di Antonio Salvati
Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare – Luigi Einaudi (1956)
La democrazia ha rivestito un ruolo determinante nella costruzione del processo di sviluppo di molti paesi nel mondo. Oggi deve affrontare un tempo di crisi. Nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad un rallentamento se non addirittura ad una inversione dei processi democratici generalizzato in tutto il mondo.Il declino delle democrazie “liberali” è ormai al centro del dibattito intellettuale delle menti più avvertite. Preoccupano – anzi spaventano – l’avvento “forzato” di un nuovo ordine mondiale, guidato da autarchie rozze e volgari nel loro modo di disprezzare i processi del confronto democratico e le ragioni dei diritti umani. Fa prepotentemente ritorno l’idea di sviluppo che privilegia il benessere economico di pochi, a discapito dei principi di solidarietà e di sostenibilità ambientale. Tutto ciò nuoce alle dinamiche di disintermediazione e allontana gran parte dei cittadini dalla possibilità di incidere effettivamente nella determinazione delle decisioni che li riguardano. Inoltre, le nuove forme della comunicazione digitale e massmediatica – spesso orientate a legittimare il relativismo delle conoscenze (persino nella forma di fake-news) – favoriscono la mediocrità informativa. La digitalizzazione del mondo della vita procede inarrestabile. Sottopone la nostra percezione, il nostro rapporto col mondo, la nostra convivenza a un cambiamento radicale.
Sulla crisi silenziosa della partecipazione politica – un’ampia emorragia di interesse, fiducia e coinvolgimento che favorisce l’allontanamento progressivo dei cittadini dalla vita pubblica – il nuovo rapporto Istat La partecipazione politica in Italia 2024[1], fornisce un’analisi che evidenzianon solo un’Italia segnata da profonde fratture – generazionali, territoriali e di genere – ma anche buona parte della popolazione italiana caratterizzata da una disaffezione che rischia di diventare cronica. Come può verificare ciascuno di noi, ci si informa sempre meno, si discute poco e si abbandonano i luoghi tradizionali dell’impegno politico.Si tratta di un tema cruciale per la coesione e il benessere della collettività «perché dalla natura del rapporto tra cittadini, gruppi e istituzioni politiche che caratterizza un sistema politico dipende, in ultima analisi, la qualità stessa della democrazia»[2].
Le forme di partecipazione politica – precisano gli analisti dell’Istat – possono essere molteplici, dalla cosiddetta partecipazione invisibile o indiretta – informarsi e discutere di politica – a forme di partecipazione più attiva, che sono andate modificandosi negli anni, anche grazie alla diffusione delle nuove tecnologie e alla progressiva alfabetizzazione digitale della popolazione. Nel periodo considerato nel rapporto Istat (gli anni compresi tra il 2003 e il 2024), si è osservato un calo della quota di cittadini che si informano o parlano regolarmente di politica. Questo trend, in linea con quello registrato nella partecipazione elettorale, riguarda uomini e donne, ma con intensità diverse che hanno contribuito a ridurre le ampie differenze di genere. Tra il 2003 e il 2024, si è osservato un calo generalizzato della partecipazione invisibile (informarsi e discutere di politica). Nel 2003, ad informarsi con regolarità di politica era il 66,7% degli uomini a fronte del 48,2% delle donne. Nel 2024 questi valori calano di 12,6 punti percentuali per gli uomini e di 5,7 punti per le donne. La differenza tra uomini e donne passa da 18,5 a 11,6 punti percentuali.Nel 2024, poco più di due donne su cinque (42,5%), infatti, si informa settimanalmente di politica, contro il 54,1% degli uomini. In particolare, è sull’informazione quotidiana che il gap di genere è più evidente (27,6% degli uomini e 19,0% delle donne).I giovanissimi (fino a 24 anni) sono quelli che purtroppo si interessano meno: si informa di politica almeno una volta a settimana il 16,3% dei ragazzi di 14-17 anni e poco più di un terzo (34,6%) dei 18-24enni. A non informarsi mai, invece, sono rispettivamente il 60,2% e il 35,4%.La disaffezione totale per l’informazione e la discussione politica è più diffusa in presenza di titoli di studio più bassi. Non si informa mai di politica l’11,3% dei laureati, una percentuale più che doppia di diplomati (24,4%), e quasi quadrupla per quanti hanno al più la licenza media (41,2%). Un andamento analogo si osserva in merito al parlare di politica.Si informa di politica almeno una volta a settimana il 36,7% di quanti hanno al più la licenza media, oscillando tra il 31,2% delle donne e il 42,6% degli uomini con lo stesso titolo di studio. Poco più di un diplomato su due si informa di politica settimanalmente (51,8%: 57,5% tra gli uomini e 45,6% tra le donne), con una differenza di genere di 11,9 punti percentuali. Tra i laureati, invece, la quota di quanti si informano di politica regolarmente sale al 68,4%: tuttavia in presenza di un titolo di studio elevato, la differenza di genere si amplia superando i 14 punti percentuali (si informa almeno una volta a settimana il 61,9% delle laureate a fronte del 76,5% dei laureati).
