di Salvatore Lucchese
Dopo soli tre giorni dall’esito referendario sulla Giustizia (No, 14.461.375 voti – Sì, 12.448.216 voti), il 26 marzo scorso, dalla tribuna di uno dei giornali storici della borghesia capitalista italiana, il Corriere della Sera, il Presidente della Regione Lombardia, il leghista Attilio Fontana, forte della vittoria del Sì nel territorio da lui amministrato (Sì, 2.573.000 voti – No, 2.230.349), nel sottolineare la centralità della “questione settentrionale”, non solo ha rilanciato l’iter di attuazione del regionalismo differenziato, ma ha anche “raddoppiato” (Comitati NoAd, Comunicato del 26/03/2026), considerandolo un tassello di una più ampia riforma dello stato italiano in senso federalista.
Il tutto condito da posizioni implicitamente antimeridionali, come evidenziato dai Comitati NoAd (Comunicato del 26/03/2026) e dal costituzionalista emerito della “Federico II” Massimo Villone (la Repubblica-Napoli, 29/0372026), quando, nel corso della stessa intervista, Fontana ha testualmente dichiarato: “Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […]. L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale”.
Sempre giovedì 26 marzo, dalle pagine di un altro autorevole organo di stampa del capitalismo italiano, il Prof. Marco Fortis, editorialista dello stesso quotidiano, Vicepresidente della Fondazione Edison e docente di Economia industriale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dà man forte a Fontana, affermando, nella sostanza, che il Sì al Referendum sulla Giustizia ha vinto nelle regioni più produttive. Pertanto, secondo lo stesso Forti, è giusto che esse proseguano a differenziarsi dalle altre regioni italiane.
In altri termini, una parte significativa del capitalismo e degli organi di stampa controllati dalla borghesia settentrionale ricorda al Governo Meloni che le Regioni a guida leghista, Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, sono state la roccaforte del Sì.
Pertanto, avendo mantenuto fede al patto politico su cui si fonda il Governo di centro-destra, riforma della Giustizia a FI, premierato a FdI e regionalismo differenziato alla Lega, le stesse chiedono di andare all’‘incasso’.
Ed a fari mediatici, quasi del tutto spenti, tranne quelli dei poteri forti del Nord, l’‘incasso’ è avvenuto sempre nello stesso giorno, giovedì 26 marzo, quando in sede di Conferenza Unificata, che riunisce la Conferenza Stato-Regioni e la Conferenza Stato-Città e autonomie locali, ha espresso parere favorevole alle pre-intese, precedentemente approvate in sede di CdM mercoledì 18 febbraio 2026, tra Governo e Regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria sulle loro richieste di maggiori competenze, funzioni e risorse per quanto concerne la sanità, la protezione civile, la previdenza complementare e le professioni.
A favore hanno votato il Governo, le Regioni Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria il Friuli-Venezia Giulia, la Provincia Autonoma di Trento, la Provincia Autonoma di Bolzano, l’Umbria, le Marche, l’Abruzzo, la Calabria (quest’ultima con una riserva legata al monitoraggio dei Lep) ed una parte della delegazione dell’UPI (Unione Province d’Italia).
Contro l’approvazione delle pre-intese, invece, hanno votato le Regioni Campania, Puglia, Sardegna, Toscana ed Emilia-Romagna e l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani). Astenute le Regioni Sicilia, Molise e Basilicata.
Insomma, un voto fortemente divisivo, la cui linea di demarcazione da un lato è segnata dai colori politici regionali, le regioni a favore a guida centro-destra e quelle contrarie a guida centro-sinistra; dall’altro, dalla contrapposizione istituzionale tra le autonomie comunali ed il pericolo di un neo-centralismo regionale.
Ed ora cosa fare? Chi può opporsi? In quali sedi? E con quali strumenti?
A queste domande, offre una risposta articolata Massimo Villone in un suo articolo del 20 febbraio scorso apparso sulle pagine di Repubblica-Napoli.
Rivolgendosi direttamente al Presidente della Regione Campania, Roberto Fico, che in sede di campagna elettorale si è pubblicamente impegnato a contrastare l’attuazione del regionalismo differenziato, Villone lo esorta a formare “una squadra davvero capace di leggere e valutare” le pre-intese sia in relazione ad una loro rispondenza o meno alle peculiarità regionali, sia rispetto alla compatibilità del regionalismo differenziato con la mancata previsione di risorse economiche aggiuntive per la perequazione a livello territoriale.
Inoltre, gli suggerisce anche di sollecitare i parlamentari delle opposizioni affinché esercitino i loro poteri di vigilanza, di fare rete con altre Regioni meridionali e di prepararsi per un nuovo ricorso da presentare alla Corte Costituzionale.
Rispetto alle domande prima poste, una risposta in termini di propostre precipuamente politiche è stata data anche dalla candidata alle regionali di Campania Valentina Mometti (AVS), quando nel suo programma elettorale ha proposto “una politica che metta la questione meridionale al centro, con un Patto per il Sud tra tutte le Regioni meridionali, un Ufficio per la Giustizia Sociale e Territoriale, un Bilancio della Giustizia Sociale pubblicato ogni anno”.
Nel complesso, si tratta di contrapporsi alla questione settentrionale, divenuta egemonica nel corso degli ultimi decenni, rimettendo al centro dell’agenda politica nazionale la questione meridionale come questione sociale di portata nazionale ed europea, in una chiara ottica di unificazione sostanziale delle “due Italie” mediante il rilancio di un meridionalismo di analisi socio-economiche, di proposte politiche, di lotte e mobilitazioni civili, che assuma la prospettiva degli emigranti, dei disoccupati, dei lavoratori poveri e delle donne sottopagate e disoccupate del Sud Italia, in un’ottica d’intersezionalità con tutte le altre forme di diseguaglianza che attraversano il nostro Paese, non solo a livello territoriale ma anche sociale, economico, di genere, generazionale, civile e culturale.
In un’ottica, di contrapposizione di un fronte sociale, culturale e politico ampio e compatto a favore di un’Italia democratica, equa, coesa e solidale contro il fronte politico diametralmente opposto, schierato, invece, a favore di un’Italia divisa e diseguale a vantaggio dei poteri forti.
