di Giuliano Laccetti

La riflessione che segue prende spunto da un episodio recente, della settimana scorsa, raccontato dalla stampa. Un uomo di trentuno anni è stato arrestato a Bacoli mentre chiedeva cinquemila euro a un imprenditore per “stare tranquillo”. A incastrarlo non è stata una confessione né una lunga indagine tradizionale, ma un drone dei Carabinieri che ha filmato ogni passaggio della consegna del denaro. Tecnologia pulita, chirurgica, implacabile. Il reato viene documentato senza margini di dubbio, il responsabile finisce in carcere, la giustizia appare rapida ed efficace. È il volto della tecnologia che più ci piace: quello che rende più difficile la vita ai delinquenti e più semplice il lavoro delle forze dell’ordine.

Ma proprio da qui nasce una domanda più profonda. Perché quell’occhio elettronico che oggi ci rassicura è lo stesso identico strumento che, in altre mani o in altri contesti, può trasformarsi nel simbolo di una sorveglianza senza limiti. Lo stesso dispositivo che filma un’estorsione può diventare lo strumento dello stalker che viola la vita privata di una persona, oppure il mezzo con cui si combattono guerre a migliaia di chilometri di distanza, guidando a distanza la morte. La tecnologia, in sé, non ha morale. È un mezzo. Il problema non è il silicio, ma il potere che lo utilizza.

Da questo punto di vista, il caso di Bacoli è un esempio perfetto per aprire una discussione più ampia: il rapporto tra sicurezza, libertà e privacy nella società contemporanea.

La tecnologia ha un talento straordinario: promettere soluzioni semplici a problemi complessi. Quando un drone riprende un’estorsione e consente di arrestare un criminale, la sensazione immediata è quella di una giustizia più efficace, quasi perfetta. L’occhio elettronico vede tutto, non si stanca, non dimentica. In quel momento la tecnologia appare come l’alleata ideale dello Stato di diritto. È comprensibile, allora, che molti cittadini guardino a questi strumenti con favore: se servono a garantire sicurezza, perché non usarli sempre?

È qui che emerge una delle grandi questioni etiche e politiche del nostro tempo: il rapporto tra sicurezza, libertà e privacy. Di fronte alla paura (del crimine, del terrorismo, dell’insicurezza diffusa) una parte crescente dell’opinione pubblica sembra disposta a cedere quote di libertà pur di sentirsi più protetta. È una tentazione antica quanto la politica stessa. Ma è anche una delle più pericolose.

La sicurezza è un bisogno fondamentale delle società umane. Senza sicurezza non c’è convivenza civile, non c’è fiducia reciproca, non c’è spazio per la vita pubblica. Tuttavia, la libertà non è un valore accessorio che può essere sacrificato senza conseguenze: è la condizione stessa che rende possibile la dignità della persona. In termini filosofici, la libertà non è semplicemente un diritto tra gli altri; è ciò che definisce l’essere umano come soggetto morale e politico.

Questo è uno dei punti centrali del pensiero liberale moderno. Le grandi democrazie occidentali sono nate proprio dall’idea che il potere, anche quando esercitato in nome dell’ordine pubblico, debba essere limitato. Montesquieu parlava della necessità di separare i poteri per evitare che uno solo potesse dominarli tutti. Tocqueville osservava che il rischio delle democrazie non era soltanto la tirannia violenta, ma anche quella più sottile di un potere amministrativo onnipresente che, pur promettendo sicurezza e ordine, finisce per ridurre progressivamente lo spazio della libertà individuale.

La tecnologia contemporanea rende questa tensione ancora più evidente. Droni, telecamere intelligenti, riconoscimento facciale, tracciamento digitale: strumenti potentissimi che possono aiutare la giustizia e la sicurezza. Ma ogni strumento di controllo, nella storia, ha sempre portato con sé la possibilità dell’abuso. Il problema non è la macchina, ma il potere che essa concentra.

