di Salvatore Lucchese
Durante il Ventennio, il regime fascista prese atto del dualismo Nord-Sud e lo considerò un problema di portata nazionale da risolvere in via definitiva? E se sì, lo fece solo in modo propagandistico o mediante l’attuazione di politiche economiche, sociali e fiscali funzionali al superamento delle “due Italie”?
A queste, come ad altre domande dà una risposta chiara, netta e rigorosa lo storico Ferdinando Di Dato nel suo libro, Genesi, ascesi e caduta del fascismo, edito da Youcanprint nel 2023.
Nella più ampia trattazione di sintesi storico-critica delle origini, degli sviluppi e della caduta del fascismo (1919-1945), trattazione che si colloca nel solco della storiografia marxista, là dove l’autore afferma esplicitamente che “Il fascismo solo con l’utilizzo della violenza, di cui si servì per sconfiggere militarmente la classe operaia, non sarebbe mai arrivato al potere se non avesse avuto l’appoggio delle forze borghesi, della chiesa e della monarchia.” (ivi, p. 274), oltre agli aspetti relativi alla composizione di classe prima del movimento e poi del partito e del regime fascista, nonché alla sua collocazione nella lotta tra capitale e lavoro nell’Italia del primo dopoguerra, sono debitamente analizzati e collegati tra loro anche i suoi aspetti precipuamente ideologici, politici e psicologico-culturali.
Ed è proprio nell’ambito della ricostruzione e della valutazione storiografica della politica economica promossa dal fascismo, politica economica che, evidenzia Di Dato, passa da una fase liberista ad una dirigista ed autarchica, che si colloca la trattazione del rapporto tra fascismo e questione meridionale.
Dopo avere osservato e documentato che “La forbice Nord-Sud, già palese durante l’età giolittiana, si allargò ulteriormente durante la ‘Grande guerra’” (ivi, p. 196), l’autore del libro focalizza la sua attenzione sulle posizioni espresse da Mussolini sul Mezzogiorno tra gli anni Venti e gli anni Trenta, per poi soffermarsi sugli impatti che sul Mezzogiorno ebbero le politiche economiche, sociali e fiscali promosse dal regime fascista durante gli anni Venti e gli anni Trenta.
Se già a partire dagli anni Venti, sottolinea Di Dato, Mussolini elogia il Sud Italia quale “riserva di braccia” (ivi, p. 199) e dunque “riserva inesauribile di soldati” (ibidem), negli anni Trenta, nel più ampio contesto della “retorica” e della “propaganda, con la fusione tra la regina del Mediterraneo e il mare nostrum” (ibidem), Mussolini, sottolinea lo storico contemporaneista, dichiara di avere risolto la questione meridionale. quando in un discorso pubblico da lui tenuto nel marzo del 1939 a Raggio Calabria dichiara che “i vecchi governanti avevano inventato, allo scopo di non risolverla mai, la cosiddetta questione meridionale. Non esistono questioni settentrionali o meridionali. esistono questioni nazionali, poiché la nazione è una famiglia, e in questa famiglia non ci devono essere figli privilegiati e figli derelitti (ivi, p. 200).
Di Dato mette a confronto le roboanti e retoriche dichiarazioni di Mussolini sulla questione meridionale con gli esiti concreti delle politiche economiche varate ed attuate dal regime fascista. Tale comparazione gli consente di dimostrare che rispetto all’ideologia fascista della nazione come “famiglia” dove non devono esserci figli “privilegiati” o “derelitti”, la realtà e tutt’altra cosa.
Infatti, nel richiamarsi agli studi ed alle ricerche di studiosi e storici di levatura nazionale, quali, ad esempio, Rossi-Doria, Lupo, Castronovo e Petraccone, Di Dato evidenzia sia i limiti ed i fallimenti della battaglia del grano, dovuti tanto al “boicottaggio dei grandi gruppi industriali del Nord” (ivi, p. 200), quanto ai “mancati investimenti richiesti agli agrari del Sud” (ibidem), sia la “disperazione nera in tutto il Mezzogiorno” (ibidem) tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, sia la continuità rispetto alle politiche trasformistiche dell’Italia liberale per l’esigenza del regime di cooptare nelle sue fila le élites locali, sia il rafforzamento del potere dei latifondisti a discapito delle masse bracciantili e delle colture agricole specializzate. In sintesi, secondo Di Dato:
Il fascismo diede il colpo di grazia al possibile sviluppo moderno delle regioni meridionali, perché queste furono viste solo per la creazione di un mondo rurale, per la produzione del grano, e visto l’alto livello di natalità, un serbatoio di uomini per la guerra. il fascismo pensò a industrializzare anche le zone del nord dove non c’erano industrie, come Bolzano; furono costruite importanti opere pubbliche e infrastrutturali in tutta la penisola, ma quelle più importanti si avranno al Nord. Anche la politica fiscale colpì i poveri e non la rendita, stipendi bassi per operai e contadini, facendo aumentare sempre di più il gap tra nord e sud d’Italia (ivi, 208).
