Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Vincenzo Catalano
C’è un dettaglio rivelatore, quasi un frammento marginale del presente, che sta però assumendo il valore di un segno dei tempi: nelle piazze del mondo, dai vicoli di Kathmandu alle avenue parigine, sventola sempre più spesso una bandiera pirata con un cappello di paglia. È il vessillo nato dal manga giapponese One Piece, un oggetto di fantasia che la Generazione Z ha trasformato in simbolo politico.
Secondo il Washington Post, in un articolo del 17 settembre 2025, i nati tra il 1997 e il 2012 stanno modificando in profondità il linguaggio della protesta: non seguono leader, non riconoscono partiti, diffidano dei sindacati tradizionali. Preferiscono un’azione collettiva orizzontale, organizzata attraverso meme, canali crittografati, reels e slang modellati dall’intelligenza artificiale.
In questo contesto la bandiera dei Pirati di Cappello di Paglia assume un significato nuovo: non richiama soltanto le avventure di Rufy, il ragazzo protagonista del manga ideato da Eiichirō Oda che sfida l’oppressione del Governo Mondiale, ma diventa la metafora di una generazione che non crede più alla capacità delle istituzioni di correggere le proprie storture. Lo studioso Peter Kagwanja lo ha definito, sempre nel citato articolo del Washington Post, “un fenomeno globalizzato, una resistenza guidata dalla gioventù contro un élite di potere decadente e il decadimento dei sistemi di governo” (Cfr. “GenZ revoltis a globalizedphenomenon, a youth-led resistence to a decadentpowereliteand dacay of governmentsystems”).
La protesta scoppia in forme diverse: in Indonesia, dove il fenomeno è iniziato, per un sussidio da 3.000 dollari mensili concesso ai parlamentari; in Nepal, in seguito al blocco di 26 social network, fra gli altri WhatsApp, Facebook, Instagram, YouTube; in Kenya, contro l’aumento delle tasse sui beni essenziali; in Serbia, dopo il crollo di una pensilina ferroviaria attribuito alla corruzione.
La rabbia si alimenta online, dove i giovani diffondono video delle repressioni, analizzano documenti governativi, smascherano incongruenze. L’avvocato keniota per i diritti umani, GitobuImanyara, sempre sul Washington Post, definisce la GenZ “il cane da guardia che non sapevamo di avere” (Cfr. “Gen Zshavebecome the watchdogsweneverexpected, They are scrutinizingwebsites, cross-checkingnumbers and exposingrot in real time”).
Talvolta tentano perfino forme spontanee di autogoverno: in Nepal, su Discord, hanno discusso e indicato un primo ministro ad interim, l’ex giudice capo SushilaKarki, poi accettata dalle istituzioni. La bandiera di One Piece, si legge in un articolo del The Guardian del 24 settembre 2025, compare ovunque: in Indonesia il 17 agosto, durante l’ottantesimo l’anniversario dell’indipendenza, sventola su moto, balconi, camion; in Nepal accompagna scontri; nelle Filippine appare dopo lo scandalo dei fondi dirottati.
Il fenomeno globale, nato nel Sud del mondo e nello specifico in Asia, non tarda a diffondersi anche e soprattutto per merito di una interconnessione fra giovani. In Europa emerge con forza durante la grande mobilitazione francese del 18 settembre 2025, tra studenti, insegnanti e lavoratori che contestano austerità e riforme delle pensioni.
Appare anche in Italia, durante le manifestazioni riguardanti il conflitto israelo-palestinese tenute il 7 ottobre del corrente anno, un attivista dichiara per la testata Agenzia Vista: “Per noi è un simbolo di liberazione”, tanto che viene utilizzata anche su alcune imbarcazioni della Global Sumud Flottilla. In Africa sventola in Kenya, Madagascar, Marocco. Negli Stati Uniti appare durante la protesta “No Kings” contro l’amministrazione Trump; in Perù emerge nelle piazze antigovernative.
La domanda è inevitabile: perché un manga giapponese è diventato l’icona di una ribellione globale? Secondo la professoressa associata della Oklahoma State University, Nuurrianti Jalli, nella sua dichiarazione al JapanForward del 4 novembre 2025, One Piece presenta outsider che sfidano un’autorità ingiusta, un tema che travalica culture e confini. Il fatto che il manga sia nato nel 1997, lo stesso anno in cui nasce la prima ondata della Gen Z, rafforza questa identificazione: è la loro epopea generazionale.
Nel suo intervento su Le Monde del 14 novembre 2025, lo storico Guillaume Calafat osserva come “in tutto il mondo la Generazione Z sventoli la bandiera di One Piece sfidando le autorità” (“Across the world, Gen Z iswaving the One Piece flag in defiance of authorities”). È un fenomeno globale che non nasce dal caso: questa generazione, cresciuta tra crisi climatica, precarietà economica e istituzioni percepite come lontane, rifiuta il fatalismo e la rassegnazione. Ha un linguaggio proprio, un nuovo immaginario e soprattutto una consapevolezza: nella contemporaneità, la cultura pop non è soltanto intrattenimento, ma può trasformarsi in strumento politico.
Così un simbolo nato nelle pagine di un manga diventa oggi un vessillo reale nelle mani di ragazzi che non si riconoscono più nelle ideologie del Novecento, ma non per questo rinunciano a credere nella giustizia sociale. La bandiera con il teschio e il cappello di paglia, slegata da ogni appartenenza tradizionale, parla un linguaggio universale: quello della libertà contro l’oppressione e a rendere ancora più forte il messaggio è il fatto che tutto è nato a Sud dell’equatore.
Non è un caso che, come sottolinea il giornale tedesco Neues Deutschland in un articolo del 29 settembre 2025, One Piece è percepito come il racconto dei desideri di una generazione a cui viene promessa, giorno dopo giorno, la realizzazione di sé nella quotidianità neoliberista della postmodernità — una promessa che però si infrange contro salari precari, affitti insostenibili e governi spesso corrotti o autoritari.
La forza della seriemanga ideata nel 1997 sta proprio qui: nell’evocare un’antica promessa di liberazione collettiva e di compimento dell’individuo che l’attuale presente capitalista non riesce a mantenere.
Se questa energia della GenZ, questa capacità di trasformare un simbolo narrativo in una bandiera politica, saprà essere trasmessa alle generazioni precedenti e a quelle future, allora sì: il futuro potrebbe davvero essere in mani migliori.
