Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Mario Garofalo

Il lavoro di Di Brango e Romano, Brigantaggio e rivolta di classe. Le radici sociali di una guerra contadina, Nova Delphi, Roma 2027,  si caratterizza ancora oggi per il raro merito di riportare il Mezzogiorno su un terreno che è quello dei rapporti di forza, invece che quello delle chiacchiere identitarie. Il brigantaggio viene trattato né come folklore criminale né come leggenda consolatoria: è assunto come guerra contadina senza direzione, prodotto di una crisi organica che investe insieme il blocco proprietario meridionale e la legittimità dello Stato unitario.

L’operazione storiografica è chiara: smontare le due retoriche dominanti – quella nazionale-liberale e quella neoborbonica – mostrando come, sotto abiti diversi, condividano lo stesso presupposto: negare al contadino la dignità di soggetto storico. O è “delinquente” da reprimere, oppure è “vittima tradita” da compiangere; in entrambi i casi resta escluso dal ruolo di protagonista di un conflitto sociale, semplice oggetto di narrazione altrui. Di Brango e Romano, invece, riportano il brigante là dove deve stare: nel cuore del processo di formazione dello Stato italiano e della sua incapace costruzione di egemonia nel Sud.

L’uso delle fonti è esemplare. La documentazione militare, prefettizia, giudiziaria viene trattata come scrittura di potere, discorso delle classi dominanti che nomina, classifica, stigmatizza, di contro all’idea che rappresenti un inventario neutro di fatti. Leggere “contropelo” quei rapporti – dietro le formule sulla “ferocia dei banditi” e sulla “viltà delle popolazioni” – significa riportare in superficie ciò che l’amministrazione tenta di occultare: latifondo, fiscalità oppressiva, coscrizione, esclusione materiale dalla cittadinanza. In questo modo lo studio inchioda la retorica dell’“ordine pubblico” al suo fondamento reale: la difesa di una determinata struttura di proprietà.

La coincidenza tra geografia del brigantaggio e geografia del latifondo e della miseria rurale viene assunta come indice strutturale, anziché come semplice curiosità statistica. Dove l’Unità si traduce in occasione di consolidamento per la borghesia agraria e gli ex ceti feudali, esplode la violenza contadina. Il brigante cessa di essere figura isolata: diventa il precipitato individuale di una condizione collettiva, la deformazione armata di un’energia sociale priva di canali politici. Qui non si indulge al romanticismo né all’indulgenza morale: si constata che, in assenza di partiti, sindacati, rappresentanze organizzate, il fucile diventa un linguaggio rozzo con cui un mondo espulso dalla cittadinanza tenta di dire qualcosa – riconoscimento, vendetta, sopravvivenza.

Il merito maggiore di questo lavoro sta nello spostare il fuoco dal “decennio del brigantaggio” alla lunga durata, a partire almeno dal 1799. In questa prospettiva il Mezzogiorno appare come un vero e proprio laboratorio di governo delle classi subalterne: insorgenze represse, restaurazioni, rivoluzioni mancate, cooptazioni clientelari, produzione di un senso comune intriso di fatalismo. Il brigantaggio risulta una fase di questa storia, anziché un’anomalia: momento di un processo in cui lo Stato tenta, con mezzi via via più sofisticati, di trasformare una potenzialità insorgente in abitudine all’impotenza.

Qui si apre il nodo decisivo: la “pedagogia politica” dello Stato unitario nel Sud. La sconfitta del brigantaggio risulta al tempo stesso militare e psicologica. Le campagne militarizzate, le fucilazioni, gli arresti, le deportazioni producono ordine insieme a soggettività segnate dal particolarismo, dal familismo, dalla sfiducia in ogni organizzazione generale. Di Brango e Romano ricordano che questi tratti, spesso branditi come “essenza” meridionale, rappresentano il risultato di un preciso dispositivo di dominio, anziché il frutto spontaneo di un carattere antropologico.

Ne deriva una lettura severa del Risorgimento. Visto dal Mezzogiorno, esso appare come rivoluzione dall’alto, compiuta contro oppure sopra le masse rurali. Nella fase risorgimentale manca un blocco sociale capace di unire borghesia progressiva e contadini in un progetto comune. L’Unità, nel Sud, si presenta come pura dominazione senza egemonia: il linguaggio stesso del potere – codici, circolari, bandi – resta estraneo, non solo per analfabetismo, ma anche perché non parla ai bisogni popolari. In questa distanza, nella frattura tra “Paese legale” e “Paese reale”, affondano molte radici persistenti della questione meridionale.

La lezione metodologica di questo studio risulta altrettanto netta: la cosiddetta “neutralità” intesa come sospensione di ogni giudizio di valore viene respinta. Esiste una sola neutralità onesta, che consiste nel dichiarare il proprio punto di vista di classe, riconoscendo che anche il silenzio sul conflitto ha un significato politico. Collocare il Mezzogiorno non più come oggetto esotico, bensì come prisma attraverso cui leggere l’intera storia dello Stato italiano, significa sottrarre il Sud sia alla colpevolizzazione sia alla deresponsabilizzazione.

Qui si misura anche l’attualità di questo lavoro. In un presente in cui il discorso sul Mezzogiorno oscilla stancamente tra autodenigrazione (“Sud-problema da normalizzare”) e autoassoluzione (“Sud-identità offesa” che si rifugia nel mito), Di Brango e Romano indicano una terza via: trattare il Mezzogiorno come terreno storico concreto, fatto di rapporti di produzione, meccanismi di subordinazione, insieme a risorse di cambiamento. Il brigantaggio, letto come guerra contadina senza direzione, mostra che nel Sud è esistita e forse esiste ancora un’energia sociale organizzabile in tutt’altro senso.

In questo senso, il loro studio svolge una funzione evidente di educazione politica. Invita a interrogare criticamente le sconfitte, trasformandole da repertorio di lamenti in archivio di esperienze da cui imparare, evitando sia l’invenzione di nuovi briganti sia la sacralizzazione dei vecchi. La lunga lotta di classe che attraversa il Mezzogiorno dall’Ottocento a oggi non appare come parentesi chiusa: costituisce un filo che ritorna, sotto altre forme, nelle attuali pratiche di esclusione, nelle cittadinanze dimezzate, nelle mediazioni clientelari che continuano a sostituire diritti con favori.

La responsabilità, a questo punto, eccede la cerchia degli storici. Spetta a chi oggi abita questi paesi, lavora in queste campagne, studia in queste città decidere se lasciare quella storia sepolta negli archivi oppure farne uno strumento per guardare in faccia il presente. Si tratta non di ripetere i gesti di ieri, bensì di riconoscere, con lucidità, dove si riproducono gli stessi dispositivi di esclusione e dove, invece, possono nascere pratiche diverse di cittadinanza, organizzazione, conflitto. In questo modo la “questione meridionale” cessa di essere uno slogan buono per i convegni e diventa, finalmente, una faccenda di popolo che si organizza e rifiuta di restare ai margini.

 

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