uno sradicamento e una distanza profonda.
Annalisa Tesoro: Esatto. Per esplorare questo aspetto abbiamo utilizzato anche la cartografia emotiva: ogni donna ha disegnato la propria “mappa della migrazione”. Nei tratti grafici — linee continue, tratteggiate, frecce rivolte verso l’alto — si leggono costanti precise. Ciò che emerge chiaramente è il concetto di “doppia assenza” (teorizzato dal sociologo AbdelmalekSayad): la sensazione di stare in una terra di mezzo, di appartenere a più posti e a nessuno. Da qui nasce l’interrogativo su cosa significhi davvero “Italia unita” e il bisogno viscerale, ad un certo punto, di ritornare. Un ritorno che va oltre la dimensione socio-economica e serve a ridefinire i contorni della propria identità.
Attraverso questo processo di riflessività, le protagoniste sembrano aver fatto un vero lavoro di riappropriazione e ricucitura del sé.
Annalisa Tesoro: È stato un processo bellissimo. Quando ho mostrato loro la tesi conclusa, mi hanno confidato che la lettura è stata un modo per rileggere e dare un senso alla propria storia. Spesso ci spostiamo senza comprendere appieno le forze che ci spingono a farlo. Avere uno spazio in cui non sono gli altri a raccontarti, ma sei tu a farlo dall’interno, permette di distinguere tra le spinte personali e i condizionamenti strutturali. Nessuna di queste storie è generalizzabile: le persone non si muovono solo per povertà o solo per lavoro. Ogni storia è unica e preziosa.
Il Sud viene spesso trattato come una “colonia estrattiva” da cui prelevare risorse e forza lavoro. Qual è oggi il riconoscimento riservato alle donne in questo contesto?
Annalisa Tesoro: Mentre per la migrazione maschile dagli anni ’50 in poi esiste una documentazione vastissima, sulla migrazione femminile interna si trova pochissimo. Eppure, emerge un paradosso evidente: spesso la donna meridionale che emigra è ipertitolata, ma si trova a doversi “adeguare” o a dover dimostrare dieci volte in più il proprio valore rispetto alle colleghe. Da qui la necessità del mimetismo linguistico, la tendenza a nascondere le proprie origini o il senso di inferiorità che il contesto d’arrivo può sottilmente instillare.
In che senso, quindi, hai utilizzato il concetto di “intersezionalità”?
Annalisa Tesoro: Richiamando il pensiero di KimberléCrenshaw, l’intersezionalità ci ricorda che non possiamo definire o schiacciare una persona all’interno di una singola etichetta. Dire “donna del Sud” significa tutto e niente. Ognuna di noi è attraversata da più assi d’esperienza — nel mio caso ne ho analizzati tre: genere, classe e territorio — che determinano livelli e forme di discriminazione diversi. Cambiare questa lente cambia completamente la lettura della realtà e ci aiuta a decolonizzare gli studi migratori.
In conclusione, cosa significa oggi “migrare” ed essere una donna in continuo movimento?
Annalisa Tesoro: Nelle testimonianze raccolte c’è chi ha definito la migrazione come la sensazione di “abitare quel piccolo vuoto tra il tassello e la cornice”, accettando che una parte di sé rimanga sempre leggermente fuori sincrono rispetto al contesto circostante. Per altre, la migrazione interna si è rivelata uno spostamento non solo geografico, ma interiore: la scoperta che l’identità non è un dato fisso, ma un processo in continua negoziazione. Essere migrante significa sentire il proprio paese che ti cammina dentro, scoprendo che la propria identità è vasta quanto l’orizzonte.
