di Antonio Salvati

Il XXI secolo è considerato il secolo della vecchiaia. Gli anziani sono considerevolmente aumentati di numero: in soli cento anni (dal 1900 al 2000) gli abitanti dei Paesi occidentali – ma presto sarà così anche negli altri– hanno guadagnato trent’anni di speranza di vita in più alla nascita: tre mesi in più ogni anno, un anno ogni quattro. Lo ripete spesso Vincenzo Paglia: «La crescita del numero degli anziani non è un declino: è una grande conquista. Entro il 2050 gli anziani arriveranno a due miliardi, il 22% della popolazione mondiale». Gli italiani sopra i sessantacinque anni sono il 22% della popolazione. Eppure,sembra un effetto non gradito nella nostra società. Aggiunge Paglia: «non solo una lunga vita non è considerata una benedizione, ma viene ritenuta un naufragio. Come se gli anziani togliessero spazio alle giovani generazioni; aumentassero la spesa per la salute perché disabili; non stessero al passo con i tempi. Insomma, un peso troppo alto per una società impoverita! Che irresponsabilità! Da una parte l’invecchiamento è un successo della società, dall’altra lo si rifiuta».

Assieme alla guerra e alle migrazioni, la vecchiaia è tra le questioni più urgenti che siamo chiamati ad affrontare in questo tempo. Non si tratta solo di un cambiamento quantitativo; è in gioco – avrebbe detto Papa Francesco – l’unità delle età della vita: «ossia, il reale punto di riferimento per la comprensione e l’apprezzamento della vita umana nella sua interezza. Ci domandiamo: c’è amicizia, c’è alleanza fra le diverse età della vita o prevalgono la separazione e lo scarto?».

Continuiamo a vivere in un tempo dove convivono bambini, giovani, adulti e anziani. Tuttavia, è cambiata la proporzione: la longevità è diventata di massa e, in ampie regioni del mondo, l’infanzia è distribuita a piccole dosi. Molti paesi europei son in preda dell’inverno demografico. Uno squilibrio che ha tante conseguenze. La cultura dominante ha come modello unico il giovane-adulto, cioè un individuo che si fa da sé e rimane sempre giovane. Ma è vero che la giovinezza contiene il senso pieno della vita, mentre la vecchiaia ne rappresenta semplicemente lo svuotamento e la perdita? L’esaltazione della giovinezza come unica età degna di incarnare l’ideale umano, unita al disprezzo della vecchiaia vista come fragilità, come degrado o disabilità, è stata l’icona dominante dei totalitarismi del ventesimo secolo.

È sempre più evidente il bisogno – ha ragione Paglia – di ripensare la vecchiaia. E soprattutto «di inventarla e considerarla almeno come una delle tappe della vita che, appunto, come le altre, ha le sue gioie e i suoi dolori». In un recente articolo sul quotidiano Avvenire Paglia sollecita un cambiamento di paradigma che abbia i tratti di una vera e propria rivoluzione culturale. È indispensabile cambiare l’idea sulla vecchiaia che purtroppo continua ad essere intesa come un’età da scarto, come un naufragio, un tristissimo tramonto. Un’età che non ha contenuti speciali da offrire, né significati propri da vivere. In altri termini, c’è bisogno di un supplemento di pensiero, di uno scatto morale, di una nuova cultura politica sulla vecchiaia e di una rinnovata riflessione anche religiosa perché si disegni una società rispettosa della «terza età» e delle altre stagioni della vita. La vecchiaia – afferma significativamente Paglia – dona ai vecchi la missione di aiutare sé stessi e quindi anche le generazioni che salgono. Come i nostri giovani guarderanno il loro futuro se gli anziani stessi lo percepiscono come un naufragio? È una responsabilità gli anziani di oggi devono avvertire con maggiore consapevolezza. D’altro canto, come affermò David Hume, le generazioni degli uomini non sono come quelle delle mosche, che nascono tutte insieme e periscono tutte insieme. L’umanità è una storia continua, dove la distinzione tra giovani, adulti e anziani può essere stabilita da un punto di vista statistico, sociologico o demografico, ma non da un punto di vista reale.

