di Antonio Salvati
In Europa, in tanti, dopo la caduta del Muro di Berlino, hanno creduto che la predominanza del modello occidentale avesse vinto, e che di altre e nuove vie non vi fosse traccia o bisogno. Pertanto «finita la storia» – in realtà solo quella della contrapposizione lineare Est-Ovest, dove l’Est era nient’altro che l’Est europeo, e non certamente l’Oriente in toto (Vicino, Medio, Lontano) non ancora portato dalla globalizzazione nella grande storia governata fino al disfacimento sovietico dagli accordi di Yalta – potevamo finalmente dormire sonni tranquilli con l’affermarsi, secondo Francis Fukuyama, «a tassi di conflittualità globale accettabili l’unilateralismo della governance occidentale del mondo, ristretta per altro alla pax americana». Come molti ricordano, nel 1992 Fukuyama scrisse La fine della storia e l’ultimo uomo, la cui tesi centrale era che la vittoria degli ideali delle democrazie liberali, ovvero libertà e uguaglianza, segnavano la fine della storia: dal momento della loro affermazione, tali valori costituiscono l’unico riferimento teorico-politico possibile. La liberaldemocrazia sarebbe dunque «la sola aspirazione politica coerente per regioni e culture diverse dell’intero pianeta».
In altri termini, si affermava l’idea che ci fosse una capacità del sistema liberale-democratico – basato sul diritto e su un ordine internazionale fondato sul diritto e sulla giustizia, anziché sulla forza – capace di reggersi per la forza dei suoi principi. Nel momento in cui tu hai ottenuto ordine, pace e benessere tutto quello che puoi fare è migliorare. Non hai più bisogno di far politica. La politica non ti serve più. La politica serve nel momento in cui tu devi cambiare visione, cambiare narrazione di te, cambiare il modo in cui vedi il mondo. Se il modello democratico liberale è quello definitivo non cambierà mai, può solo migliorare. Allora hai solo bisogno di tecnica, di economia, di giurisprudenza, di scienza, dei dati, del mercato e della legge. Tutto ciò terrà insieme l’architettura sociale verso un miglioramento definitivo.
In tal modo abbiamo semplicemente disimparato a fare politica, come sostiene Gabriele Segre nel suo ultimo volume La fine della fine della storia. Abitare la scomodità del mondo, (Bollati Boringhieri 2026 pp. 176, € 15,00). Infatti, per tanti anni non ci siamo posti le domande su che società volevamo.
In realtà – osserva Segre – «la democrazia liberale richiede un pensiero politico capace di coltivarla e difenderla costantemente, persino – e soprattutto – nelle comunità che l’hanno prodotta. Una democrazia che si arresta, si ammala». Abbiamo presto scoperto che una parte del mondo non era interessata ai benefici del nostro stile di vita; «che altri lo avevano sperimentato solo per abbandonarlo, giudicandolo incompatibile con la loro storia e identità. Qualcuno aveva visto nell’esportazione della democrazia l’ennesima forma di prevaricazione, mascherata da missione morale». Poco alla volta, queste tensioni hanno presentato il conto.
Il periodo che avevamo etichettato come “fine della storia” stava giungendo al termine in modo traumatico. Negli anni venti del nuovo millennio è arrivata la disillusione definitiva: la pandemia del Covid 19, la guerra in Ucraina, il riaccendersi della crisi in Medio Oriente dopo il 7 ottobre 2023, insieme a una serie di crisi globali concomitanti, hanno reso chiaro a ogni cittadino occidentale che quell’epoca era al capolinea. Fine della “fine della storia” e con essa fine anche dei sogni che ci avevano accompagnato per trent’anni. Fine per noi, ovviamente: «per chi, nel frattempo, la storia ha continuato a farla, oggi vive la nostra crisi come opportunità».
Il flusso degli eventi ha sempre dato e tolto certezze alla civiltà. Ogni tempo ha i suoi problemi e i suoi timori. Guardiamo con timore realtà grandi e piccole «che si preparano a superarci – o forse a dominarci – e non ci siamo mai sentiti così vicini al baratro». Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli USA ebbero l’esigenza di costruire un soft power fatto di tante cose: dalla cultura pop ai prodotti che arrivavano con il fast food. Esercitando un controllo relativamente morbido. Anche se poi comunque ci sono state tante guerre. Oggi questo paradigma è saltato, non c’è più. Non c’è bisogno di nessuna giustificare alcunché, c’è solo l’interesse prioritario di salvare l’economia americana, di salvare la struttura dell’interesse economico globale che si basa sul dollaro.