In tal senso, per meglio comprendere quanto sopra delineato, è utile rammentare quanto emerso dal Rapporto Le competenze cognitive in Italia nel contesto internazionale. I fattori determinanti, i livelli e i rendimenti sociali ed economici, curato dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP), presentato il 12 marzo 2025[3]. Il Rapporto presenta i principali risultati del secondo ciclo dell’Indagine sulle competenze degli adulti realizzata nell’ambito del Programme for the International Assessment of Adult Competencies (PIAAC) dell’OCSE e focalizza l’attenzione sull’Italia e sulle sue aree territoriali in comparazione con gli altri Paesi ed Economie partecipanti al Programma.In particolare l’indagine sulle competenze degli adulti misura le capacità nella lettura e comprensione di testi scritti (dominio cognitivo della literacy), nell’usare informazioni matematiche (dominio cognitivo della numeracy) e nel risolvere problemi in situazioni dinamiche (dominio cognitivo del adaptive problem solving), permettendo di comprendere la situazione del Paese e fornendo strumenti necessari per identificare possibili interventi di politica pubblica volti a innalzare le competenze della popolazione adulta.Analizzando i tre domini congiuntamente, il dato si attesta al 26% (18% nella media OCSE): in Italia circa un adulto di 16-65 anni su quattro presenta ridotte competenze in tutti e tre i domini cognitivi (literacy, numeracy e problem solving adattivo). Questo risultato varia sostanzialmente nel territorio italiano: mentre nel Nord-Est il 13% della popolazione adulta ha ridotte competenze in tutti e tre i domini, la percentuale sale al 19% nel Centro, al 21% nel Nord-Ovest, al 40% nel Sud, per arrivare al 46% nelle Isole.Le persone con alti livelli di competenze (gli high performer) nel nostro Paese sono significativamente meno numerose: 5% nella lettura e comprensione dei testi (12% nella media OCSE), il 6% nell’utilizzo di informazioni matematiche (14% nella media OCSE) e appena l’1% nella risoluzione di problemi in situazioni dinamiche (5% nella media OCSE). Un quarto degli adulti in Italia presenta ridotte competenze in tutti e tre i domini cognitivi: nella lettura e comprensione di testi, nell’utilizzo di informazioni matematiche e nella risoluzione dei problemi in situazioni dinamiche. In Italia il 35% delle persone di 16-65 anni ha ridotte competenze (è, cioè, low performer) nella lettura e comprensione di testi (26% nella media OCSE). Tale percentuale, confermata anche per le capacità di utilizzo delle informazioni matematiche (25% nella media OCSE), sale al 46% nelle capacità di risolvere problemi in situazioni dinamiche (29% nella media OCSE).
Torniamo al rapporto Istat. C’era da aspettarselo che la partecipazione politica ed elettorale nel Sud è più bassa. Le aree del Centro-nord raggiungono livelli di partecipazione più alti che il resto del Paese: si informa di politica almeno una volta a settimana la maggioranza della popolazione del Centro-nord (con valori compresi tra il 52 e il 54%), contro il 40% circa di Sud e Isole. Sempre nelle regioni del Mezzogiorno una quota analoga (37,3%) non si informa mai a fronte del 25,0% circa delle regioni del Nord. Analogamente parla di politica almeno una volta a settimana poco meno di un cittadino su tre del Nord e del Centro Italia, contro uno su quattro del Sud e delle Isole, dove si registra invece la percentuale più alta di quanti non ne parlano mai (rispettivamente 43,5% e 43,2%). Le regioni in cui la partecipazione politica è più diffusa sono il Friuli-Venezia Giulia, la Liguria, il Trentino-Alto Adige e l’Emilia-Romagna. Le regioni del Mezzogiorno, in particolare Calabria, Sicilia e Campania presentano i livelli più bassi e si collocano ai primi posti per numero di uomini e donne che non si informano mai di politica: comportamento che riguarda oltre un terzo degli uomini residenti in queste regioni e quasi la metà delle donne (45-49%). Per quanto concerne le differenze di genere di quanti non si informano mai di politica, il divario di genere è più elevato nelle regioni del Mezzogiorno (12 punti percentuali a fronte dei circa 6 nelle regioni del Nord). Il divario è particolarmente evidente in Calabria e Sicilia dove la distanza tra donne e uomini che non si informano mai di politica supera i 13 punti percentuali, a fronte per esempio dei 5 punti della Lombardia e dei 2,2 del Trentino-Alto Adige.
