di Salvatore Lucchese
Purtroppo, a centosessantacinque anni tondi, tondi dalla proclamazione della nascita del Regno d’Italia, il nostro Paese sì è uno e indivisibile, ma lo è soltanto sulla carta, in quanto i vari indicatori sociali, economici, culturali e di cittadinanza ci restituiscono sempre, pur nei cambiamenti e nelle parziali, ma non assolute, inversioni di tendenza, l’immagine di un Paese duale, diviso e diseguale. Insomma, a centosessantacinque anni dalla sua nascita, ci sono ancora le “due Italie” di fortuniana memoria.
Un esempio? Se è vero che tra il 2021 ed il 2024 gli under 35 che hanno trovato lavoro al Sud sono aumentati di 100mila unità su 461mila a livello nazionale, è anche vero che, come ha osservato la Svimez nel suo ultimo Rapporto 2025, “Nonostante il boom occupazionale, il Mezzogiorno non trattiene i giovani”, in quanto è vero che ci sono maggiori opportunità di lavoro, ma è anche vero che, evidenzia sempre la Svimez, non ci sono “migliori condizioni di lavoro, né opportunità professionali adeguate alle competenze”.
Infatti, non solo nell’ultimo triennio 2022-2024 quasi 136mila giovani hanno lasciato il Paese, 89.757 del Centro-Nord e 45.943 del Sud, ma, sempre nello stesso triennio di riferimento, ben 129.390 giovani si sono trasferiti dalle regioni meridionali verso quelle centro-settentrionali.
Dunque, anche quando in buona fede si racconta la fiaba che è da tutte le regioni italiane che i nostri giovani emigrano verso i paesi esteri, si risponda che questo è vero solo in parte, in quanto le regioni centro-settentrionali, compensano le loro perdite con i giovani che emigrano dalle regioni meridionali.
Si consideri l’esempio di Veneto e Sicilia, che hanno lo stesso numero di abitanti: 4,8milioni. Ebbene, a parità di popolazione residente, tra il 2022 ed il 2024, dal Veneto sono emigrati verso l’estero 12mila giovani. Nello stesso arco temporale, dalla Sicilia non solo sono emigrati poco più di 12mila giovani verso l’estero, ma anche 32.122 giovani vero il Centro-Nord, mentre dal Veneto non vi sono state emigrazioni di giovani verso le altre regioni italiane, tanto meno verso quelle meridionali.
Dunque, siamo in presenza di un vero e proprio salasso demografico ai danni del Sud ed a vantaggio del sistema-Nord, che compensa la perdita delle sue risorse umane, drenando capitale umano a suo favore da quella che, evidentemente, continua ad essere considerata ed utilizzata come la sua colonia estrattiva interna: il Mezzogiorno.
Giovani, lavoratori poveri, donne e famiglie in povertà assoluta del Sud rimarranno privi di rappresentanza, sino a quando, anche da sinistra, compresa la sinistra radicale, non si darà voce alle loro istanze, ai loro bisogni ed ai loro diritti cancellati, dimezzati e disattesi, ponendo con forza, decisione e determinazione il tema della perequazione sociale ed infrastrutturale tra le oramai storiche “due Italie2.
Sino a quando non si rilancerà in termini di lotta di classe, e non di piccole patrie identitariste che possono condurre alla definitiva ed irreversibile balcanizzazione del Paese, il tema della questione meridionale come questione sociale di portata nazionale ed oggi anche europea.
Sino a quando, alla luce delle nuove forme e dei nuovi soggetti sociali che incarnano l’attuale gap Nord-Sud, non sarà recuperata e rielaboratala la tradizione meridionalista di ispirazione socialista e comunista.
