di Vincenzo Scalia

Da qualche tempo Palermo è diventata la meta preferita dei VIP mondiali, che scelgono la capitale siciliana per celebrare le loro nozze. Ultima è arrivata la cantante inglese DuaLipa, il cui sposalizio si celebrerà nei prossimi giorni. Nel 2023, la stessa scelta, era stata compiuta dal magnate giapponese Kaoru Nakajima, seguito, l’anno dopo, dal magnate indiano Arant Ambani. Contemporaneamente, si susseguono con regolarità le presenze all’ombra di Montepellegrino degli yacht di nababbi di tutto il mondo.

Inoltre, gli eventi mondani globali ambientati a Palermo, marciano di pari passo a una tendenza riscontrata dall’Indice di Executive Nomads. Una classifica creata dall’agenzia immobiliare londinese Savill, che cerca di orientare le scelte residenziale di quei professionisti apicali che possono permettersi di vivere in luoghi diversi da quelli della compagnia per cui lavorano. In questa singolare, esclusiva classifica, Palermo si colloca al primo posto tra le città italiane, e giunge ventitreesima a livello mondiale. Il clima, il cibo, il paesaggio, i monumenti, i costi delle abitazione e della vita, la rendono appetibile come pied a terre delle élite globali.  

Siamo, in altre parole di fronte a una tendenza, che l’opinione pubblica locale e nazionale interpretano positivamente, con punte di orgoglio e vanteria. Sorrette dalla convinzione che, eventi del genere, oltre a proiettare Palermo nella grande arena globale, costituiscano altresì la riprova che è finita l’epoca in cui la città e tutta la Sicilia venivano associate, a causa della mafia, a contesti di negatività estrema.

La trasformazione di Palermo, come di altre aree del Sud, in passerella del loisir globale, rappresenta, per chi scrive, una tendenza da guardare criticamente, e da contrastare, per tre specifiche ragioni: perché riproduce una vecchia attitudine della classe dirigente locale; perché rappresenta la manifestazione di una visione coloniale del Sud e della Sicilia nello specifico; perché aggrava, invece che risolvere, i problemi socio-economici locali, introducendone nuovi.

In merito al primo aspetto, viene in mente Il Gattopardo, romanzo del nobile siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa, successivamente trasposto in versione cinematografica da Luchino Visconti. Nel romanzo, diventato famoso nel mondo, il principe di Salina pronuncia il famoso enunciato “cambiare tutto per non cambiare niente”.

L’assunto, sorretto da un tentativo di auto-assoluzione della nobiltà siciliana rispetto ai problemi dell’Isola, si manifesta in un contesto in cui il principe di Salina organizza una festa magnificente per celebrare il matrimonio tra i Gattopardi e gli sciacalli e le iene da lui tanto disprezzati. Senza mai chiarificare quanto queste ultime fossero state evocate, nutrite, sostenute dai primi.

In particolare, era grazie a sciacalli e iene, ovvero a quella rete di potere all’interno delle quali si formò la mafia, che i nobili potevano seguire le mode continentali, dedicarsi ai loro ozi, coltivare le speculazioni intellettuali più eccentriche, sulla pelle dei braccianti e dei contadini. La festa finale, che Visconti immortalò in lunghi fotogrammi, esemplifica la tendenza all’ostentazione, all’estetismo, al sofismo, della classe dirigente siciliana.

Tendenze che, finita l’epoca della violenza mafiosa, adesso può riprendere, per essere offerta a livello globale. La Sicilia non ha altra possibilità di sviluppo se non il turismo, gli eventi glamour. E’ cambiato tutto, ma non è cambiato niente. Ma non per legge deterministica, bensì in seguito a una profezia che si auto-adempie, grazie al blocco sociale tra nobiltà dissoluta, borghesia mafiosa e piccola borghesia parassitaria.

La mertoniana profezia che si auto-adempie, inoltre, aggiorna la rappresentazione coloniale della Sicilia che prevale oltre lo Stretto sin dal 1860. Bossi, nel 1989, dichiarò che l’unica possibilità di sviluppo per la Calabria era quella di coltivare il bergamotto. Una dichiarazione in linea col becerume del personaggio, ma che si colloca sul solco di una concezione del Sud che, sopra Roma, è stata sempre diffusa.

Ovvero, il clima, le risorse naturali, quelle monumentali dell’Italia meridionale, tracciavano la strada verso una divisione del lavoro tale che il cuore produttivo, come si dice, andava collocato nella Valle del Po. Col Sud destinato ad ospitare alberghi, seconde case, luoghi di vacanza a basso costo. E che, col declino industriale che caratterizza l’Italia ormai da un quarto di secolo, si è accentuata, fungendo altresì da alibi per il rifiuto di pensare, elaborare e applicare politiche di sviluppo economico che possano risolvere la questione meridionale.

Qui entra in gioco il terzo aspetto. Palermo, per posizione geografica, tradizione storica, risorse, popolazione, disporrebbe di tutte le potenzialità per posizionarsi nei settori di punta dell’economia globale. Basterebbe una politica economica mirata a rilanciare il porto, la fiera, ad attivare sinergie tra i poli culturali.

Eppure si sceglie di puntare sui matrimoni VIP e le crociere. Se da un lato è vero che il Sacco, ovvero il dissesto territoriale prodotto dall’alleanza gattopardi-iene, ha minato le possibilità di un diverso sfruttamento del territorio, dall’altro lato siamo di fronte ad un vero e proprio habitus che connota le classi dirigenti locali nella direzione della rendita e dello sviluppo a bassa soglia intellettuale e tecnologica, foriero di sconvolgimenti sociali troppo profondi.

Si preferisce perciò puntare su quella che viene ritenuta la strada più facile, oltre che mediaticamente rilevante. Senza prendere in considerazione il rischio che, a medio termine, aumenterà il costo della vita, si spianerà la strada a nuove speculazioni edilizie per soddisfare la domanda di abitazioni, a detrimento dei ceti popolari, destinati ad una definitiva espulsione dai loro luoghi di origine. Per fare posto a VIP ed executive nomads. A pensarci bene, si tratta di una scelta anche abbastanza consapevole, trasversale a gran parte dello spettro politico.

Da circa un decennio, infatti, Palermo è meta di un altro tipo di nomadismo. Quello degli intellettuali attempati del Nord, che la utilizzano come buenretiro, e quello dei professionisti della solidarietà. Questi ultimi rappresentano l’altra faccia della medaglia delle trasformazioni attuali. La reputazione di “città di frontiera”, che connota Palermo sia rispetto alla questione mafiosa, sia rispetto alla sua posizione geografica centrale in relazione ai flussi migratori, ha comportato l’afflusso di nuove categorie sociali. Attivisti, volontari, studiosi, giornalisti in cerca di scoop, apostoli dell’umanitarismo e della legalità italiani e stranieri, hanno scelto di stabilirsi, per periodi medio-lunghi, a Palermo.

In cerca di una rendita di posizione che non hanno ottenuto nei luoghi natii. Accolti dai salotti alternativi in cerca di una via di fuga dal provincialismo, sempre sulla scia dell’ideologia gattopardesca. Per tutti loro, è importante che le contraddizioni sociali si riproducano uguali, o che vengano lette come immutabili. Pena la delegittimazione dei loro ruoli. Sì, bisogna trovare un’altra strada. E riporre finalmente sullo scaffale Il Gattopardo.

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