Considerando nell’insieme i canali tradizionali e quelli accessibili tramite Internet, la radio e la tv restano i mezzi principali, utilizzati dall’89,5% della popolazione. Al secondo posto si collocano i quotidiani (cartacei oppure online): 41,7%, utilizzati dal 45,2% dei maschi e dal 38,0% delle donne. A seguire, senza particolari differenze di genere, le fonti informali (amici, parenti, conoscenti, ecc.), indicate da più di un terzo dei rispondenti, i social network, utilizzati da un cittadino su cinque, e le riviste (12,4%).Oltre 10 milioni e mezzo di cittadini hanno espresso opinioni su temi sociali o politici attraverso siti web o social media (es. X/Twitter, Facebook, Instagram, YouTube, ecc.): erano meno di sei milioni e mezzo nel 2014. Si tratta di una persona ogni quattro utenti di Internet, senza significative differenze di genere.
Degli oltre 15 milioni di cittadini di 14 anni e più che non si informano mai di politica, poco meno dei due terzi (63,0%) si giustificano con il disinteresse. Più di un quinto (22,8%) è invece motivato dalla sfiducia nella politica. Non solocittadini che considerano la politica poco interessante, ma anche coloro che provano una vera e propria repulsione per le questioni politiche.Infine, quote più contenute considerano la politica troppo complicata (8,8%) oppure rimandano alla mancanza di tempo da dedicarvi (7,1%). La mancanza di interesse è particolarmente diffusa tra i giovani fino a 24 anni, sia tra i maschi che tra le femmine. A livello territoriale la sfiducia nella politica come motivazione della mancata informazione raggiunge il valore piùelevato tra i maschi residenti nelle Isole 25,2% (a fronte di una media del 22,8%).
In merito alla partecipazione attiva, ossia ad un impegno attivo in grado di influire sullescelte politiche del Paese, occorre considerare la varietà di forme che essa può assumere: dallapartecipazione a comizi o cortei alla collaborazione con i partiti politici. Nel 2024, hanno partecipato
a un comizio o a un corteo rispettivamente il 2,5 e il 3,3% dei cittadini di 14 anni e più, a fronte del 5,7% e del6,8% del 2003. Il coinvolgimento nelle forme di partecipazione diretta si è ridotto sia per gli uomini che per le donne. Quote di partecipazioneancora più contenute, sia per gli uomini sia per le donne, si rilevano infine con riferimento allo svolgimento diun’attività gratuita per un partito o di sostegno finanziario ad un partito.
In una democrazia come quella delineata dalla nostra Costituzione – non caratterizzata solo da elezioni periodiche a suffragio universale per dotarsi di un Parlamento e di Governo – che si basa su scelte adottate attraverso la discussione e il compromesso, con l’ambizione di rappresentare e regolare il conflitto, i partiti – intesi come «soggetti collettivi» in grado di dare voce e organizzazione politica strutturata agli interessi sociali – continuano ad essere necessari. Siamo stati negli ultimi decenni investiti da una forte ondata di antipolitica, o forse, meglio, di insofferenza verso l’attuale sistema partitico, fenomeno tutt’altro che originale, anche se in Italia è forse più frequente che altrove: «l’antipolitica da noi è quasi una costante di una società che ha conosciuto assai tardivamente lo Stato e lo ha spesso visto come un avversario da combattere o da frodare»[4]. Non pochi affermano l’obsolescenza dei partiti in relazione alla loro incapacità di influire effettivamente sulla formazione e la messa in atto delle politiche pubbliche. In altri termini, le principali decisioni politiche avvengono tra attori non partitici – grandi gruppi di interesse, governi e burocrazie pubbliche – che «determinando le macropolitiche pubbliche svuotano i partiti della loro capacità di indirizzo politico. Le decisioni politiche rilevanti sfuggono sempre più all’ambito decisionale dominato dal valore “legittimità politica” (partiti, elezioni, parlamenti), per ricadere in quello dominato dal controllo effettivo delle risorse»[5]. Il declino delle funzioni di indirizzo politico dei partiti deriva anche dalla rilevanza regolativa di “autorità” non politico-partitiche (banche centrali, corti, authorities, ecc.), dalla costituzionalizzazione di certi fini politici. Sono fenomeni che pongono sfide dirompenti