di Antonio Salvati
Padre Annibale Maria Di Francia – fondatore delle congregazioni dei Rogazionisti del Cuore di Gesù e delle Figlie del Divino Zelo e proclamato santo nel 2004 da papa Giovanni Paolo II– nel 1899 scrisse una lettera indirizzata ai Direttori dei giornali di Messina[1] nella quale affrontò il tema della “caccia ai poveri”[2]. Si tratta di un documento di straordinaria attualità, considerato il diffuso atteggiamento ostile nei confronti dei poveri non solo in Italia.
La Questura di Messina aveva emanato un provvedimento contro tutti coloro che praticavano l’accattonaggio, chiedendo elemosine per le vie della città: alla luce di questo divieto, i trasgressori dovevano essere portati in prigione. Il tutto ai fini del mantenimento del decoro cittadino. Di fronte a questa misura così netta nei confronti dei poveri da parte delle autorità, Padre Annibale scelse di non rimanere in silenzio e di difenderli perché «i poveri miseri derelitti non possono da sé stessi farsi ragione non hanno avvocati, non hanno giornali che si occupino di loro e ne procurino i vantaggi… essi sono oggi il rifiuto della società. E non sono creduti degni neanche di vivere!»[3].
Vengono alla mente alcuni provvedimenti contro l’accattonaggio[4] adottati da alcune amministrazioni comunali[5] per garantire il decoro urbano che includono sanzioni penali per le forme più gravi, come l’accattonaggio molesto o fraudolento, e misure amministrative come il Daspo urbano (divieto di accesso a determinate aree)[6] per chi viola ordinanze comunali. È opportuno ricordare che chiedere l’elemosina non è reato, così come non è reato l’accattonaggio o, addirittura, vivere per strada. Proprio a quest’ultimo riguardo, una importante sentenza della Cassazione del 2017 stabiliva che vivere per strada è lecito, così come è lecito e non costituisce reato dormire per strada.
Non è intenzione del presente scritto entrare nel merito delle questioni giurisprudenziali relative all’accattonaggio[7], bensì analizzare il clima di ostilità nei confronti dei poveri delle nostre città. Sulle strade delle grandi città s’incontrano tanti uomini e donne, tanti poveri, differenti tra loro. La via è la casa dei poveri più che dei ricchi. I poveri camminano. Camminano a piedi, come avviene nelle periferie delle città africane. Nel tempo della facilità delle comunicazioni, per i poveri diventa troppo caro muoversi, per molti impossibile. Dopo la pandemia le nostre strade sono di nuovo affollate. Ogni via, anche quelle centrali e importanti, sono talvolta periferia quando nessuno ti guarda. Per questo colpiscono le misure adottate da alcuni comuni, colpevolizzando i poveri e privando loro anche la possibilità d’incontro, di relazione, di amicizia che spesso si concretizzano attraverso l’elemosina.
La predicazione del disprezzo o dell’odio – sottolinea Andrea Riccardi – è pericolosa in una società caratterizzata dallo spaesamento: marginalizzando o eliminando figure fragili si starà meglio. L’eliminazione dei deboli corrisponde a un modello di uomo vincente, televisivo, senza fragilità, che non esiste davvero, ma risulta veicolato costantemente dai media. Molte città italiane cominciano ad essere inquietate da una logica dell’odio e del disprezzo; diventano aggressive e irritabili. È quanto ci ripetono da anni i rapporti del CENSIS, quando parla di un paese di arrabbiati e di depressi. L’ineguaglianza e la cultura del disprezzo generano violenza. Eliminare i poveri dalla vita, da società (difendersi dai poveri), segna un indubitabile calo di speranza.
Mentalità ostile presente anche nella Sicilia di fine Ottocento: «Inesorabili questurini spiano i passi di questi miseri, siano pure vecchi storpi, cadenti, infermi, inabili al lavoro, e appena uno ne vedono che svolta un cantone, o traversa una strada, lo acchiappano, e lo traducano in Pretura: il Giudice lo trova reo di lesa pace cittadina, e lo condanna alla carcerazione da uno a sei mesi. Quell’infelice, reo di esser povero, si vede chiuso in carcere come un malfattore, espia due o tre mesi di condanna ed esce in libertà»[8].Una società senza gratuità è senza umanità.
