di Antonio Salvati
A maggio celebreremo il primo anniversario dell’elezione di Papa Leone XIV. Il primo papa in possesso di un passaporto statunitense. Pochi ritenevano possibile l’elezione del cardinale agostiniano Robert Prevost a papa Leone XIV, ma – com’è noto – il Collegio cardinalizio ha scelto diversamente. Certamente, Prevost era il meno americano tra i cardinali americani, avendo vissuto gran parte del suo ministero come sacerdote e vescovo in Perù e a Roma come generale dell’ordine agostiniano. Inoltre, fino alla morte di Papa Francesco, ha ricoperto una delle cariche più influenti del Vaticano, quella di prefetto della Congregazione per i Vescovi, dirigendo l’ufficio che seleziona e gestisce i vescovi a livello mondiale. Nella scelta dei cardinali ha probabilmente inciso la volontà di scegliere un cardinale chiaramente impegnato nel programma di riforme di Papa Francesco e con una comprovata esperienza di gestione efficace.
Oggi nella figura del pontefice – spiega Andrea Riccardi – coesistono due dimensioni: il papa è successore di Pietro – che era a Roma – e di Paolo che, come ricordava Giovanni Paolo II, era sempre in viaggio. Ormai c’è la dimensione del pontificato itinerante, che fa parte del ministero del papa. Tuttavia, il Pontefice resta sempre non solo il pastore della Chiesa universale, ma anche il vescovo della diocesi di Roma. Il rapporto tra il Papa e Roma è peculiare. Tra le questioni “romane” più urgenti ci sono quelle legate al rapporto particolare tra l’Italia e il Vaticano e quelle relative alla Curia, istituzione che richiede un ripensamento ecclesiologico in rapporto alla Chiesa romana per evitare un isolamento dell’istituzione.
Il Giubileo del 2025, anche detto Giubileo della Speranza, ha dimostrato ulteriormente quanto l’Italia ha bisogno del Vaticano. È anche vero il contrario. Non bisogna dimenticare – sottolinea Roberto Regoli, storico della Pontificia Università Gregoriana – che la Chiesa cattolica è la più grande promotrice dell’italianità nel mondo. Quando papa Leone XIV, un americano, si è affacciato in Piazza San Pietro, ha parlato in italiano. Non in inglese. Si è espresso anche in spagnolo, ma in quanto lingua del cuore, rammentando la sua vecchia diocesi. Quando il papa si affaccia, tutto il mondo trasmette le prime parole in italiano, dopodiché comincia la traduzione.
L’élite ecclesiastica si esprime normalmente in italiano e in qualunque diocesi del mondo c’è qualche sacerdote che conosce la lingua. L’Italia è sicuramente «un’eccezione rispetto a tutti gli altri Stati per la sua contiguità, e per il fatto di avere il Palazzo apostolico nella sua capitale. Perciò i rapporti non sono paragonabili con quelli che il Vaticano intrattiene con qualsiasi altra nazione». Certo nella risoluzione dei problemi a livello mondiale, e per ottenere risultati in molte aree del globo, è molto più importante il rapporto con gli Stati Uniti.
Il Palazzo apostolico rappresenta il cattolicesimo, religione molto particolare rispetto alle altre grandi religioni. Lo abbiamo visto in occasione dei funerali di Papa Francesco quando Roma divenne un teatro internazionale. Nei giorni della sede vacante si sono ritrovasti a Roma migliaia di giornalisti, impiegati anche da testate che non si occupano mai di informazione religiosa, mostrando un forte interesse per il cattolicesimo. Un miliardo e 400 milioni di fedeli, un’internazionale in tutti i paesi del mondo, una religione di massa, di devozione popolare, ma anche di piccole comunità.