al ruolo storico dei partiti politici. La tesi dell’obsolescenza sottovaluta, tuttavia,«la passata abilità di queste istituzioni nel gestire e superare problemi e sviluppi nuovi attraverso adattamenti ideologici, organizzativi e funzionali. Peraltro, la critica del partito politico è sovente viziata da una comparazione implicita tra una mitica ‘età dell’oro’ e la situazione attuale: i partiti erano un tempo i soli legittimi portavoce di chiari principî e distinti gruppi sociali, che integravano aggregandone le domande in programmi coerenti e comprensivi, e sono oggi degenerati nella burocratizzazione, nell’opportunismo e nella indifferenziazione delle loro basi sociali. Questo cliché è viziato da una enfasi normativa nostalgica per ciò che un partito dovrebbe essere»[6]. I partiti politici hanno molti critici, molti antagonisti e un numero crescente di competitori, ma sembrano avere ancora ben poche alternative concrete e attraenti. Come affermò il presidente Giorgio Napolitano nel discorso pronunciato a Pesaro il 25 aprile 2012, «Nulla ha potuto e può sostituire il ruolo dei partiti, nel rapporto con le istituzioni democratiche». Occorre quindi che la società e la politica (nel senso nobile di azione di promozione del bene comune) possano riappropriarsi dello strumento che i partiti rappresentano. Un primo passaggio in questa direzione è tornare a riflettere sul senso della loro esistenza.
In tal senso, resta immutatala necessità di un “luogo” che raccolga e metta insieme la comunità politica nel suo complesso – non singoli frammenti di essa – ricomprendendo – rectius “rappresentando” – la generalità delle posizioni politiche, delle istanze e degli interessi della società pluralista. Sotto questo profilo, i Parlamenti – quali sedi principali, ancorché non esclusive, della rappresentanza politica – costituiscono tuttora uno strumento insostituibile di mediazione politica, di risoluzione dei cleavages sociali e d’integrazione democratica delle minoranze – tutti elementi fondamentali per la tenuta degli ordinamenti pluralisti liberaldemocratici – sicché deve ancora oggi concludersi nel senso che «il parlamentarismo sia l’unica possibile forma reale in cui l’idea di democrazia possa essere attuata nell’odierno contesto sociale. Alla sorte del parlamentarismo è quindi legata la sorte della stessa democrazia»[7].
Concludiamo tornando sulla questione della disaffezione politica. Il fenomeno della partecipazione nei sistemi politici democratici è stato oggetto di numerosi studi di sociologia politica e scienza della politica. Non sempre è facile accertare quanti siano i cittadini che di fatto si avvalgono delle opportunità loro offerte di prendere parte, in un modo o nell’altro, alla vita della loro comunità. Diverse analisi in tema di partecipazione attestano che un numero piuttosto ridotto di cittadini risultano fortemente impegnati nella sfera della politica. Segue un’ampia fascia di persone che costituisce quella che è stata chiamata “l’opinione pubblica attenta”. Infine, abbiamo una notevole parte della popolazione, quella dei cittadini disimpegnati e quello dei cittadini definibili come marginali, generalmente poco informati, scarsamente interessati e solo perifericamente coinvolti nelle vicende della vita politica. Quali fattori determinano questa diversità di comportamenti? Alcuni studiosi sostengono che prendono parte alla vita politica coloro che sono più istruiti, godono di un reddito medio-alto, svolgono attività professionali di un certo tipo, sono inseriti in una rete di rapporti sociali nella propria comunità che lo avvicinano alla sfera della politica. Al contrario, la partecipazione non è facile per coloro che, occupano ruoli sociali periferici. Altri esperti, mettono in risalto l’importanza che assume la presenza nell’ambiente sociale in cui si muovono i cittadini di associazioni o reti organizzative che con le loro iniziative costituiscono occasioni di partecipazione anche per quelle fasce della cittadinanza meno portate a essere coinvolte nella sfera politica. Là dove sono presenti strutture associative funzionanti esse costituiscano agenti di mobilitazione che stimolano o facilitano comportamenti partecipativi da parte di settori più o meno ampi della popolazione.