Nella società l’eliminazione dei poveri causa imbarbarimento e fine della gratuità. Si arriva a considerare la povertà un reato: «So che la povertà si reputa come una sventura, come una infelicità, come una grave tribolazione: ma non si è detto mai che l’esser povero è una delinquenza! Se la povertà fosse un delitto, se il povero fosse lo stesso che un malfattore, perché Colui che venne al mondo per insegnarci ad amarci gli uni gli altri come fratelli, volle abbracciare la povertà e protesse i poveri, e dichiarò come fatto a sé stesso ciò che si fa ai poverelli abbandonati?»[9].
La recente Esortazione apostolica di Leone XIV Dilexi Te (“Ti ho amato”) è un testo che chiaramente mette i poveri al centro della vita della Chiesa. Papa Prevost sostiene che «la cura dei poveri fa parte della grande Tradizione della Chiesa, come un faro di luce che, dal Vangelo in poi, ha illuminato i cuori e i passi dei cristiani di ogni tempo». E aggiunge che la carità è «una forza che cambia la realtà, un’autentica potenza storica di cambiamento», perché «esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri» e perché «ogni rinnovamento ecclesiale ha sempre avuto fra le sue priorità l’attenzione preferenziale ai poveri»[10]. Con l’Esortazione, che si compone di ben 121 paragrafi, Papa Prevost indica ai cristiani come debbano approcciarsi al problema della povertà. Il cristiano non può considerare i poveri solo come un problema sociale: essi sono una “questione familiare”. Sono “dei nostri”. Il rapporto con loro non può essere ridotto a un’attività o a un ufficio della Chiesa.
In tal senso, è opportuno che – come sosteneva Papa Francesco nella Evangelii Gaudium – «tutti ci lasciamo evangelizzare» dai poveri, e che tutti riconosciamo «la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro». I poveri abituati a sopravvivere nelle condizioni più avverse, «fidandosi di Dio con la certezza che nessun altro li prenda sul serio, aiutandosi a vicenda nei momenti più bui», hanno appreso tante cose che conservano nel mistero del loro cuore. Coloro che hanno avuto esperienze simili hanno molto da ricevere da quella fonte di saggezza che è l’esperienza dei poveri. L’amore per i poveri è un elemento essenziale della storia di Dio. La Chiesa sente come propria “carne” la vita dei poveri, i quali sono parte privilegiata del popolo in cammino. Per questo l’amore a coloro che sono poveri – in qualunque forma si manifesti tale povertà – è la garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio. L’amore per il povero – per i cristiani – è un’esperienza religiosa. Il povero è un criterio certo della verità, che ti indica la parte vera e giusta della storia e della tua vita.
Il libro del Siracide parla dello sguardo del povero e verso il povero, perché tante volte – quando la voce viene meno – parlano gli occhi: «non essere insensibile allo sguardo del bisognoso» (4,1). E precedentemente: «Non respingere la supplica del povero/ non distogliere lo sguardo dall’indigente» (1,49). L’amicizia con i poveri non può essere considerata la tendenza privata di alcuni: la solidarietà, per i cristiani e i laici, è una realtà decisiva che ha qualificato la vita del nostro paese nelle sue varie stagioni. È stata il sapore dell’umanità in molti angoli e in molte piazze. Una società, senza solidarietà, si imbarbarisce e si disumanizza. Non possiamo accettare che il valore della solidarietà sia marginalizzata.