L’invecchiamento è un processo demografico, non è una malattia sociale. È la conclusione naturale dell’evoluzione della popolazione che abbiamo desiderato e determinato, nel corso degli ultimi decenni lo sviluppo dello Stato sociale (cultura, organizzazione, igiene, ricchezza …), l’organizzazione sanitaria e i progressi della medicina, la diminuzione della mortalità alla nascita, etc.

Serve, quindi, un profondo mutamento culturale perché – dobbiamo riconoscerlo – fatichiamo a considerare la senilità come un periodo evolutivo. E introduciamo tanti tipi di difese, dall’iperattività alle aspettative irrealistiche. Mariolina Ceriotti Migliarese si è chiesta qual è il momento in cui diventiamo vecchi? È una domanda assai comune che si affaccia anche tra coloro che hanno raggiunto i sessant’anni. Si inizia spesso considerando (anche per chi sta bene) i piccoli e inevitabili segnali di decadimento e malesseri del corpo ai quali precedentemente non facevamo particolarmente caso e che ora invece sviluppano in noi un’ansia nuova e fastidiosa, che ci accompagna come un sottofondo spiacevole.

Un altro segnale – ci ricorda la Migliarese – è il presentarsi «inconsueto e insistente di pensieri di confronto con i nostri genitori: cosa facevano alla nostra età, fino a che età sono vissuti, quanti anni ci mancano per raggiungere o superare quel traguardo, come stavano di salute alla nostra età». Inoltre, un’altra forma di difesa è quella di attivarsi contro ciò che ci fa paura anticipandolo: difesa disperata che in buona parte spiega una delle dinamiche inconsce del movimento a favore dell’eutanasia, che è il tentativo illusorio di prendere un controllo attivo su ciò a cui non è in alcun modo possibile sfuggire.

L’esperienza – spiega Migliarese – ci insegna che tutte queste difese «sono in realtà fortemente disfunzionali e inefficaci, perché l’inquietudine dilaga e la paura non scompare affatto. Non solo, ma l’uso massiccio di queste difese impedisce di riconoscere e utilizzare le difese realistiche, funzionali e adeguate di cui potremmo invece disporre davanti alla nostra vulnerabilità e alle nostre paure».

Per inciso, quando parliamo del pianeta anziani ci riferiamo in buona parte a donne. Infatti, le donne anziane sono le principali protagoniste in Italia della longevità: rappresentano il 60% della popolazione over 65 e vivono mediamente più degli uomini. La solitudine è un tratto distintivo della condizione femminile anziana, proprio come conseguenza della maggior longevità: quasi la metà di loro oltre i 75 anni vive da sola in una condizione di solitudine ed isolamento sociale che le espone a demenze, malattie cardiovascolari e, ovviamente ad una vita poco “aiutata” da altri.

In questa fascia di età sono quasi 2,8 i milioni gli anziani che vivono a casa con problemi importanti nelle attività della vita quotidiana, con serie difficoltà motorie e con una media di patologie pari a 3. Le donne sono di gran lunga la maggioranza: spesso sole, con redditi più bassi dei loro coetanei, in circa la metà dei casi senza aiuto alcuno familiare, privato o dei servizi pubblici. Alla dipendenza dovuta alla disabilità si aggiunge spesso quella economica. Le donne subiscono una doppia discriminazione: per età e genere. Per loro meno accessi alle cure, alle occasioni sociali. Le conseguenze sono tante. 

Per fare un esempio tristemente attuale, nel 2021, il 35% delle donne uccise aveva più di 65 anni. Nel 2022, 46 donne vittime di omicidio avevano più di 65 anni e 20 di loro più di 80 anni, confermando che il fenomeno riguarda una fascia d’età spesso invisibile nel dibattito pubblico. Eppure, la nostra società sarebbe molto peggiore senza queste povere donne sole, disabili, povere e discriminate. Perché nonostante questi limiti e queste condizioni rappresentano una presenza formidabile nelle famiglie italiane. Sono le mamme e le nonne che si prendono cura dei loro padri, dei figli e dei nipoti.

