Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Marcoflavio Cappuccio
Attraverso una sequenza sistematica di delibere e atti, i quattro anni della giunta Manfredi hanno radicalmente rimodellato la macchina amministrativa di Napoli. L’obiettivo è rendere la struttura funzionale alla privatizzazione del patrimonio pubblico e dei servizi.
Oltre ad aver beneficiato di fondi e poteri speciali concessi da uno dei governi più reazionari e antimeridionali della storia repubblicana, Manfredi si è spinto a sostenere pubblicamente Giorgia Meloni dichiarando che la premier “non debba dimettersi”, nonostante la raffica di defezioni ai vertici dell’esecutivo nazionale. Questo rapporto di mutua assistenza ricalca la dinamica tra Meloni e il sindaco di Milano, Sala, il quale rischiò il tracollo politico per lo scandalo della svendita dello Stadio Meazza a fondi finanziari, e che incassò il sostegno della Premier.
Questi episodi di sostegno di esponenti di uno schieramento politico a quelli di quello contrapposto, sono segnali inequivocabili ed eloquenti di una commistione d’interessi che va ben al di là delle scene di litigio istituzionale.
A Napoli la strategia è speculare a quella operata su Milano e spiega l’approvazione di marzo 2026 del nuovo Statuto comunale. Il testo è stato condiviso da tutti i partiti della sinistra, senza opposizione alcuna. Sebbene la “sinistra delle compatibilità e del profitto” lo abbia celebrato come un atto di necessaria modernizzazione, il testo funge in realtà da apripista per la privatizzazione della città. Lo Statuto mescola enunciati simbolici privi di efficacia giuridica — come le definizioni di Napoli città delle Quattro Giornate, dell’accoglienza o lo ius soli simbolico — a una concreta e lampante ridefinizione aziendalista dell’ente.
Il modello manageriale e il taglio alle Municipalità
Con un approccio da responsabile delle risorse umane di una multinazionale, lo Statuto procede al taglio dei rami definiti “improduttivi”: vengono sottratti 1,6 milioni di euro alle Municipalità. Queste strutture di prossimità, già indebolite da un definanziamento endemico, vedono così ulteriormente limitata la propria efficacia.
Il nuovo modello gestionale, “orientato agli obiettivi e alle performance”, impone la logica del “produrre di più con meno risorse”, rafforzando de facto il potere decisione della figura del Direttore Generale, destinata a diventare sussidiaria del Sindaco. Si tratta di uno schema già visto nella sanità, che si traduce inevitabilmente in peggioramento dei servizi, processi decisionali verticistici e sottratti al controllo democratico, controllo politico-imprenditoriale su dirigenti e prestazioni.
Le “Mani sulla Città”: Fondazioni e Holding
Questo assetto manageriale-padronale punta a spianare la strada a imprenditori e holding finanziarie pronti a mettere le “mani sulla città”, come dimostrano l’operazione “Napoli Patrimonio” e i tentativi di modificare lo statuto di Acqua Bene Comune. Consentire a Fondazioni private di gestire pezzi di patrimonio e servizi in partnership con il Comune significa, di fatto, sottomettere l’interesse pubblico alla logica del profitto. Aziende economicamente forti finiranno per influenzare non solo le decisioni di Palazzo San Giacomo, ma le stesse basi programmatiche delle future competizioni elettorali.
In questo scenario, appare probabile che il nuovo Statuto sia stato cucito su misura per facilitare operazioni come la svendita dello Stadio Maradona, su cui la famiglia De Laurentiis e altri gruppi imprenditoriali campani hanno posato gli occhi da tempo. Per rendere accettabile l’operazione, la giunta tenta inoltre di cooptare le associazioni del Terzo Settore, ormai trasformate in aziende caratterizzate da rapporti di lavoro deregolamentati e una sostanziale desindacalizzazione dei lavoratori.
Centralizzazione autoritaria e continuità politica
Il taglio delle indennità per i rappresentanti delle Municipalità mira a trasformare queste ultime in “cattedrali nel deserto”, riducendone la capacità di intervento territoriale. Se l’obiettivo fosse stato davvero il risparmio etico, si sarebbe proceduto a equiparare gli stipendi dei politici a quelli di un operaio specializzato; al contrario, mentre si tagliano i fondi ai territori, Gaetano Manfredi ha aumentato il proprio stipendio a 13.000 euro al mese.
L’obiettivo finale è una democrazia borghese sempre più accentrata, che annulla ogni possibile dissenso o deviazione periferica in favore di una centralizzazione autoritariafunzionale all’accumulazione di Capitale.
La sintonia tra il Sindaco e la Premier dimostra che non esiste discontinuità tra i due schieramenti: entrambi agiscono come mandatari del privato, a discapito dei lavoratori, delle fasce sociali più povere e soprattutto del Mezzogiorno, che è stato depauperato di risorse da governi sia di centrodestra che di centrosinistra.
Il “sacco di Napoli”: Manfredi come Achille Lauro
Napoli ha già avuto una gestione simile. Negli anni ’50, il Sindaco monarchico, Achille Lauro, imprenditore, costruttore, armatore e proprietario del Napoli Calcio, modificò il piano urbanistico in modo funzionale ai suoi progetti di speculazione edilizia. Azioni che hanno prodotto la sovraurbanizzazione della città, cancellando inoltre le aree verdi del Vomero e di Posillipo. Il caso Manfredi è simile: nel mentre si fanno opere speculative sulle zone da bonificare, si consegnano “le chiavi della città” agli imprenditori e alla finanza: sulla carta il controllo resta “pubblico”, ma la gestione diventa privata.
Per tali scopi, si è reso necessario “modernizzare” lo Statuto della Città. Per scopi opposti – sociali, collettivi e sotto il controllo e la pianificazione democratica dei lavoratori – sarà necessario cambiarlo.