In altri termini, i poveri nel cuore della Chiesa – afferma Andrea Riccardi – provocano la Chiesa ad essere più vicina a Cristo stesso[11]. Insegna il Vaticano II: «Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza». La via della povertà è l’umiltà dei mezzi, ma anche la familiarità con i poveri e con il loro mondo. C’é la coscienza cristologica del povero: «la Chiesa –conclude il documento conciliare la Lumen gentium– circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dall’umana debolezza, anzi riconosce in essi l’immagine del suo Fondatore, povero e sofferente… e in loro intende servire Cristo». Un grande teologo del Concilio, il padre domenicano Yves Congar, scriveva: «I poveri sono cosa della Chiesa… La cura dei poveri, degli sradicati, dei deboli, degli umili, degli oppressi, è un obbligo che ha le sue radici nel cuore del cristianesimo stesso inteso come comunione. Non può più esistere comunità cristiana senza diaconia, cioè servizio di carità, che a sua volta non può esistere senza celebrazione dell’Eucarestia. Le tre realtà sono legate tra di loro: comunità, Eucarestia, diaconia dei poveri e degli umili. L’esperienza dimostra che esse vivono o languono insieme…»[12].
Potremmo dire che penalizzare l’elemosina è come colpire il cuore del messaggio cristiano. Nella parabola del buon samaritano, narrata nel Vangelo di Luca, Gesù mette in risalto la misericordia e la compassione cristiana. Il samaritano dette denaro all’albergatore per mantenerlo qualche giorno e lo coinvolse nella sua preoccupazione: «Abbi cura di lui». Parlò con l’albergatore. Aiutare un ferito è coinvolgere gli altri, un ambiente, nella cura. La commozione per i poveri è creativa, coinvolgente, intelligente. Da quel giorno, il povero era entrato nella vita del samaritano, perché promise di ritornare. Il ferito anonimo era diventato un nome: quindi un impegno e un amico. Incontrare qualcuno per strada, guardarsi negli occhi, vuol dire ricordarsi il nome, non dimenticarlo: riguarda tutti, ma specie i poveri. Molti tratti di questa esperienza umana e spirituale appartengono al patrimonio non solo cristiano, ma universale.
Certamente c’è stato nel corso dei secoli un grave divorzio tra la Chiesa e i poveri. Soprattutto in questi anni, segnati dalla predicazione di papa Francesco di una Chiesa amica dei poveri e in uscita sulle strade, si è colmato il divorzio tra la Chiesa e i poveri. Non è stato Francesco, uomo di Dio e della preghiera, amico dei poveri? Francesco è stata la più forte voce per i poveri nel mondo. Un cristianesimo amico dei poveri e, per questo, amico di tutti.
La parola ebraica che indica l’elemosina, Tzedaka, viene da Tzedek, giustizia. I rabbini enfatizzano l’importanza della Tzedaka dicendo che il suo valore è simile a quello di tutti gli altri comandamenti nessi insieme. Un detto rabbinico insegna: «La Tzedaka salva dalla morte». Un rabbino contemporaneo Reuven Kimmelman, commenta: «la Tzedaka può anche non salvarci, ma ci rende senza dubbio degni della salvezza».
L’elemosina nell’espressione della “carità” islamica è molto simile al concetto di carità cristiana, in quanto contiene in sé la solidarietà che si deve avere verso i propri simili più deboli e più bisognosi. L’elemosina nell’Islam rappresenta non solamente un atto di sostegno ai più bisognosi, ma acquista un significato più ampio: è la solidarietà che ogni musulmano deve manifestare concretamente verso la propria umma (comunità intesa sia in ambito religioso che politico).
Non a caso per Papa Francesco l’elemosina deve tramutarsi per tutti in un vero e proprio stile di vita. Il «consumo» della religione non ci rende donne e uomini di Dio, come credono alcuni sovranisti. È l’ascolto della Parola, la sua meditazione nei nostri cuori che ci fa volgere verso Dio. Non è il divino, inteso come prodotto religioso da consumare, a darci un senso di felicità. Una vera e sincera conversione ci porta sempre verso gli esseri umani creati da Dio.
Una vera conversione non si limita a trasformare il nostro cuore, ma cambia anche il nostro modo di vivere, le nostre azioni. Infatti, questa emergenza ci ha fatto conoscere un mondo di carità non formale fatta da tanti esercenti, baristi, ristoratori, semplici cittadini che si sono presi cura di tanti poveri di strada. Tanti samaritani – come padre Annibale Di Francia – che ritengono indecente sanzionare i poveri e la carità.