In Italia, il lavoro di cura non retribuito svolto dalle donne (per il 75% anziane e adulte) ammonta a oltre 23 miliardi di ore all’anno, per un valore economico stimato di circa 50 miliardi di euro. Il contributo delle donne anziane non si limita all’assistenza diretta: il 92,8% delle nonne aiuta economicamente le famiglie dei figli e 3 su 4 accudiscono i nipoti. Per più di una su quattro questo significa privarsi di una grossa fetta della pensione: il 27,2% di loro, infatti, aiuta figli e nipoti con più di 250 euro ogni mese, che diventano almeno 500 euro per il 12,2%. Un aiuto economico che è servito per pagare il mutuo o l’affitto di casa, fare la spesa, pagare le bollette, pagare le tasse, comprare vestiti e libri per i nipoti.

Torniamo alle vulnerabilità degli anziani. Chi di noi può conoscere con precisione in anticipo come sarà per lui il tempo della vecchiaia: un tempo lungo o breve, di salute o di malattia, di dipendenza importante dagli altri o di relativa indipendenza. Rimane difficile comprendere in profondità la lotta personale di ogni singola persona che ci precede invecchiando. Osserviamo più o meno attentamente chi è più avanti di noi in questo cammino, per cercare di imparare da chi ci precede “invecchiando bene”, senza però giudicare chi ci sembra in difficoltà, chi “invecchia male”. Cominciamo a intuire che dovremo lasciar andare le cose cui siamo attaccati: la bellezza, la salute, le attività che ci permettevano di controllare almeno un po’ la realtà intorno a noi. Dovremo talvolta rinunciare anche a controllare la nostra realtà interna, perché potremo perdere almeno in parte la lucidità e la memoria.

Illusorio credersi preparati a tutto questo. Tutti questi tratti non sono tuttavia qualcosa a cui rassegnarsi. Più che in ogni altra età della vita, nella vecchiaia il compito di ciascuno si fa del tutto personale: ognuno dovrà esplorare la “sua” vecchiaia, che sarà del tutto unica e in continuità con la sua storia così come è stata. Avverte la Migliarese che non c’è “la vecchiaia” e non c’è un modo solo per affrontarla: c’è o ci sarà la “mia” vecchiaia, e dovrò trovare il mio modo per viverla. Non si tratta di contare e analizzare gli errori del passato, o di coltivare inutili rimpianti: «questa nuova età ci pone di fronte una sfida tutta da vivere, giorno dopo giorno, e dobbiamo domandarci non solo come stare nel presente, ma anche come andare verso il futuro». Occorre chiedersi cosa è davvero essenziale, per cui vale la pena investire le risorse che ci restano; possiamo chiederci cosa in noi può ancora crescere, dove possiamo ancora cambiare (nel carattere, negli atteggiamenti, nella pazienza) o convertirsi (per usare un linguaggio cristiano) e cosa abbiamo trascurato di importante.

Un rimedio c’è. È nella relazione con l’altro. Nella capacità di affidarci. E ‘indispensabile parlarne. Divenuti anziani saremo sempre più fragili e più dipendenti dagli altri. Ma la fragilità, condizione comune a tutti, se compresa, può diventare persino una “forza”. Intanto, si può dimettere l’ossessione giovanilista, quella di produrre, di godere, di durare, di possedere, di competere, come se la vita non sia altro e noi niente più di questo. La vita – afferma Paglia – cresce «e si sviluppa in un altro modo, dentro di noi e fuori di noi: e va oltre la morte, verso il compimento. Se non comprendiamo questo, facilmente invecchieremo male».

Romano Guardini avvertiva già nell’altro secolo: «La comunità deve da parte sua dare a chi diventa vecchio la possibilità di invecchiare nel modo giusto, perché questo, solo in parte dipende da lui, per il resto dell’eventualità che chi gli è vicino, la famiglia, gli amici, ma anche, andando oltre, il contesto sociale, il comune, lo stato, gli diano le condizioni di vita che egli stesso non è in grado di darsi». La vecchiaia è una stagione della vita che, come le altre, ha un suo proprio volto, una sua propria atmosfera, sue proprie gioie e proprie miserie.