Rispetto alle altre religioni ha – osserva Riccardi – anche la particolarità di essere molto organizzata: «non alludo solo al papato, alla rete diplomatica, al fatto di avere un soggetto internazionale come lo Stato vaticano. Mi riferisco anche alle diocesi, microcosmi organizzati in cui la cura pastorale dei fedeli si unisce a un’idea di governo. Diocesi, poi, raccolte in conferenze episcopali nazionali e continentali. La Chiesa è un soggetto capace di mappare il mondo intero: l’Atlas hierarchicus cartografa pure la diocesi che ha sede a Laghouat, nel Sahara. Il cattolicesimo è una religione estremamente complessa, che accanto alla spontaneità della risposta dei fedeli teorizza l’idea di una cura pastorale strutturata e sistematica. Ogni fedele, in ragione del territorio dove abita, fa capo (teoricamente) a un’istituzione di cura pastorale, la parrocchia. Poi ci sono le congregazioni religiose e i movimenti, in larga parte di respiro internazionale».
Il carattere e l’afflato universale della Chiesa cattolica vanno al di là di Roma Una diffusa narrazione si sofferma sui due universalismi: romano e cattolico. Con una differenza essenziale: uno è stato un imperialismo, l’altro no. Come non pensare al canto XXXII del Purgatorio dove Dante scrive «di quella Roma onde Cristo è romano». Certo la Roma quotidiana di oggi non è la Roma del cattolicesimo. Senz’altro ma qualcosa di diverso. Tuttavia, nelle grandi relazioni internazionali, la Roma papale ha senza dubbio un grande peso. I cattolici rappresentano il 17,5% circa della popolazione mondiale e la capacità di impatto del cattolicesimo è superiore a quel dato. Pensiamo – ricorda Regoli – a tutto il sistema delle università cattoliche, tra le migliori del mondo. Il sistema della rete scolastica, educativa, ospedaliera, clinica, di oratori e parrocchie.
La Chiesa raggiunge l’ultimo villaggio del mondo con le sue missioni e si rivolge a tutti, cattolici e non. Sviluppa a una visione valoriale che impatta sulle scelte dei singoli, in ogni parte del mondo anche se in Italia e in Europa si osserva un forte declino del cristianesimo. Rispetto ad altre fedi il cattolicesimo, per la sua struttura gerarchica e per la sua rete di presenza, riesce a ottenere ottimi risultati. In altre religioni c’è l’idea dell’obbedienza e della disciplina, ma la Chiesa cattolica si è sempre rivolta alla formazione delle coscienze, le quali sono autonome anche nella teologia morale: la decisione si trova nella propria coscienza.
Papa Francesco spinse la Chiesa al di fuori di sé, voleva renderla più comunicativa nel parlare di Gesù e nello stringere legami di amicizia con tutti (“todos”). Intraprese una riforma della Curia, per quanto non portata a termine. Scelse direttamente i vescovi italiani e argentini, senza passare per attraverso la Congregazione. In altri termini, si è dedicato molto alle questioni del Vaticano, in controtendenza rispetto agli ultimi papi. Ha ridato centralità al papato. Il papato è importante nella Chiesa, ma – sottolinea Riccardi – sempre di più anche al di fuori di essa. Leone XIV ha parlato, fin dall’inizio, dell’unità, non solo del mondo nella pace ma di unità della chiesa. Prevost è consapevole che la Chiesa sta vivendo un lungo inverno, come lo era Francesco. Forse è ancora presto per valutare l’orientamento geopolitico di Prevost.
Diverse sono le sfide che deve affrontare il nuovo Papa come quella immensa: guidare la Chiesa oltre la fine della cristianità, intesa come quella civiltà nata dal cristianesimo che ha plasmato l’Europa e molte altre parti del mondo attraverso valori, arte, filosofia, diritto e tradizioni ispirate al Vangelo. La cristianità è tramontata, certamente, ma il cristianesimo non fa che iniziare il suo cammino. E per evitare lo sfaldamento del mondo cattolico una risposta robusta deve provenire anche da Roma. Questo mondo necessita di un punto – uno spazio – di unità nella diversità. Naturalmente il Papa rappresenta questo. Ma non solo. Per questo la Curia e la Chiesa di Roma devono stargli più vicino.