Quando una società accetta di essere osservata continuamente, di essere registrata in ogni gesto, entra lentamente in una nuova condizione antropologica: quella della sorveglianza permanente. Non è soltanto una questione tecnica o giuridica. È un cambiamento nel rapporto tra individuo e potere. Il cittadino smette di essere un soggetto libero che agisce nello spazio pubblico e diventa un oggetto di monitoraggio, un punto in una rete di dati.

Il filosofo Michel Foucault descriveva questo meccanismo attraverso la metafora del “panopticon”, una struttura carceraria immaginata nel Settecento nella quale i detenuti non sanno mai quando sono osservati e finiscono quindi per comportarsi come se lo fossero sempre. La forza del controllo non sta nella presenza costante dello sguardo, ma nella possibilità permanente di essere osservati.

Le tecnologie digitali rischiano di realizzare questa condizione su scala sociale. Se ogni movimento, ogni comunicazione, ogni comportamento può essere registrato e analizzato, la libertà cambia natura. Non scompare necessariamente in modo esplicito, ma viene progressivamente compressa.

Per questo la questione non può essere ridotta alla semplice domanda: “funziona?”. Molti strumenti di sorveglianza funzionano benissimo. Il punto decisivo, dal punto di vista etico e politico, è un altro: quale tipo di società producono?

Se il principio diventa “più controllo uguale più sicurezza”, il rischio è quello di scivolare verso un modello di società in cui ogni comportamento è osservato, analizzato, archiviato. Una società nella quale l’invisibilità, cioè il diritto di vivere una parte della propria vita senza essere continuamente monitorati, diventa un privilegio sempre più raro.

Eppure, la libertà ha bisogno anche di zone d’ombra, di spazi non sorvegliati, di momenti nei quali l’individuo non è sottoposto allo sguardo del potere. La privacy non è semplicemente il diritto a nascondere qualcosa: è lo spazio in cui la persona costruisce la propria autonomia.

C’è poi un paradosso che merita di essere considerato. Una società che sacrifica progressivamente la libertà in nome della sicurezza rischia di perdere entrambe. Perché la sicurezza non dipende solo dalla sorveglianza, ma anche dalla fiducia, dalla partecipazione civica, dalla responsabilità dei cittadini.

La storia mostra che i regimi che fanno della sicurezza la loro principale bandiera spesso finiscono per produrre l’effetto opposto. I governi autoritari, che promettono ordine assoluto e controllo totale, tendono anche a controllare l’informazione. La criminalità viene nascosta o minimizzata per non mettere in discussione l’immagine di uno Stato forte e infallibile. I dati vengono manipolati, i problemi taciuti, le responsabilità concentrate nelle mani di pochi. E mentre si colpisce duramente il dissenso o la critica, altri crimini – dalla corruzione agli abusi del potere – prosperano nell’ombra.

In questo senso la perdita di libertà significa anche perdita di sicurezza. Quando i cittadini non possono controllare il potere, denunciarne gli abusi, chiedere trasparenza e responsabilità, la sicurezza diventa una promessa retorica più che una realtà. La vera sicurezza nasce invece da istituzioni controllabili, da una stampa libera, da una società civile vigile.

Una comunità di individui costantemente controllati non è necessariamente più sicura. Spesso è solo più fragile, perché concentra troppo potere nelle mani di pochi e riduce lo spazio del controllo democratico.

La vera sfida, dunque, non è scegliere tra libertà e sicurezza, come se fossero alternative incompatibili. La sfida è costruire un equilibrio nel quale la sicurezza esista proprio per proteggere la libertà, non per sostituirla. La tecnologia può essere un alleato prezioso, ma deve restare subordinata a principi chiari: limiti giuridici rigorosi, trasparenza, controllo pubblico, tutela effettiva della privacy.

In fondo la domanda resta semplice, anche se la risposta non lo è: fino a che punto siamo disposti a essere osservati pur di sentirci più al sicuro?

Se la risposta diventa “senza limiti”, allora il rischio è di accorgerci troppo tardi che, nel tentativo di proteggerci, abbiamo costruito una società in cui la libertà è scomparsa. E con essa, paradossalmente, anche la sicurezza che volevamo ottenere.

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