Una cosa è certa. Un’opinione pubblica più attiva e coinvolta – sottolinea Giacomo Sani – lascerebbe minor spazio all’azione dei gruppi di pressione portatori di interessi particolari, limitandone l’influenza sulle decisioni della comunità. Ne risulterebbero «altresì maggiori e più incisivi stimoli per la classe politica, periodicamente sottoposta al giudizio di elettori più maturi e in grado di decidere a ragion veduta e, per questo, meno influenzabili da eventuali pressioni o da suggestioni superficiali.In sintesi: un deciso miglioramento del quadro della partecipazione a livello di massa non potrebbe che avere ripercussioni positive sulla performance complessiva del sistema politico. È una tesi condivisibile, ma che non affronta il problema di come possa venire colmato il deficit di partecipazione che caratterizza le democrazie contemporanee»[8].
Scrivendo dal carcere, Antonio Gramsci affermava che «istruire è difficile, ma governare un popolo ignorante è più facile».Il suo saggio Odio gli indifferenti, pubblicato l’11 febbraio 1917 su La città futura, è un manifesto di straordinaria attualità[9]. Gramsci denunciò la passività di chi si tiene ai margini degli eventi, di chi si accontenta di guardare il corso della storia senza agire, senza prendere posizione. L’indifferenza, per Gramsci, non è solo una colpa morale; rappresenta un pericolo concreto, consegna il potere a chi lo esercita senza scrupoli.
Non a caso nel 2024 il Censis ha scelto – per sintetizzare i contenuti del suo 58° Rapporto sulla situazione sociale del Paese- l’aggettivo di sonnambuli, ossia «ciechi dinanzi ai presagi», per definire il profilo della maggioranza silenziosa degli italiani. Leggiamo nel Rapporto: «Alcuni processi economici e sociali largamente prevedibili nei loro effetti sembrano rimossi dall’agenda collettiva del Paese, o comunque sottovalutati. Benché il loro impatto sarà dirompente per la tenuta del sistema, l’insipienza di fronte ai cupi presagi si traduce in una colpevole irresolutezza». Impauriti, rassegnati, indolenti, insipienti e rassegnati ad aspirazioni minori, come ha sostenuto il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii. Apparentemente vigili, ma incapaci di vedere i grandi cambiamenti a cui stiamo andando incontro. Una sorta di insipienza diffusa, aggiunge Valerii.
Ci sembra appropriato terminare con le parole dello scrittore, poeta e drammaturgo tedesco Johann Wolfgang (von) Goethe[10]: «Finché non ci si impegna, allora regnano l’esitazione, la possibilità di tirarsi indietro, e sempre l’inefficacia. A proposito di ogni gesto di iniziativa, c’è una verità elementare, ignorare la quale vuol dire uccidere un’infinità di idee e splendidi progetti: nel momento in cui ci si impegna definitivamente, allora anche la Provvidenza inizia a muoversi. Cominciano a succedere cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Un intero flusso di eventi scaturisce dalla decisione, portando a favore di chi si impegna ogni sorta di accadimento imprevisto, ogni incontro, ogni assistenza materiale, come nessuno avrebbe mai potuto immaginare. Qualsiasi cosa puoi fare o sogni di poter fare, comincia a farlo. Nell’ardimento ci sono genio, potere e magia. Comincia. Ora».
Antonio Salvati
[1] Vedi https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/09/Stat-Focus_Partecipaizone-politica_Anno-2024.pdf.
[2]Vedi la voce Partecipazione politica di Giacomo Sani, in Enciclopedia delle scienze sociali (1996), https://www.treccani.it/enciclopedia/partecipazione-politica_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/
[3] https://oa.inapp.gov.it/server/api/core/bitstreams/c31df4f9-6df7-4c77-8784-0fd0afa467fb/content
[4] Vedi la voce Partiti politici e sistemi di partitodi Stefano Bartolini, Enciclopedia delle scienze sociali (1996), in https://www.treccani.it/enciclopedia/partiti-politici-e-sistemi-di-partito_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/
[5]Ibidem.
[6]Ibidem.
[7] Così H. Kelsen, Il problema del parlamentarismo, 1925, trad. it. C. Geraci (a cura di) Il primato del parlamento, Milano, 1982, p. 174.
[8] Vedi la voce Partecipazione politica di Giacomo Sani, cit.
[9] «Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. Opera passivamente, ma opera. […]».
[10] Francoforte sul Meno, 28 agosto 1749 – Weimar, 22 marzo 1832.