C’è un umanesimo da far sorgere, con una sua radice evangelica, come fu quello affascinante del movimento dei minori suscitato da San Francesco. Vuol dire coltivare – sostiene Riccardi – «un sentire radicato nei poveri, nell’esperienza degli uomini, nel grande mondo, nell’amore per la Bibbia. Chi mantiene un legame con i poveri, anche nei momenti confusi, non perde la strada dell’umanità. I poveri sono bussole sicure della cultura dell’umano.Il particolare del povero apre all’universale. I poveri sono la misura dell’universalità. Per essere umana, una vita –anche una politica o una cultura- deve essere dei poveri. Ogni uomo, specie povero, “esprime –dice Gregorio Magno-in modo autentico l’universalità, perché in lui in qualche modo è racchiuso l’universo”»[13].
[1] Di nobile famiglia messinese, Padre Annibale di Francia (Messina, 5 luglio 1851 – Messina, 1º giugno 1927), com’è noto, rinunciò a tutti i beni e trascorse molto tempo nel degradato quartiere Avignone della città siciliana aiutando poveri e malati.
[2] cfr. A. M. Di Francia, Scritti, vol. VII, Epistolario [1873-1900], Editrice Rogate, Roma 2016, pp. 462-466.
[3]Ibidem.
[4] In Italia, il mero accattonaggio non è più considerato un reato, essendo stato abrogato l’art. 670 c.p., per effetto della Legge 25 giugno 1999, n. 205. Ciò salvo il caso in cui sia commesso con comportamenti vessatori o simulando deformità o malattie, oppure attraverso il ricorso a mezzi fraudolenti per destare l’altrui pietà. Vedi il dispositivo dell’art. 669 bis Codice Penale. Tale articolo è stato inserito dall’art. 21 quater comma 1 del D.L. 4 ottobre 2018, convertito con modificazioni dalla L. 1° dicembre 2018, n. 132, comunemente noto come decreto Salvini.
[5] Antonio Salvati, Chi multa l’elemosina colpisce al cuore cristianesimo, ebraismo e Islam, Globalist 2 Maggio 2020 in https://culture.globalist.it/senza-categoria/2020/05/02/chi-multa-lelemosina-colpisce-al-cuore-cristianesimo-ebraismo-e-islam/#google_vignette
[6] Il Daspo è un provvedimento molto grave, che andrebbe elevato solo contro chi rappresenta un serissimo pericolo per i cittadini, non certo contro una persona senza dimora che chiede l’elemosina per mangiare.
[7]Su questo vedi Francesca Curi, Il reato di accattonaggio: “a volte ritornano”. Il nuovo art. 669-bis c.p. del d.l. 113/2018, convertito con modificazioni dalla l. 132/2018, in Diritto penale contemporaneo 21 gennaio 2019, in https://archiviodpc.dirittopenaleuomo.org/upload/8914-curi2019a.pdf; Mariangela Telesca, La “riesumazione” dell’accattonaggio (art. 669-bis c.p. dopo la l.n. 132/2018). Ovvero il continuum tra legislazione fascista e “pacchetti sicurezza“, in Costituzionalismo.it, Fascicolo 1 / 2019 inhttps://www.sipotra.it/wp-content/uploads/2019/04/La-riesumazione-dellaccattonaggio-art.-669-bis-c.p.-dopo-la-l.n.-1322018.-Ovvero-il-continuum-tralegislazione-fascista-e-pacchetti-sicurezza.pdf
[8] cfr. A. M. Di Francia, Scritti, vol. VII, Epistolario [1873-1900], cit..
[9]Ibidem.
[10]Esortazione apostolica Dilexi te del Santo Padre Leone XIV sull’amore verso i poveri, in https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/apost_exhortations/documents/20251004-dilexi-te.html
[11] Vedi la Relazione introduttiva Andrea Riccardi al Convegno Il Dono e la Speranza. Amici dei poveri a convegno, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio e tenutosi a Napoli dal 18 al 19 giugno 2011.
[12]Citato da Andrea Riccardi. Ibidem
[13]Relazione introduttiva Andrea Riccardi al Convegno Il Dono e la Speranza. Amici dei poveri a convegno, cit.
