di Giuliano Laccetti

Per troppo tempo, la sanità campana è stata tenuta sotto scacco da un “Piano di rientro” (Pdr) che, specie negli ultimi tempi, assumeva più la forma di un cappio politico che di un vero strumento di risanamento. E oggi, finalmente, la Regione può rivendicare una importante vittoria: il Tar ha dato ragione alla Campania, annullando il diniego del Ministero della Salute e ordinando l’uscita immediata dal Piano.

Un po’ di informazioni. Una Regione entra in regime di Piano di rientro quando sussistono determinate condizioni di squilibrio economico-finanziario del servizio sanitario regionale, tali da richiedere un accordo con lo Stato per il ripiano del disavanzo. Il Piano di rientro è un programma di risanamento e riorganizzazione della sanità regionale che comprende diverse componenti: a) Ripristinare l’equilibrio economico-finanziario del sistema sanitario regionale, cioè, eliminare il disavanzo e garantire la sostenibilità della spesa sanitaria; b) Assicurare il rispetto dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), cioè che i cittadini ricevano le prestazioni sanitarie minime previste dalla legge, anche mentre si attua la ristrutturazione.

Inoltre, le regioni in Pdrhanno in genere vincoli più stringenti nella spesa e una maggiore sorveglianza da parte dello Stato. Non possono spendere niente in più rispetto al minimo. Dal punto di vista politico e d’immagine, infine, una regione in Pdr è considerata “incapace” di far funzionare la propria sanità.

Come si esce da un Pdr? Una volta che la Regione ha soddisfatto gli obiettivi (risanamento contabile strutturale, rispetto dei LEA, …) può uscire dal regime del Piano di rientro e tornare ad una gestione ordinaria.

La Campania può rivendicare una importante vittoria, dicevo all’inizio. Non si tratta di un capriccio: la Campania ha soddisfatto il risanamento contabile; ha raggiunto una soglia di punteggio maggiore di 60 (che è il minimo stabilito) in ciascuna delle tre macroaree in cui è suddiviso il sistema-sanità per ciascuna regione: prevenzione collettiva e sanità pubblica; assistenza distrettuale; assistenza ospedaliera, raggiungendo un punteggio rispettivamente di 62, 72, 72. Una sufficienza ampia, come dire. Che si deve ancora migliorare, ovviamente.

Eppure, il Ministero Schillaci ha continuato a opporsi, denunciando carenze strutturali su due indicatori: gli screening oncologici e i posti letto nelle Rsa per anziani. Secondo il ministero, queste criticità renderebbero ancora la Campania “non pienamente adempiente”.

Il Tar, però, ha respinto questa logica: trasformare due sotto‑aree parziali in “condizioni ostative assolute” per l’uscita dal Piano – scrivono i giudici –è illegittimo, quando il risanamento contabile, fattore primario, è raggiunto ormai da tempo (e il resto del sistema Leaè stato soddisfatto).  Il governo ha annunciato ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar Campania.

Questo scontro non è solo tecnico: è politico. Non è proprio centrale, ma alcuni rimarcano (“a pensar male …”) come il candidato di centrodestra per la presidenza regionale Cirielli, abbia come moglie una funzionaria, medico, capo del Dipartimento Prevenzione, Ricerca ed Emergenza Sanitaria al Ministero della Salute — esattamente la macro‑area che il ministero contesta alla Campania. Qualcuno potrebbe pensare a un conflitto di ruoli? Sono sicuro che tutto si sia svolto in maniera formalmente corretta e (secondo il ministero) a ragione nella sostanza. In uno Stato maturo, però, proprio quando non vi è alcuna irregolarità, è necessario che i ruoli siano trasparenti per evitare zone d’ombra e sospetti strumentali.

I cittadini campani, da parte loro, vivono la sanità in un modo diverso: non bastano i titoli di carta. Le liste d’attesa restano lunghe, molti pazienti stanno giorni in barella in triage perché i posti letto non ci sono, e la struttura ospedaliera soffre. È comprensibile che non tutti gioiscano al grido “siamo fuori dal Pdr”: per molti la sanità resta quotidianamente fragile, anche se la Regione ha finalmente guadagnato autonomia reale per investire.

Ma è proprio questa autonomia la posta in gioco. Con l’uscita dal Piano, la Campania non è più soggetta a vincoli di spesa asfissianti: può assumere medici e infermieri, investire in nuovi reparti, rafforzare la prevenzione, potenziare la rete per anziani, pianificare su base regionale e non più su “obiettivi calati da Roma”. Questo è il cuore della sfida: non è solo il bilancio che cambia, ma la prospettiva di un sistema sanitario più forte per i nostri territori.

Le critiche della destra, in questo panorama, suonano come strumentalizzazione politica. Le “critiche” al Tar, il ricorso al Consiglio di Stato annunciato dal Ministero, il richiamo costante alle carenze su due indicatori: tutto sembra parte di una strategia per mantenere il controllo su una Regione considerata politicamente “avversa”. Se il Piano fosse strumentale, non servirebbe più: ora, la Campania potrebbe usare liberamente il proprio bilancio per rafforzare la sanità, per dare risposte ai suoi cittadini, per chiudere quel gap di dignità che, troppo a lungo, è stato giustificato con ragioni tecniche.

Chi critica non sbaglia a sollevare le difficoltà reali: le barelle, le attese, la carenza di posti. Ma chi esulta non è ingenuo: sa che questa non è una vittoria di una persona, ma della Regione, del diritto alla salute, della giustizia. I dati e la sentenza del Tar dicono che la Campania non era inadempiente come molti volevano far credere: era semplicemente su un terreno politico pesantemente inclinato contro di lei. Il candidato presidente Roberto Fico ha subito confermato che si apre un nuovo precorso per la Campania, potendo immediatamente pensare a nuove assunzioni e, subito dopo, cominciare a lavorare per un miglioramento significativo del sistema-sanità in regione. Da poche ore c’è stata una dichiarazione anche del candidato Marco Esposito, di Avs, che appoggia Roberto Fico.

Per troppo tempo, essere “in piano di rientro” è stato utilizzato come una forma di ricatto: “se non stai buono, non esci”, “se protesti, perdi risorse”. Oggi la Campania ha rotto il muro. Non è un trionfo di bandiera; è una rivendicazione di autonomia e di capacità di governare la propria sanità. E chi vede in tutto questo solo uno show politico, forse non ha ancora compreso la posta in gioco reale: non è la campagna elettorale di un candidato, ma il diritto di milioni di campani a una sanità più libera, più giusta, più vicina. Chiunque vinca, non potrà più usare il “Piano di rientro” come un cappio senza conseguenze: lo spettro è caduto. E la sanità della Campania, finalmente, può d’ora in poi riprendere il cammino: certo, vigileremo ancora, tutti.

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