Prevale, pertanto, una narrazione finalizzata a giustificare l’uso della forza. E la guerra – osserva Segre – vince su tutto il resto e diventa olistica la comunicazione di guerra, diventa tutto in funzione della guerra: il patriottismo, il senso di resistenza, l’identità, la capacità di distinguere l’io contro l’altro. La priorità è la sicurezza, anche rispetto al sostentamento, al benessere, alla bella vita. Con la guerra domina prepotentemente la propaganda. Ha il compito difficilissimo di legittimarla e accettabile alle popolazioni.
Donald Trump ci ha abituati a un linguaggio che utilizza costantemente la minaccia in maniera imprevedibile, senza mai sapere se poi veramente la mette in atto. Si tratta di una modalità particolarmente efficace, non necessariamente per concludere i conflitti. Certamente gli consente di parlare lo stesso linguaggio della forza utilizzato a Teheran. Difficilmente sapere come terminerà il conflitto con l’Iran. Certamente gli USA, fin dai primi giorni, lo hanno perduto da un punto di vista strategico. USA e Iran hanno adesso l’interesse a porre termine al conflitto. Anche se il regime iraniano – malgrado stia attraversando un momento di debolezza strutturale economica, militare e politica che può compromettere l’architettura politica e istituzionale del paese – continua a mostrarsi assai resiliente.
L’attuale drammatico scenario politico internazionale deve renderci consapevoli che le “fastidiose incertezze” che popolano le nostre giornate e il nostro tempo sono parte ormai integrante della vita che siamo chiamati ad affrontare ogni giorno. Dall’inizio del XXI secolo viviamo in un paradigma culturale che – come sostiene Mauro Magatti – «ci induce a difendere a ogni costo la nostra/mia zolla di benessere, potere o identità. Ogni cambiamento, ogni segnale di trasformazione, ogni imprevisto viene percepito come una minaccia. Al punto che si vanno perdendo persino le competenze necessarieper gestire la relazione complessa con l’altro concreto. Stiamo scivolando lungo un piano inclinato, con un esito incerto». Nella sfera pubblica, e non solo, le posizioni si polarizzano, il linguaggio si fa bellico, le categorie si irrigidiscono. Le differenze non sono più occasione di confronto ma trincee da difendere. E a peggiorare le cose ci sono anche le piattaforme digitali che favoriscono nuove forme di tribalismo e chiusura.
Dopo la vittoria americana della guerra fredda, al nostro continente era stato richiesto solo di prosperare, delegando ad altri la gestione dell’impero e della sicurezza. Ora quella potenza – ricorda Segre – «si disinteressa progressivamente di noi, ci scopriamo privi di un ruolo globale». Non è solo la paura della guerra o del declino economico a demoralizzarci, «ma anche l’incapacità a comprendere cosa stia accadendo e quale ruolo potremmo giocare in questa trasformazione». Segre si chiede se esiste un modo per sopravvivere a questo passaggio e avverte il lettore che non troverà nel suo volume le risposte o le soluzioni. Semmai di cosa serve per arrivarci.
Non abbiamo bisogno dell’arrivo di un ipotetico viaggiatore del tempo, «perfettamente consapevole dei nostri errori e delle nostre contraddizioni (…) che potrebbe spiegarci, con chiarezza assoluta, cosa fare». Non funzionerebbe. Così come non hanno funzionato potenti della terra, in tempi recenti e non, che si sono presentati con la presunzione di avere le soluzioni giuste per tirarci fuori dai guai. Un deus machina con l’idea giusta. Ne abbiamo conosciuti diversi anche in Italia negli ultimi due decenni. Ciò che ci occorre, piuttosto, per Segre, è che ognuno si senta chiamato a costruire un destino comune.
La soluzione non è mai improvvisa e meccanica. Mario Giro ha scritto che questo nostro tempo è abitato da “trame di guerra”, ma anche da “intrecci di pace”, per cui «la guerra non è mai ineluttabile, ma è sempre una scelta politica dei leader, che può essere invertita». Già ascoltare il grido di pace proveniente da tante parti del mondo – ha sottolineato più volte Andrea Riccardi – mette in movimento le persone e le coscienze, fa maturare idee, sentimenti e speranze. «Non siamo consegnati a un destino ignoto, su cui non si può esercitare nessuna influenza. Si può ascoltare, comprendere, discutere: i processi messi in moto, talvolta, travolgono le resistenze e mettono in atto movimenti che vanno ben aldilà dei singoli. C’è anche una forza della ragionevolezza della pace, risposta all’anelito di tanti: molte volte è un’energia sottovalutata». La storia non è uno spartito già scritto. La storia è piena di sorprese. E la più grande sorpresa è la pace.
