di Antonio Scialpi
Di recente la Facoltà di Medicina dell’Università di Bari, per commemorare i cento anni della sua istituzione, ha pubblicato un volume in cui un capitolo è dedicato al medico scienziato Nicola Pende (Noicattaro 1880-Roma 1970), con una rimozione incomprensibile dell’adesione dello scienziato pugliese al “Manifesto sulla Razza” del 1938, da lui avvallato scientificamente. Pende fu, tra l’altro, il primo rettore, seppur per un anno, della Università degli Studi di Bari nel 1925 intitolata a Mussolini, fondatore di una moderna Facoltà di Medicina, di cui diresse la Clinica medica, nonché dell’istituto di Patologia speciale e Metodologia clinica. Un’omissione, nella città che ospitò il primo Congresso del Comitato di Librazione Nazionale (28/29 gennaio 1944).
Lungi dall’entrare nel merito dei meriti scientifici di Pende nel campo dell’Endocrinologia in rapporto ai fattori ormonici della costituzione umana, resta oggettivamente indelebile l’asservimento della pensiero e della ricerca scientifica alla strategia politica dell’epoca, il Fascismo che, seppur non fondato dal 1919 su un codice genetico razzista come il Nazismo, nel 1938 assunse la purezza della razza italianacome perno ideologico, con conseguenziali azioni che condussero alla approvazione da parte del Gran Consiglio del Fascismo e alla promulgazione da parte del re Vittorio Emanuele III delle Leggi per la difesa della razza. Il primo provvedimento fu il Regio Decreto-Legge del 7 settembre 1938, n. 1381, che ingiungeva agli ebrei stranieri di lasciare il territorio italiano, seguito dal Regio Decreto-Legge del 17 novembre 1938, n. 1728. Il manifesto, avallato da due scienziati autorevoli come Nicola Pende e il salernitano Sabato Visco (1888-1971), membri anche rispettivamente del Senato e della Camera del Regno e da altri otto docenti o assistenti universitari di secondo piano, fu pubblicato anonimamente nell’edizione serale delGiornale di Italia,recante la data 15 agosto, con il titolo Il Fascismo e i problemi della razza.
Fu l’anticipazione di quello che divenne “Il manifesto degli scienziati razzisti” che costituì nella sua stesura integrale l’apertura del primo numerodella Rivista La difesa della Razza (5 agosto 1938), con il titolo Il Manifesto della Difesa della Razza. La Rivista, diretta dall’antisemita radicale Telesio Interlandi (1894-1965), con il giovane Giorgio Almirante (1914-1988) nella segreteria di redazione, ebbe come bersagli principali gli Ebrei e gli Africani.Gli Ebrei, perché rappresentavano l’unica popolazione che non si era mai assimilata in Italia, una razza non europea; gli Africani, per la loro barbarie selvaggia e la innata inferiorità all’uomo bianco, italiano ed europeo.
Quella rivista periodica, edita in 150.000 copie, fu obbligatoriamente oggetto di studio nelle scuole, con presidi e docenti immediatamente invitati dal Ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai (1936-1943) a programmare una vera e propria “pedagogia della razza”interdisciplinare ogni sabato tra il 1938 e il 1943, con rendicontazione annuale da parte dei Presidi. Ma non è tutto. Da quel manifesto scaturirono, come s’è detto, le leggi razziste, con l’efferata persecuzione dei 45.000 Ebrei italiani, cacciati dalle scuole e dalle Università, tra cui quella di Bari, catturati e deportati nei campi di concentramento e di sterminio, o confinati o in fuga in altri paesi civili. Una tragedia. I cui responsabili sono inequivocabilmente evidenti.
La convergenza del Fascismo e il suo schiacciamento sulle posizioni razziste del Terzo Reich si concretizzarono specialmente: 1) per l’avventura colonialistica italiana in Africa e della fondazione dell’Impero dell’Africa Orientale (9 maggio 1936); 2) per l’alleanza di Mussolini con Hitler con l’Asse Roma-Berlino (25 ottobre 1926), seguito dal Patto d’Acciaio (22 maggio 1939). Il Manifesto, articolato in brevi capitoli, esordiva così: “Il ministro segretario del partito ha ricevuto il 26 luglio XVI un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista”cheverteva sui seguenti temi: 1) Le razze umane esistono. 2) Esistono grandi razze e piccole razze. 3) Il concetto di razza è puramente biologico. 4) La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. 5) E’ una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. 6) Esiste ormai una pura “razza italiana”. 7) E’ tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti. 8) E’ necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte, gli Orientali e gli Africani dall’altra. 9) Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. 10) I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo.
Per brevità, non è possibile articolare queste proposizioni che appaiano in tutte la loro banale paradossalità e assurdità scientifica e culturale.
Né tanto meno entrerò nella disputa storiografica accademica se il Pende ne fosse autenticamente convinto o se l’adesione fosse dettata da opportunismo per la salvaguardia della sua carriera scientifica o gli fu addirittura imposto. Tanto meno che il suo “razzismo” fosse altro rispetto a quello conclamato nel Manifesto e perseguito dalFascismo. Altri scienziati fecero ben altre scelte nello stesso periodo, costretti o all’internamento o al confino o all’emigrazione in altri paesi civili,dove svolsero ruoli di primo piano. Dall’Università di Bari furono cancellati medici come Emilio Franco (1881-1950) e il suo assistente Luigi Bogliolo,l’illustre economista meridionalista Giovanni Carano Donvito (1873-1949) di Gioia del Colle, Laslo Brull, Bruno Foà, Giorgio Tesoro, lo studente universitario e futuro medico Max Meyer, come ha ricordato di recente Vito Antonio Leuzzi, storico e Presidente dell’Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (IPSAIC).
Resta il fatto grave dell’amnesia storiografica di chi ha curato il testo della storia della Facoltà di Medicina dell’Università di Bari o di chi si è chiuso nel pilatismo, a fronte di una protesta accademica e civile che ha riportato il profilo storico di Pende nel giusto contesto, al di sopra di colpevoli revisionismi, frutto di nuovi opportunismi. Bene hanno fatto docenti universitari, IPSAIC, ANPI, società civile, social, a prendere le distanze, facendo sentire la loro indignazione nelle sedi giuste. E’ come se oggi l’Università di Palermo, di Pisa o di Roma dedicassero un capitolo alla Storia della Filosofia delle loro Università a Giovanni Gentile, omettendo, accanto ai suoi meriti teoretici, l’ideazione del Manifesto degli Intellettuali Fascisti del 1925.
Nelle scelte del Pende e dei sostenitori del razzismo italiano e del razzismo in genere appaiano evidenti i pregiudizi verso una parte dell’umanità che risiedeva e risiede nella parte sud- orientale del Mediterraneo, inferiore antropologicamente e biologicamente alla parte nord-occidentale. Una visione che oggi, purtroppo, mutando quello che è da mutare, permane ancora nei nuovi pregiudizi razziali, idola tribus direbbe Francesco Bacone, che si aggiungono ai vecchi e che si annidano nell’inconscio collettivo anche delle élites culturali oltre che nel popolo, penetrati per via di quel martellamento scientifico e ideologico degli anni Trenta e Quaranta, che faceva e fa, purtroppo, moda ancora. Non è sola indignazione, ma ricostruzione più fedele e autentica dei profili storici, al di là del bene e del male.
