Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Giovanni de Simone

Abstract

Questo saggio spiega il meccanismo con il quale gli americani eleggono i loro rappresentanti al Congresso e spiega i limiti di un complesso meccanismo elettorale, nato dai compromessi raggiunti per costituire la Federazione di Stati indipendenti dopo la guerra di indipendenza vinta contro l’Inghilterra. Il meccanismo è soggetto a potenziali manipolazioni che possono sostanzialmente influenzare l’affluenza al voto specie delle classi più disagiate, e condizionare il risultato finale.

Parole chiave: Elezioni di midterm; Gerrymandering; Federalismo statunitense; Restrizioni elettorali; Rappresentanza democratica.

1. Introduzione

Quando si parla di politica statunitense, l’attenzione europea si concentra quasi sempre sull’elezione del Presidente. Eppure, le elezioni di medio termine (che per questa amministrazione si terranno nel novembre 2026) sono altrettanto importanti, specie nel contesto dato. In quella occasione verranno, infatti, rinnovati tutti i 435 membri della Camera dei Rappresentanti ed un terzo del Senato, determinando quanto il Presidente Donald Trump potrà proseguire senza ostacoli il proprio programma politico nei due anni successivi.

Molti osservatori, specialmente americani, continuano a considerare probabile una conferma della maggioranza repubblicana alla Camera, nonostante il consenso di Trump appaia in calo. Per comprendere quanto questa previsione sia fondata, guardare ai sondaggi può essere fuorviante.

Occorre, infatti, capire come funziona il sistema elettorale americano, come vengono disegnati i distretti congressuali e perché il controllo delle mappe elettorali sia diventato oggi, ancor più che nel passato, uno dei principali terreni di scontro politico negli Stati Uniti.

 

2. Una federazione nata dal compromesso

Gli Stati Uniti nacquero dall’unione di tredici colonie che, dopo l’indipendenza dall’Inghilterra, rimasero estremamente gelose della propria autonomia, che fino al momento dell’alleanza aveva portato anche a conflitti tra loro. La Costituzione federale del 1787 fu il risultato di un difficile compromesso tra esigenze contrastanti: la necessità di creare un governo centrale sufficientemente forte, la volontà degli Stati di conservare ampi poteri e il bilanciamento della rappresentanza politica delle diverse realtà territoriali.

Da questo compromesso nacque un Congresso bicamerale. Nel Senato, ogni Stato dispone di due rappresentanti indipendentemente dalla popolazione. Nella Camera dei Rappresentanti, invece, i seggi vengono ripartitiin proporzione alla popolazione. È proprio la Camera il vero campo di battaglia delle elezioni del novembre 2026.

 

3. I distretti congressuali: il cuore della politica americana

I membri della Camera dei Rappresentanti vengono eletti in collegi uninominali chiamati “distretti congressuali”. Il numero di distretti in ogni Stato è determinato dalla sua popolazione, e varia da uno (come, ad esempio, in Vermonted in altri stati con popolazioni esigue) a cinquantadue (California). Ogni distretto elegge un solo deputato e il candidato che ottiene più voti conquista il seggio.

Il punto critico è che i confini di questi distretti sono modificabili. Dopo ogni censimento decennale dovrebbero essere ridisegnati per adeguarli ai cambiamenti demografici. Tuttavia, il censimento non è preciso, perché tende a sottostimare alcune fasce della popolazione, tra cui i membri delle minoranze, i poveri, gli inquilini (rispetto ai proprietari di casa), le popolazioni mobili (come i lavoratori agricoli) e i bambini. Inoltre, in molti Stati, il processo di definizione dei distretti è controllato dalle assemblee legislative statali e dai governatori, cioè dagli stessi soggetti che hanno un interesse diretto nel risultato delle elezioni. In teoria il ridisegno dovrebbe limitarsi ad aggiornare la rappresentanza in base ai censimenti, anche se in modo non preciso. In pratica,  diventa a volte uno strumento potentissimo per influenzare il risultato elettorale (gerrymandering).

 

4. Gerrymandering: quando si scelgono gli elettori invece dei rappresentanti

Con il termine gerrymandering si indica la manipolazione dei confini dei distretti elettorali allo scopo di favorire un partito e penalizzarne un altro. Questo termine, ormai storico, nacque nel 1812 in Massachusetts, quando il governatore Elbridge Gerry promulgò una mappa dei distretti elettorali talmente deformata e bizzarra, studiata per favorire i suoi alleati, che un distretto ricordava la sagoma di una salamandra. Un redattore dell’epoca unì il cognome del politico (Gerry) con il termine salamander (mander), battezzando una pratica che nel tempo è diventata una vera e propria scienza della manipolazione geografica. Le principali tecniche alla base del gerrymandering sono due.

