di Antonio Salvati

Oggi possediamo sempre piùun maggior numero informazioni. Eppure, continuamente sperimentiamo quanto siamo sempre meno in grado di prevedere quale futuro ci spetta. I nostri antenati vivevano in società con molti meno dati a disposizione, ma erano in grado di pianificare per sé stessi e per i loro discendenti. Abbiamo un’idea sempre più incerta del mondo in cui ci sveglieremo domattina.La nostra vita si riversa sempre di più sulla sfera digitale, oggi in perenne aggiornamento attraverso l’IA. Tutti siamo scivolati in questa nuova dimensione. La logica digitale prevale dappertutto. Una sfera che Giuliano Da Empoli definisce sfera somala perché priva di regole che favoriscono la legge del più forte. Ne parla nel suo ultimo volume L’ora dei predatori. Il nuovo potere mondiale visto da vicino (Einaudi 2025, pag. 128, € 14.00), caratterizzato dalla narrazione di scene con poche spiegazioni.

Già nel 2015 lo storico e diplomatico Henry Kissinger – appartenente alla generazione segnata dalla Seconda guerra mondiale e che ebbe accesso a tutti i grandi della Terra – aveva compreso che «la conoscenza umana perde il suo carattere personale, gli individui si trasformano in dati e i dati diventano preponderanti». L’IA non è un semplice acceleratore di potere, ma una nuova forma di potere, diversa da qualsiasi macchina inventata dall’uomo fino a ora. Se l’automazione riguardava i mezzi, l’IA si interessa ai fini; stabilisce i propri obiettivi e – continua Kissinger –«sviluppa una capacità che si credeva appannaggio degli esseri umani. Emette giudizi strategici sul futuro». Se alcuni la considerano solo come una faccenda tecnica, Kissinger capisce fin dall’inizio che l’IA è una questione politica. Viviamo in un mondo dove gli algoritmi – sempre costruiti da mani umane, non dimentichiamolo – conquistano spazio nei processi decisionali, in tutti gli ambiti. Ma gli algoritmi non sono neutri, non sono neutrali, dipendono dalle intenzioni di partenza dei programmatori e delle aziende. Per questo è necessario – come ha sostenuto Vincenzo Paglia nel suo volume L’algoritmo della vita. Etica e Intelligenza Artificiale (Piemme 2024, pag. 208, € 18.90)- un approccio «in cui l’intelligenza artificiale, applicata eticamente, possa davvero avere un impatto positivo sulla vita delle persone, fino a contribuire al raggiungimento di una pace universale». La tecnologia va considerata – sembra banale ricordarlo – al servizio dell’umano, come uno strumento per accrescere conoscenza e benessere per tutti. Pensiamo alla sanità e alle possibilità enormi che si aprono per la chirurgia di altissima precisione. O alla possibilità di arrivare a diagnosi sempre più rapide e precise. Ma questi sviluppi – aggiunge Paglia – «vanno messi alla portata di tutta l’umanità e non solo di chi “può permetterselo”. Solo così, diffondendo conoscenza e tecnologia, si umanizza la tecnica».

Eppure, anche senza leggere Montesquieu, istintivamente crediamo che difficilmente, tra gli uomini, un potere superiore si mantenga entro i limiti di una rigorosa moderazione. Kissinger seppe intuire la natura profonda dell’IA. Una sorta di tecnologia borgiana (nel volume da Empoli, richiamandosi a Machiavelli, ricorda la vicenda di Cesare Borgia e dei suoi insegnamenti) che non s’imbarazza di regole né di procedure. L’unica cosa che conta è il risultato – il successo, direbbe il presidente dell’ArgentinaMilei –, comunque lo si raggiunga. Non c’è nulla di democratico, né di trasparente nel potere dell’IA. Più che artificiale, l’IA è – per da Empoli – una forma di Intelligenza Autoritaria, che accentra i dati e li trasforma in potere. Il tutto «nella più totale opacità, sotto il controllo di un pugno di imprenditori e di scienziati che cavalcano la tigre sperando di non esserne divorati». Il grande dilemma che ha strutturato la politica del XX secolo – ricorda da Empoli – è stato il rapporto tra Stato e mercato: quanto della nostra vita e del funzionamento della nostra società deve essere sotto il controllo dello Stato e quanto deve essere lasciato al mercato e alla società civile? «Nel XXI secolo, il divario decisivo è tra l’uomo e la macchina. In che misura le nostre vite devono essere sottomesse a potenti sistemi digitali – e a quali condizioni? In definitiva, individui e società dovranno decidere quali aspetti della vita riservare all’intelligenza umana e quali affidare all’IA o alla collaborazione tra umani e IA. E ogni volta che sceglieranno di privilegiare l’umano, laddove l’IA avrebbe potuto garantire risultati più efficaci, ci sarà un prezzo da pagare».

Se in Occidente – spiega Da Empoli – la prima metà del XX secolo aveva insegnato ai politici le virtù della moderazione, «la scomparsa dell’ultima generazione uscita dalla guerra ha permesso il ritorno di demiurghi che reinventano la realtà e pretendono di plasmarla secondo i loro desideri». L’ora dei predatori, in sostanza, «non è che un ritorno alla normalità. L’anomalia è stata piuttosto il breve periodo in cui abbiamo pensato di poter arginare la cruenta ricerca del potere con un sistema di regole». In questo nuovo mondo, i predatori che salgono al potere attraverso un mix di astuzia, crudeltà e forza «hanno un vantaggio decisivo perché sono abituati a operare in un mondo senza limiti. Non si accontentano di resistere alle avversità, ma traggono forza dall’inatteso, dall’instabile e dal bellicoso». Aggiunge Da Empoli che «un’era di violenza illimitata si profila all’orizzonte e, come ai tempi di Leonardo, i difensori della libertà sembrano particolarmente impreparati al compito che li attende. Quel che conta è il risultato. Come ha ben detto Javier Milei: “Qual è la differenza tra un pazzo e un genio? Il successo!”».