Per i cristiani l’uomo è creato a immagine di Dio, la sua esistenza è instabile e incerta. La vita dell’uomo è effimera e passa in fretta, in modo inesorabile. Ma Dio se ne prende cura, sapientemente. Anche attraverso le guarigioni. Malgrado la diffusa e imperante mentalità razionalista, c’è un’enorme domanda di guarigione nelle nostre società, attorno a noi, soprattutto tra gli anziani, che spesso si sviluppa lontanissima dalla tradizione cristiana. Ne sono consapevoli Maria Cristina Marazzi, Ambrogio Spreafico e Francesco Tedeschi, autori del pregevole volume Le guarigioni nella Bibbia. Da Giobbe a Paolo (Morcelliana 2023 pp. 224, € 18,00),che mostrano quanto la Bibbia è sempre una risposta sapiente alle domande esistenziali dell’uomo e della donna, anche avanti negli anni, con una visione, uno sguardo alternativo sulla realtà umana. Tante persone oggi vanno alla ricerca di pratiche magiche, occulte, miracolistiche, astrologiche! Una affannosa ricerca di protezione, sicurezza e guarigione. Una domanda che spesso non trova ascolto, approcci adeguati. Non solo le comunità cristiane sono chiamate a raccogliere questa sfida.

La domanda di guarigione, anche se spesso è mal posta, non è altro che una grande domanda d’amore. Le parole di questo libro – afferma Marco Impagliazzo nella prefazione – «aiutano l’uomo e la donna contemporanei, abitatori di un oggi liquido e a volte superficiale, a leggere in maniera più profonda e fruttuosa i segni del tempo, anche quelli amari e indesiderati del dolore». Perché affermava con radicalità Giorgio La Pira, non si comprende la storia – ogni storia – senza leggere la Bibbia. Gli autori sono convinti che le parole della Scrittura vanno riscoperte, rilette, perché non le conosciamo, o le conosciamo troppo poco. In sintonia con quanto affermò Papa Gregorio Magno: «le parole della Scrittura crescono insieme con chi le legge».

E la scommessa di questo volume – riuscita – è quella di aiutare il lettore a crescere attraverso lo studio della Parola di Dio scoprendo nuove vie per leggere con speranza e intelligenza le vicende umane. Nei Vangeli, l’attenzione di Gesù ai malati, occupa una posizione di primo piano. Ed è così fin dalle prime pagine quando Gesù inizia la sua vita pubblica. La cura dei malati è una dimensione essenziale della sua stessa missione. Gesù si prende cura dei malati non in modo generico ma con l’impegno di guarirli dalla malattia. I Vangeli, infatti, parlano di guarigioni più che di generica attenzione, ossia di azioni che ridanno la salute ai malati. Sono più di trenta i racconti di guarigione riferiti nei Vangeli su un totale di 53 miracoli. L’alto numero sta a significare l’importanza che Gesù annetteva alle guarigioni nella sua missione. Gesù indica il valore della visita ai malati e potremmo aggiungere agli anziani. Invito sottolineato dagli autori.

La visita è l’inizio, «il minimo, ma tutto comincia da lì. Non bisogna mai rinunciare ad andare nei luoghi di dolore, anche quando sembra si possa fare poco. Andare, guardare, è già cominciare ad amare e portare nel cuore. Vedere permette di non dimenticare (…) Senza vedere è molto più difficile amare». Lo sguardo rende responsabili di ciò che si vede e di chi si vede. Vedere significa cambiare il cuore e nella visita «si rendono visibili quelli che agli occhi di tanti sono “invisibili” perché nessuno li guarda». La visita strappa il malato dall’isolamento e dalla disperazione, rappresenta sempre una piccola guarigione. E non pochi oggi sostengono il valore terapeutico della visita.

Come dicevamo, il bisogno di guarigione è sempre forte, attuale. Per questo la Comunità di Sant’Egidio – nella Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma e in tanti altri luoghi – si riunisce ogni mese per pregare per i malati. Occasioni sempre molto affollate per essere concretamente vicini ai propri amici malati.

 

 

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