La prima consiste nel concentrare (packing) gli elettori avversari in pochi distretti. Se le aree dove prevalgono gli elettori democratici vengono ammassate in un numero limitato di collegi, essi vinceranno quei collegi con margini enormi, ma perderanno molti altri collegi per pochi voti. Il risultato finale può essere una maggioranza, anche schiacciante, di seggi repubblicani, pur in presenza di un sostanziale equilibrio o anche di maggioranze democratiche nel numero complessivo dei voti.

La seconda tecnica consiste nel frammentare (cracking) una comunità politicamente omogenea dividendola tra più distretti. In questo modo gruppi che avrebbero la forza per eleggere propri rappresentanti vengono diluiti all’interno di collegi dominati da altre maggioranze. Le comunità afroamericane, latinoamericane e le grandi aree urbane sono spesso le più colpite da queste pratiche.

Negli ultimi anni, il gerrymandering ha assunto un’importanza crescente. Diverse decisioni della Corte Suprema Federale (rinnovata durante il primo mandato di Trump) hanno ridotto la possibilità di intervento dei tribunali federali contro le manipolazioni di natura politica, lasciando maggiore libertà alle legislature statali. Il risultato è che la competizione politica non si svolge più soltanto tra candidati e programmi, ma anche nella definizione delle regole del gioco. In alcuni casi, la battaglia per il controllo delle mappe elettorali può risultare persino più importante della campagna elettorale stessa.

 

6. Le restrizioni all’accesso al voto

Il disegno dei distretti non è l’unico elemento controverso. Negli Stati Uniti il voto non è automatico. I cittadini devono registrarsi e ogni Stato stabilisce regole proprie per l’accesso alle urne. Negli ultimi anni si è assistito a un irrigidimento delle procedure in numerosi Stati. Tra le misure più discusse figurano l’obbligo di presentare, per la registrazione, specifici documenti di identificazione (che molti americani di classi disagiate non hanno, dato che non è obbligatorio in USA averli).

L’accesso al voto è reso complicato anche per la riduzione dei seggi elettorali in alcune aree urbane, perle crescentilimitazioni del voto anticipato e del voto per corrispondenza, e per la chiusura di seggi in territori abitati prevalentemente da minoranze o da cittadini a basso reddito. I sostenitori di tali misure sostengono che esse servono a prevenire possibili frodi. I critici ritengono invece che l’effetto concreto equello di ridurre la partecipazione elettorale delle categorie sociali più fragili e delle minoranze.

Infine, le elezioni si tengono in un unico martedì, un giorno scomodo per tutti i lavoratori, le code possono essere lunghe e raggiungere i seggi può richiedere un viaggio. Insomma, la partecipazione al voto è sostanzialmente disincentivata per le classi meno abbienti. Non è un caso che molte delle controversie sul diritto di voto e sul gerrymandering si concentrino negli Stati del vecchio Sud, territori nei quali l’eredità della segregazione razziale continua ancora oggi a influenzare il dibattito sulla rappresentanza politica.

 

7. Le conseguenze del voto.

Se la camera dei rappresentanti avrà una maggioranza repubblicana, considerando anche il colore politico della Corte Suprema Federale, Trump avrà mano libera per continuare senza ostacoli nell’opera di trasformazione, che ha già intrapreso ora senza tenere in alcun conto i timidi tentativi di freno operati dal presente Congresso.

Molte analisi attribuiscono oggi ai repubblicani un vantaggio nelle elezioni di medio termine del 2026. Tuttavia, tale previsione non deriva da una superiorità elettorale del GOP nell’opinione pubblica. Al contrario, diversi indicatori mostrano un calo della popolarità di Trump rispetto all’inizio del mandato e una crescente competitività democratica.Il vantaggio repubblicano deriva sostanzialmente da fattori strutturali che riguardano la configurazione dei distretti elettorali e le regole di accesso al voto, elementi che possono influenzare la traduzione del consenso popolare in rappresentanza parlamentare, fimo a stravolgerne la tendenza.

Alcuni osservatori sostengono che nessuna mappa elettorale può annullare completamente gli effetti di un forte cambiamento dell’opinione pubblica. Tuttavia, il fatto stesso che una parte crescente della competizione politica si combatta sul terreno delle regole elettorali anziché su quello della persuasione degli elettori rappresenta uno dei segnali più evidenti delle tensioni che attraversano oggi la democrazia americana.

La questione fondamentale, dunque, non è soltanto chi vincerà nel novembre 2026. La domanda più importante è quanto il sistema politico statunitense sia oggi in grado di tradurre fedelmente la volontà degli elettori in rappresentanza democratica effettiva. Una democrazia può sopravvivere a leader impopolari, a crisi economiche o a forti polarizzazioni. Più difficile è sopravvivere quando una parte crescente dei cittadini comincia a dubitare che il proprio voto abbia davvero lo stesso peso di quello degli altri.

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