Conta il risultato. Emblematica la vicenda, poco nota, del presidente salvadoregno Bukele, assai presente su TikTok. Racconta da Empoli che Bukele, appena eletto, fa arrestare tutte le persone tatuate in Salvador, Paese tra i più pericolosi del mondo con un altissimo numero di omicidi, dove i membri delle bande erano appunto tatuate. Non solo loro, naturalmente, ma Bukele non si formalizza. Ottantamila persone finiscono in carcere con il sorprendente risultato che il tasso di criminalità diviene tra i più bassi del mondo. E gli innocenti? «Dite che ho fatto imprigionare migliaia di innocenti, ma la verità è che ho liberato milioni di salvadoregni dal crimine». Risultato e successo.

A chi gli chiedeva come prepararsi ad assumere un ruolo nel mondo, Kissinger rispondeva con le parole di Winston Churchill: «Studiare la Storia, studiare la Storia, studiare la Storia». Nulla di più trasgressivo, in un’epoca in cui i Borgiani puntano sull’amnesia dei popoli per riscrivere la Storia e rinfocolare le passioni dei movimenti antidemocratici della prima metà del XX secolo, mentre i signori del tech trasformano la loro ignoranza del passato in un argomento di marketing.

Governanti audaci, ignoranti, spregiudicati alleati con le nuove élite tecnologiche. Una convergenza strutturale con i Milei, i Putin e i Trump. I conquistadores del digitale hanno deciso di fare piazza pulita delle vecchie élite politiche.E in parte ci sono riusciti. Tutto ciò che siamo stati abituati a considerare gli assi portanti delle nostre democrazie rischia di essere spazzato via. Le nuove élite tecnologiche, i Musk e gli Zuckerberg, non hanno niente a che spartire con i tecnocrati di Davos. Infatti, «la loro filosofia di vita non si basa sulla gestione competente dell’esistente, ma, al contrario, su una gran voglia di buttare tutto all’aria. L’ordine, la prudenza, il rispetto delle regole sono un anatema per coloro che si sono fatti la mano muovendosi in fretta e rompendo cose, secondo il primo motto di Facebook».Sono nati nella logica «disruptive».

Il modo di agire dei predatori per generare conflitti è chiarissimo: «dappertutto, il principio resta sempre lo stesso. Tre semplici operazioni: individuare i temi caldi, le fratture che dividono l’opinione pubblica; spingere, su ciascuno di questi fronti, le posizioni più estreme e farle scontrare tra di loro; proiettare il conflitto sull’insieme del pubblico, in modo da surriscaldare sempre di più l’atmosfera». Potremmo dire che «gli ingegneri della Silicon Valley hanno smesso da tempo di programmare computer e si sono trasformati in programmatori di comportamenti umani». Rompono cose e vanno avanti. In un tempo caotico, prosperano e moltiplicano il loro potere. Queste strategie, dice da Empoli, funzionano quando la temperatura è sufficientemente alta. E i social newtork sono perfetti per questo, per alzare la temperatura. 

Una lettura inquietante. L’intelligenza artificiale e l’algocrazia, ossia il potere degli algoritmi, vanificheranno i diritti acquisiti dagli umani nei secoli? Eventuali nuove regole precise basate su un controllo legislativo stringente dei governi e ancora di più delle istituzioni internazionali riusciranno

ad incanalare questa trasformazione tecnologica straordinariaal servizio del bene comune? Si affaccia un mondo nuovo e dietro l’appellativo generico di intelligenza artificiale, operano molte e diverse scienze, teorie e tecniche, al punto che sarebbe più esatto parlare di forme di intelligenza. Papa Francesco nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2024 sostenne che questi sistemi «possono solo imitare o riprodurre alcune funzioni dell’intelligenza umana». Il loro impatto, al di là della tecnologia di base, dipende non solo dalla progettazione, ma anche dagli obiettivi e dagli interessi di chi li possiede e di chi li sviluppa, nonché dalle situazioni in cui vengono impiegati. È qui lo snodo secondo Paglia: la tecnologia va accompagnata da una formazione alla responsabilità. Lo sviluppo tecnologico è importante. «Ma ancora di più è importante – aggiunge Paglia – la domanda di senso che è sempre sottintesa. Possiamo “fare” tanto; abbiamo una tecnologia che consente sviluppi o azioni impensabili, come ad esempio intervenire sui meccanismi stessi della vita umana. Ma è lecito? È giusto? È rispettoso del nostro essere umani? Le prospettive dell’uomo al tempo dell’intelligenza artificiale sono le stesse domande dei grandi cambiamenti epocali, quando siamo passati dalle armi di bronzo a quelle di ferro, quando venne scoperta la ruota, o la scrittura o la stampa con Gutenberg. O con l’energia atomica, o con i trapianti e le tecnologie moderne di rianimazione. È tutto lecito? Dove stiamo andando e perché lo facciamo?». Sono le domande. che devono svilupparsi insieme, in armonia, in un contesto di sviluppo positivo e pacifico, universale.E – come dice da Empoli alla fine del suo volume – la lotta continua.

 

 

 

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